domenica, febbraio 04, 2007


Fuga

Quello che sto per dire non è una boutade o un artificio letterario ma la pura verità. Rovistando in uno scatolone ho trovato una busta con dentro un dattiloscritto di tre facciate. La carta era ingiallita, i caratteri quelli di una macchina per scrivere che corrispondono a quelli della macchina che avevo prima di passare il computer. In cima il titolo “Fuga”, in coda una data: ottobre 1970. L’ho letto con emozione e con stupore. Sono quasi certo di averlo scritto io all’età di 17 anni e quattro mesi, ma non ne sono assolutamente sicuro. Ho un vago ricordo di me stesso che sto scrivendo questo racconto, ma potrei sbagliarmi. Sembra strano ma è così. L’ho ricopiato integralmente e così lo pubblico, anche se avrebbe bisogno di qualche intervento – seppure lieve – di editing.

Non eravamo mai stati in Città prima d’ora, Johnny ed io, i due lupi fottuti.
“Senti, io non mi sono ancora ripreso, ho bisogno di farmi curare” disse con la sua barba unta.
“Mi spiace, ma temo che si dovrà aspettare. Siamo appena arrivati, non possiamo bussare alla prima porta che capita.”
Guardai i suoi occhi vitrei, secchi di lacrime e di espressione, osservai il pallore del suo volto.
“Dico sul serio...” ansimò, “hai visto la mia colica”.
“Ora vediamo cosa si può fare”.
Ficcai una mano in tasca estraendone un foglietto sbrindellato.
“Ecco, questo è un indirizzo che mi ha dato un tipo. Pare che abbia certe conoscenze”.
Ci fermammo nel grigiore di una piazza e appoggiammo pesantemente a terra il nostro bagaglio.
“Aspetta” dissi a Johnny mentre si accoccolava tremante, “ora ti compro una porcheria calda”.
Mi diressi verso un sudicio bar, una specie di tavola calda col pavimento cosparso di segatura, dove una baldracca arruffata sciacquava bicchieri lanciando occhiate folli a destra e a manca. Le porsi la mia borraccia pregandola di riempirla di brodo caldo; me la strappò dalle mani e prima di rendermela volle accertarsi che il pagamento fosse corretto.
Uscii nuovamente in quella tragica piazza rabbrividendo a una folata gelida e umida. Johnny era piccolo, piccolo, con la testa tra le mani, e si dondolava tristemente fra i due grossi sacchi da montagna. La gente passava, chi col cappello sugli occhi chi col bavero alzato e i pugni in tasca. Nessuno si curava di lui. Notai che aveva vomitato.
“Cristo, bevi, ma lentamente. Ora si va da costui” dissi guardando il foglietto.
Non mostrò di avere udito la mia voce. Sussultava e tossiva. Sorbì penosamente un sorso di brodo.
“Andiamo via” disse con gli occhi fissi a terra, “via, via! Fa un freddo fottuto. Oh, sono stufo di continuare così. Voglio fermarmi per un po’. Penso...”
“Piantala ora. Qui è freddo. Dici giusto, ma ne parleremo più tardi. Andiamo”.
Lo aiutai a rialzarsi in piedi e presi anche il suo bagaglio. Ora si doveva trovare quell’indirizzo. Ci vollero quasi tre ore, tutti coloro cui chiedevo passavano oltre cercando goffamente di non sentire i miei “scusi”, o scuotevano la testa spaventati o isterici. Di tanto in tanto Johhny restava indietro squassandosi il petto tossendo. Finalmente suonai il campanello di un palazzone scuro, con tutte le finestre accuratamente sbarrate. Suonai una, due, tre volte senza risultato. Eppure dall’interno giungevano voci, musica,. Stavo per fare il giro della casa quando il portone si spalancò con violenza e un gigante biondo, sudaticcio e barcollante, con la faccia violacea a egli occhi ebeti, apparve sulla soglia con un rutto disumano. Una valanga di urla, fumo, musica e tintinnare di bicchieri precipitò fuori dal portone spalancato, infrangendo il silenzio nebbioso e innaturale del quartiere.
“Ehm” attaccai, muovendo un passo verso di lui, “ci dispiace disturbare durante una festa, ma il mio amico non si sente bene. Questo indirizzo mi è stato dato...”
“Bah!” mi interruppe boccheggiante, “entrate, un bicchiere e tutto passerà”.
Entrammo cauti e Johnny, che durante tutto il tempo aveva continuato a tossire, sputare e gemere, stramazzò come un cencio.
Corsi a sollevargli la testa e mi girai per chiedere aiuto al tipo di prima, ma lo vidi tuffarsi tra le braccia di una ragazza muscolosa, e sparirono come risucchiati dal mucchio. Fu allora che mi soffermai a guardare all’interno dello stanzone, con la testa inerte di Johhny sul palmo della mia mano.
Non una sola persona era in piedi, ed erano tante, tante, e mi parve che nessuno fosse completamente vestito. Una magnifica donna coi riccioli rossi, sfolgoranti sotto il pazzesco lampeggiare di luci colorate, ballava, o meglio, si contorceva, sulla superficie lucida di un enorme tavolo rotondo. Un grassone ingioiellato fino alle caviglie le solleticava le natiche con un bastone da passeggio. Alcuni battevano il tempo con le mani, i piedi, i bicchieri, di una muscia indefinibile, inascoltabile per il volume assurdo. Un ragazzino esile, dallo sguardo frenetico e sanguigno, tracannava un liquido rossastro, gettando via il bicchiere ogni volta. I mobili erano pochi, ma tutti molto grandi: un tavolaccio rustico, lunghissimo, qualche cassapanca massiccia, ripiani carichi di bicchieri, bottiglie e siringhe; poi c’era un lugubre credenza e tante sedie rovesciate. E poi il mucchio: una catasta di carne guizzante in pozze di liquidi, vetro, sangue, capelli fradici, mani adunche, bocche bavose e scene di un erotismo agghiacciante.
I tremiti di Johhnny mi scossero da quella fissità. Una bava verdastra gli orlava le labbra. Gli sistemai qualcosa sotto la testa e mi avventurai in quella palude umana, alla ricerca di un goccio di cognac. Mi feci strada con calci, spinte, sottraendomi a fatica a tutte quelle braccia viscide che tentavano di afferrarmi. Scovai una bottiglia e tornai nel vestibolo. Accanto a Johhnny c’era un uomo, nudo all’infuori di una lunga pezza rossa infilata in una cintura di stoffa. Non sembrava sbronzo, solo un po’ alticcio. Una guancia era segnata da un profondo graffio.
“Eroina?” disse indicando il corpo esangue con un cenno del capo.
Negai con un rapido cenno del capo.
“Non dovresti farlo bere, gli fa male”.
“E cosa dovrei fare? Lasciarlo crepare? O portarlo in ospedale, per vederlo trasportare in galera? Mi è stato detto che qui avrei ricevuto aiuto...”
L’uomo sospirò, fissando lo sguardo nello stanzone.
“Foste arrivati solo stamattina... guarda, quello è un medico, pensi che potrebbe aiutarlo? Guardalo, quello con la canottiera rossa”.
Supino, l’uomo che mi aveva indicato succhiava il collo di un fiasco ormai vuoto, allungando ogni tanto un ceffone a un altro individuo quasi privo di sensi.
“Comunque vedo se trovo qualcosa” disse l’uomo scomparendo nella stanza.
Cercai di praticare un po’ di respirazione artificiale a Johhnny. Sempre più smunto e inerte. Forse conveniva portarlo davvero in ospedale, sembrava in agonia. Forse avevo sbagliato tutto, ancora una volta. Sorseggiai del cognac, cercando di riflettere, ma tutto quel rumore, quel fumo denso... lo guardai con indifferenza: da quando eravamo insieme mi aveva dato solo un sacco di grane.
Il campanello suonò, come una fucilata. Chi poteva essere? Udii una voce secca e balzai in piedi. Polizia! Il campanello suonò ancora, doloroso, assassino. Poi, silenzio. Un istante dopo sentii rumore di vetri infranti, e da un finestrone irruppero cinque o sei giganti in divisa, afferrando i presenti terrorizzati per i capelli. Ecco, quello che temevo stava accadendo: farmi pizzicare stupidamente, senza difese. Dovevo svignarmela. Ma come? E Johnny? Lo coprii con alcuni cappotti. Non potevo portarlo con me. Raggiunsi una porticina, sganciai il catenaccio e socchiusi il portone. Tre di loro erano lì. Allora mi nascosi alla meglio tra i soprabiti nell’attaccapanni. Come prevedevo un poliziotto dall’interno andò a chiamare gli altri, che entrarono sbuffanti, fermandosi nell’atrio a godersi il pestaggio.Ecco il momento buono. Impegnati dalla scena e dalle urla non guardavano l’uscita e sgattaiolai fuori. Un altro poliziotto stava facendo il giro della casa. Aspettai nell’ombra e poi via!
Fuori, una notte gelida, maligna, deserta. Le luci delle case erano assediate dalla nebbia, dalla solitudine delle strade, delle piazze. Nelle case si mangiava, si parlava, si stava nascosti. Uno sparo proveniente dal palazzo si rifiutò di lacerare l’abbraccio freddo e nero del silenzio e morì nel vuoto.
La notte mi risucchiò senza curarsi di me.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

