domenica, giugno 05, 2005

Il lavoro fa male 1

E’ mia intenzione inserire una serie di racconti che hanno come argomento il lavoro. Questa serie farà compagnia a quelli frigidairiani. Certo che non è un’impresa semplice. Sono scritti qui, nella testa, e qui, nel cuore, ma devono scorrere sulla tastiera per vedere la luce. Intanto ci provo. Questo è il primo.

L’alba non è ancora spuntata. E’ una fredda giornata di inizio marzo, alle sette meno dieci del mattino è notte fonda.
Sul piazzale della sede della Cooperativa stradini e muratori ferve l’attività frenetica che precede i trasferimenti ai cantieri. Gli operai fuorisede, appena scesi dai pulmini, hanno facce stravolte, gli occhi gonfi, i capelli dritti. Alcuni si alzano alle quattro per percorrere fino a 150 km per venire al lavoro. Qualcuno addenta un panino alla mortadella, diffondendo un odore appetitoso intorno a sé.
Entro nella sala degli autisti, già gremita. Il fumo è acre, c’è anche quello sfigato del Ramarro che fuma il toscano, gli scoppiasse il cuore.
I soliti saluti: “dai Trapattoni, muoviti, che il Carnivoro aspetta solo te” bela uno degli autisti-cortigiani con un ghigno. Mi chiamano Trapattoni, chissà perché. Io assomiglio all’allenatore di calcio come Gad Lerner assomiglia a Giuliano Ferrara, ma un giorno al Carnivoro è venuta l’idea di appiopparmi questo soprannome, e la parola del Carnivoro è legge qua dentro.
Eccolo là, il capo degli autisti e del personale operaio, seduto come un papa al suo tavolo di fòrmica, chino sul foglietto dove ha segnato i viaggi dei camion.
“Ehi, Sandro” dice uno degli autisti-cortigiani con tono di sfottò, “è arrivato il Trap!”
Sandro, gli hanno dato questo nome umano al Carnivoro. “Oh, era ora” dice, ancora col testone chino sul foglietto. Poi lo solleva, lentamente, e mi pianta addosso i suoi occhi incredibilmente azzurri, iniettati di sangue. “Mo ben, sei qua finalmente. Dimmi un po’, hai voglia di lavorare stamattina o di grattarti le palle come al solito?” Risatine degli autisti-cortigiani. Io non gli rispondo. Fisso quegli occhi iniettati di sangue e mi ficco le mani nelle tasche della tuta. “Allora, Trap, sei muto stamattina? Può un autista che non ha ancora finito il periodo di prova non rispondere a me?”. Il periodo di prova. Sempre questa storia. Mi ricatta di continuo con la minaccia di non confermarmi per l’assunzione definitiva. Ignoro le risatine dei suoi leccapiedi, mi bilancio sulle massicce scarpe da lavoro con la punta di ferro. “Quanto tempo mi fai perdere Trap?” Riabbassa il testone sul foglietto. Il Carnivoro è incredibilmente lento di riflessi, deve leggere le parole che lui stesso ha scritto la sera prima muovendo le labbra, come un semi-analfabeta. “Vai a S. Vincenzo, il capocantiere ti spiegherà cosa devi fare. Muoviti!” S. Vincenzo: un cantiere schifoso, in un mare di fango, e il capo è Il Facocero, un pezzente che pensa solo a finire i cantieri in tempi record per intascare i premi di produzione. Adesso devo dire “va bene”, si dice sempre “va bene” prima di partire. “Va bene” dico, e schizzo fuori dalla cloaca, seguito dai “muoviti!” degli autisti-cortigiani.
Mentre cammino a passo di corsa verso l’enorme tettoia dove sono parcheggiati i camion vengo raggiunto dallo Zuccone. Anche questo è un soprannome appioppato dal Carnivoro, quando lo massacrava. Lo Zuccone è stato il suo obiettivo per anni, raccontano. Lo ha dissanguato, insultato, lo ha distrutto. Adesso tocca a me, dicono. Io sono la nuova vittima, dicono.
“Dai Trap, cerca di resistere” dice Lo Zuccone. Nel suo tono di voce c’è un mix insopportabile di commiserazione, sollievo, godimento. “Adesso ci sei tu nel frullo. Io ci sono stato per cinque anni, Madonna”.
