Baldrus MC
mercoledì, settembre 26, 2007
 

Saluti traumatici

Interrompo lo stato di semi-sonno di Baldrus (è un periodo così, troppi impegni, energie insufficienti, ma spero comunque che i lettori ogni tanto buttino un occhio, perché qualche aggiornamento viene fuori) per riprodurre il passo di un intervento che Giuseppe Genna ha pubblicato su Nuovi Argomenti. E’ la più bella, perché la più semplice, definizione di trauma psichico che mi sia mai capitato di leggere. Per l’intero intervento cliccare qui.

Il trauma non sarebbe altro che un’esperienza come le altre, cioè un pacchetto di informazioni percettivo-emotive, che giunge al cervello come fosse una cartellina del nostro pc, contenente i suoi bei files e che viene aperta dal cervello, il quale legge e controlla i files e la stipa laddove è opportuno: nel conscio, nell’inconscio, nel subconscio. Non c’è domanda su cosa sia conscio o inconscio: ciò va sottolineato. Il trauma è una cartellina che, aperta dal cervello, si mostra vuota: nel momento in cui è stata aperta, i files sono spariti, sono finiti in zone che non si conoscono. Curare dal trauma significa riportare i files nella cartellina, in modo che l’esperienza traumatica diventi equivalente a una qualunque esperienza e subisca il suo metabolismo normale, destinale. L’EMDR (Eyes Movement Desensization and Reprocessing
, una tecnica psicoterapeutica antitrauma sviluppata dagli americani per curare i reduci di guerra ndr) è una pratica che, attraverso un numero impressionante di abreazioni (il modo di recuperare i files) ottenute in un tempo ristrettissimo, permette di rivivere l’esperienza traumatica (non necessariamente come scena immaginale) e di liberarsi dal recalling del trauma, che sarebbe il blocco di quella cartellina non digerita dal cervello, la quale va in risonanza con esperienze simili, finché non sia stata definitivamente assorbita. Il secondo elemento fondamentale è che aumenta la presenza di sé a sé e che si finisce quasi sempre in una visione sensitiva interna vuota, colorata ma vuota. Non esiste indagine sulla valenza dei diversi colori che appaiono come stati certificanti il metabolismo definitivo dell’esperienza traumatica.
 

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