vedi che scherzi fanno i vecchi scatoloni e la nostra testardaggine a non voler buttare nulla?
certo che c'e' un fascino unico a scoprire uno scatolone dimenticato, a ritrovarci dentro le pagine di parole dimenticate, le immagini di noi ragazzini. ho ritrovato ul mio diario di quando di anni ne avevo 12 e poi 13 e poi 14 e 15. Un quaderno blu fitto di amori e di poesie.
Poi tutto e' stato diverso.
tu a 17 anni scrivevi di cose di cui hai scritto a 30 e anche dopo. Cosa vuole dire? non lo so, forse che la vita dei nati nel 53 non e' cambiata in quei 13 anni, o forse che non e' cambiata la tua curiosita' verso quel tipo di persone, quegli ambienti resi disgustosi dal vomito della droga, o fotografati dentro la noia, lo speen...che andava di moda...che si annegava nell'alcol, che si spegneva negli occhi.
o semplicemente che tu gia' a 17 anni volevi scrivere.
Oh...mi sono da poco risvegliata dal buio di un periodo nero.
e oggi ho ritrovato la volgia di leggerti.
Ciao
pap

sergio pasquandrea ha detto...

Bello, Mauro.
Un po' grezzo, in alcuni punti, ma lo scrittore c'è già tutto.