Arrivo al mio camion, un Iveco 190 azzurro con guida a destra, con la gru. Apro la portiera, salgo a bordo, accendo il motore. Si diffonde un rombo oscuro, potente. Compilo il dischetto, lo inserisco nel tachigrafo. Lo Zuccone continua a riversarmi addosso il sollievo sadico che prova a vedere me al posto che prima occupava lui. Il posto nel cuore putrido del Carnivoro.
“Zucca” dico, infastidito, “piantala di stressarmi”. Metto la retromarcia, il bestione si muove.
“Cos’è, fai lo sborone? Sta’ attento, Trap, lo sai com’è qua dentro, se non sei nessuno, se sei da solo ti schiacciano come uno scarafaggio!”
Procedo a marcia indietro fin quasi a contatto col mucchio di ghiaia, come ogni mattina. Giro il camion, punto verso il cancello. Lo Zuccone sale a bordo della sua motrice antidiluviana per trasporto terra. E’ un mistero della creazione quel camion: non ha più la vernice, cade a pezzi, ma ogni mattina, senza fallo, va in moto al primo colpo.

S.Vincenzo è molto peggio di quanto pensassi. Gli operai sono nel fango con gli stivali che affondano fino alle caviglie. E’ impossibile lavorare, ma Il Facocero non ha mai mollato un cantiere, neanche quando piove. Gli altri capicantiere mandano a casa gli operai per maltempo, ma non Il Facocero: li fa stare in baracca a fumare, perché potrebbe smettere e allora ci scapperebbe qualche lavoretto.
Eccolo che mi viene incontro col suo passo frenetico. Piccolo, robusto, cammina con un gran movimento di braccia roteando continuamente la testa in tutte le direzioni. Quando parla fanno capolino, tra le labbra sottili, i canini inferiori sporgenti che gli hanno procurato questo soprannome.
“Ohéi, Trap” urla, per sovrastare il rombo del camion, “li vedi quei tubi là?” Indica dei bancali di tubi arancioni, tubi da fogna del tipo autoportante, a circa mezzo chilometro. “Devi portarli laggiù” e fa segno in direzione dello scavo, dalla parte opposta del cantiere. “Trova un posto e sistemali. Adesso sono messi di merda, quegli stronzi li hanno scaricati alla cazzo di cane”.
“Mi vuole un aiuto” faccio. “Per imbragarli e legarli.”
“Ti pareva!” sbraita Il Facocero. “Se non rompi il cazzo te Trapattoni non sei mica contento”.
Sto per ribattere ma Il Facocero si gira e caccia un urlo: “Te! Marocchino! Vieni qua subito!” e grida una bestemmia irripetribile.
Un operaio marocchino si irrigidisce, ci guarda, poi parte di corsa, per quanto glielo permettono i tappi di fango che ha sotto i piedi.
“Marocchino, va’ con questo qui a fare quel lavoro dei tubi. Muovetevi!” e sbraita un’altra bestemmia.
L’operaio lo guarda con una faccia scura, poi sputa e sale sul camion.
Devo fare un giro largo, sul vialetto di ghiaia rullata, perché non posso entrare sulla terra fangosa, mi pianterei immediatamente. L’operaio, che si chiama Ahmid, un tipo magrissimo, molto scuro di pelle, di circa cinquant’anni, è furioso. “Facocero è grosso maiale, porco schifoso. Lui bestemmia sempre quando sono io. Lui fa apposta, offende. Lui brucerà all’inferno, un giorno”.
“Forse ci andrà davvero, all’inferno” dico, contemplando sconsolato i bancali. “Adesso però siamo tutti qua, Ahmid, sulla porca Terra, con questo casino da risolvere”.
I grossi bancali di tubi lunghi sei metri, del diametro di un metro e venti, sono stati scaricati in malo modo direttamente sulla terra, senza inserire i quadrotti di legno come spessore. Così è impossibile infilare le cinghie di canapa per sollevarli con la gru e caricarli sul cassone. Cerco una soluzione, ma Ahmid è più svelto, ha già un piano di lavoro: “se tu metti gancio qui” dice, toccando l’estremità di un tubo, “e poi alzi un po’ io metto cinghia sotto”.
