lunedì, luglio 02, 2007


I 33 dischi
di Loris Pattuelli

33 dischi senza i quali non si può vivere di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Einaudi Stile Libero 2007) è uno di quei libri che non mettono mai fretta al lettore. Sembra incredibile, ma con la scusa dei 33 dischi da salvare si può parlare di tutto, proprio di tutto. L’eroe di questo libro è un supporto fonografico chiamato ellepì (long playing) che, detto tra noi, è anche la merce più anticonvenzionale che si sia mai vista in giro, una specie di bene primario mezzo individualista e mezzo collettivista, mezzo gaudente e mezzo sacro. E’ prima di tutto un omaggio affettuoso al vecchio disco, all’album: "Noi ragazzi degli anni cinquanta siamo stati testimoni della nascita, dello sviluppo, del successo, del declino e della morte di un supporto che si era confuso completamente con l'opera che conteneva, il disco. E oggi siamo testimoni della nascita , dello sviluppo e del successo di una musica digitale che vive in mille supporti differenti, anche nei dischi ovviamente, ma in un ruolo secondario, minore, sempre più irrilevante. Il nostro libro, insomma, odora di vinile, racconta un'epoca , una maniera di far musica, che in qualche modo è finita. E della quale, almeno per noi, è difficile fare a meno".
Ritornando al libro, la prima cosa da fare (io non ci sono riuscito) è proprio quella di evitare di fargli le bucce, di irrigidirsi sull’essenziale che inevitabilmente manca. Gli autori, com’è giusto, hanno fatto scelte molto personali, molto rispettose di quella cosa chiamata arte pop. Però manca Sergent pepper dei Beatles, manca Hot rats di Frank Zappa, Music for 18 musicians di Steve Reich, My life in a bush of ghosts di Brian Eno e David Byrne; manca quello che, per me (ma soltanto per me), è il più bel disco degli ultimi vent’anni. Fuori il titolo? Eccolo: Michey Hart At the edge Rykodisc rcd 10124.
A questo punto mi permetto di elencare alcune scelte particolarmente azzeccate: Pet sounds dei Beach Boys, Koln concert di Keith Jarrett, Kind of blue di Miles Davis, Electric ladyland di Jimi Hendrix, A rainbow in a curved air di Terry Riley, If i could only remember my name di David Crosby, Highway 61 revisited di Bob Dylan. Ma, visto che ci sono, vorrei anche sapere come si fa a non mettere in lista I am the blues di Willie Dixon: in questo disco il bluesman più saccheggiato dal rock canta e dirige la più sensazionale e gioiosa piccola orchestra mai apparsa sulla faccia della terra. E poi come si possono dimenticare i 29 blues di Robert Johnson? Qui c’è tutto quello che un eventuale marziano dovrebbe sapere di noi terrestri. E Satisfaction dei Rolling Stones? Qualcuno sa dirmi in quale album era? Io non lo so e non lo voglio neanche sapere. Era un 45 giri, sicuramente il 45 giri più sconvolgente di tutto il rock’n’roll. Chissà se qualcuno ha mai stampato un ellepì con soltanto questa canzone. Satisfaction e poi il silenzio per tutto il resto del disco. Più o meno come un coup de dés di Mallarmé: 10 pagine di versi e un altro centinaio di fogli bianchi per le note del lettore.
Il libro di Assante e Castaldo è proprio un gran bel libro. Io ogni tanto lo sfoglio come un almanacco, poi mi metto a sognare e a sragionare senza tanti scrupoli. Prendiamo la pagina dedicata a Revolver dei Beatles. Non è vero che il destino dei sogni è sempre quello di diventare incubi. I quattro di Liverpool la rivoluzione l’hanno fatta sul serio e l’hanno pure vinta, se è per questo: "La più smagliante qualità del gruppo era saper inventare forme del tutto inedite, a volte addirittura sconcertanti, con una sensazione di semplicità, una sorta di avanguardia messa gioiosamente al servizio delle masse. Di più, con loro si compie definitivamente la rivoluzione che era rimasta implicita alla musica popolare, la trasformazione da artigianato ad arte". Mi sono soffermato anche su Remain in light dei Talking Heads e, memore delle mille apocalissi della nostra trasognata quotidianità, ho iniziato a canticchiare qualche ritornello particolarmente azzeccato di questa straordinaria band newyorkese. Eccone uno che, lo confesso, mi ha fatto sentire prima iridescente, poi trasparente, e infine assente. "Come sono arrivato qui?" grida David Byrne. "Una volta nella vita devi farti questa domanda!", risponde il coro. Remain in light è la tribalità che si mischia con l’elettronica, la metropoli che si sposa con il deserto. E come non esaltarsi davanti a My favorite things, l’opera che John Coltrane ha continuamente reinventato negli ultimi sette anni della sua vita?
Il libro di Assante e Castaldo parla dei 33 dischi senza i quali non si può vivere. Meglio dargli un’occhiata ogni tanto, inserirlo nel circuito delle nostre piacevoli abitudini. Intorno a questo pezzo di cartone con dentro un pezzo di plastica c’è ancora molto da dire e da ridire. Potrebbe anche essere un buon inizio.
(Pubblico questo pezzo in contemporanea con la poesia e lo spirito)


4 commenti:

Anonimo ha detto...

che bei ragazzi!!!
:-)
chapuce

hag reijk ha detto...

Rivoglio il vinile!!!

lorpat ha detto...

Un vinile senza graffi e senza fruscii non sarebbe male. Non sarebbe male se tornasse ad essere anche un qualche cosa da scambiare e non da possedere. Il mio primo LP è stato SMASH HITS di Jimi Hendrix, costava 1500 lire ed era l'estate del 1968. Da una ventina di anni questo disco sta dentro a una bella cornice da quattro soldi, però in garage accanto a tanti altri poster d'antan.

spy ha detto...

Sì, però non si possono omettere i sex pistols- saranno punk, saranno pure primitivi però che lo si voglia o no hanno spaccato a metà il fronte della musica. ci sono i clash, ma nn si può prescindere dai sex pistols!!!!! (letto la lista sull'altro blog).