Perfetto. E’ l’unico sistema possibile. “Bravo Ahmid” dico, e intanto preparo la catena coi due ganci. Funziona. Sollevo piano il bancale, per non sfasciare l’imbragatura in legno che tiene uniti i quattro tubi, e Ahmid inserisce la cinghia. La stessa operazione va ripetuta all’altra estremità, per inserire la seconda cinghia. Poi attacco le cinghie al gancio della gru e lo carico sul cassone.
Procediamo con grande lentezza, perché si formano di continuo degli enormi tappi di fango sotto agli scarponi che impediscono i movimenti. Un bancale si sfascia, e devo mandare Ahmid a prendere del filo di ferro corazzato per legarli. Poi mi pianto due volte e Il Facocero, furioso, deve mandare la ruspa cingolata per tirarmi fuori. Per spostare dieci bancali impieghiamo tutta la mattina e la prima ora del pomeriggio. Per terminare la giornata Il Facocero mi manda alla cava a caricare sabbia. Potrei anche rientrare, fare rifornimento, parcheggiare sotto la tettoia e staccare dopo otto ore di lavoro, ma è impensabile che alla Cooperativa stradini e muratori un camionista lavori otto ore. Devono essere minimo nove.
Quando torno in sede, così sporco di terra che sembro un uomo di fango, ne ho fatto nove e mezzo. Adesso devo comunicarlo al Carnivoro.
In sala autisti noto subito che bolle qualcosa in pentola. E nella pentola devo esserci io, viste le occhiate sarcastiche degli autisti-cortigiani.
Il Carnivoro è chino sulla scrivania di fòrmica, col foglietto a quadretti dove segna le ore. Sento L’Ortolano, uno dei supervip degli autisti cortigiani, che dice “undici”. Undici ore. E’ impossibile, stamattina era qui alle sette, come tutti. Quindi ne ha fatte nove e mezzo, come me, ma ne dichiara undici. E’ normale, gli autisti cortigiani lo fanno sempre. E Il Carnivoro segna. Li tratta bene i suoi leccapiedi.
“Ecco, Sandro, è arrivato!” dice uno, gongolante.
Il Carnivoro impiega quasi un minuti per alzare gli occhi iniettati di sangue su di me. Mi guarda credo, ma le pupille sono opache, sembra un cieco. Riabbassa il testone sul foglietto, mentre le enormi mani, massicce e pesanti come mazze, si muovono frenetiche sul ripiano lucido del tavolo. Brutto segno. Quando Il Carnivoro contorce quelle dita grosse come tubi da lavandino significa che è gonfio di cattiveria fino a scoppiare.
“Adesso io voglio sapere una cosa da te, Trapattoni” dice, col testone chino sul foglietto. La voce rimbalza sul ripiano del tavolo, arriva distorta alle mie orecchie. Gli autisti-cortigiani sghignazzano. “Tu adesso mi devi dire se vuoi prendermi per il culo o cosa”. Non capisco cosa sta dicendo. Ha quel tono apparentemente ironico, greve di aggressività, che usa prima di un attacco. “No perché se è questa la tua intenzione” continua, e alza il testone; se è questa la tua intenzione: ogni tanto parla forbito, sembra un intellettuale: “è meglio che lo dici subito, che risparmiamo tempo”. Le salsicce pelose che ha al posto delle dita si contorcono, suonano un piano immaginario. Il mio silenzio deve irritarlo, perché si mette anche a soffiare aria tra i folti baffi biondi. Altro segno di furore, di ferocia. “No perché se non è tua intenzione prendermi per il culo” tuona, e tutti ammutoliscono, si preparano a una delle sue terribili esplosioni d’ira, “allora mi devi-spiegare-e-in-fretta perché ci hai messo una giornata intera per spostare dei tubi del cazzo!”
Cade il silenzio più assoluto. La scena è congelata, tutti sembrano delle statue di sale.
Io non capisco cosa diavolo dice. Penso alla giornata di lavoro, al fango, alla cura che abbiamo messo nella movimentazione dei bancali. E’ irreale, è una follia.
“Una giornata intera!” urla. Fa paura l’urlo del Carnivoro. Qui dentro ha un potere pressoché assoluto. Può togliere un operatore dalla macchina operatrice cui è assegnato e mandarlo a fare il manovale in cantiere in qualsiasi momento. Anche un autista può tirarlo giù dal camion e mandarlo a menare botte col piccone negli scavi delle fogne. “Dalla mattina alla sera per dei tubi!” urla. “Credi che non ti abbia visto? Tu mica mi vedi, con la testa tra le nuvole che ti ritrovi, ma io sono passato da S.Vincenzo, cosa credi!”
Mi fissa con gli occhi azzurri iniettati di sangue. Eppure sono privi di qualsiasi luminosità, sembrano gli occhi di un alcolista quando gli cala la sbronza. Spesso ho la netta sensazione che Il Carnivoro sia in realtà un perfetto rimbambito.
“No che non mi hai visto, non dire cazzate” dico con tono piatto.
Lui china il testone sul foglietto e tace. La mia risposta lo ha preso in contropiede, è abituato solo ad accorati discorsi in cui chi è sotto attacco cerca di difendersi, di dimostrare che è bravo e ubbidiente. Il mio tono indifferente lo confonde.
“Cos’hai detto?” tuona, sbattendo una manaccia sul tavolo.
“Non puoi avermi visto. Perché avresti anche visto che i bancali erano stati buttati sulla terra e non passavano le cinghie. Abbiamo dovuto sollevarli da una parte e dall’altra per caricarli. Tu non hai visto un cazzo”
Gli occhi iniettati di sangue si fissano, opachi e inespressivi, sulla mia tuta infangata. Ha già capito che ho ragione. Lo sa. Ma a lui non interessa la ragione. Deve solo sfogare il furore che lo divora. Solo che è lento, non ha capacità di reazione immediata. Se anche un solo particolare va fuori posto si paralizza.
“Te, Trapattoni!” urla, e intanto digrigna i denti e soffia aria tra i baffi. “Te! Ci hai sempre un motivo! Sei un professorino te Trapattoni, mica un autista! Non lo so mica perché ti tengo qui a fare la prova, devi andare tra i professorini!”
Gli autisti-cortigiani, felici per lo spettacolo gratuito, abbozzano una risatina, ma la mia risposta li fa di nuovo ammutolire. “La prova, sempre la prova! Perché non ti provi l’uccello, ammesso che tu ne abbia uno?” Non so come e da dove sia uscita questa battuta. Io stesso ne sono stupito. Non avrei mai immaginato di dire una cosa simile al Carnivoro. Il quale rimane paralizzato con una mano a mezz’aria, in apnea. Impiega un tempo lunghissimo per riprendersi, e tutto ciò che riesce a dire, mezzo soffocato com’è dalla sorpresa, è un altro “cos’hai detto?”.
“Ma sì che hai capito. Provati quell’uccello che dovresti avere, e vedrai se non fai meno il matto. Ti ho spiegato com’erano messi quei tubi. Chiedi in cantiere. Chiedi a quel culo rotto del Facocero”.
Già, Il Facocero. Non glielo direbbe mai quel verme. Il Facocero si sforzerebbe di capire cosa vuole sentirsi dire Il Carnivoro e poi cercherebbe di accontentarlo. Non spenderebbe una sola parola in mia difesa. In difesa di nessuno.
Intanto la scena si è di nuovo congelata. Un autista cortigiano rompe l’incantesimo, si gira e dice, sottovoce: “o vacca di una miseriaccia” seguito da una risatina. L’autista-cortigiano non ha capito nulla di quanto sta succedendo qua dentro. Nessuno ha capito. Pensano che Trap sia impazzito, che voglia essere licenziato. Solo noi due, io e Il Carnivoro sappiamo cosa sta succedendo, e cosa possiamo e non possiamo fare. In questi pochi secondi si è creata una situazione estremamente complessa, con molte variabili.
Primo: la lentezza di riflessi della bestia. La mia reazione è inammissibile e offensiva per lui, che non concepisce che smancerie, sorrisi, complimenti, o tentativi penosi di difesa. Non riesce a reagire, deve pensarci stanotte, ma domani sarà un altro giorno.
Secondo: se mi manda via per me sarà una liberazione. Non è umanamente accettabile lavorare in un simile letamaio, è la morte, la malattia. Eppure non ho il coraggio di andarmene, di tornare sulla strada, perché a cinque chilometri da qui, in un minuscolo appartamento con lo sfratto, una bambina di quattro mesi chiede tutto alla vita, chiede un futuro, non merita un padre disoccupato cronico. La mia risposta insolente è quindi un atto di viltà, è la richiesta di mandarmi via, finalmente, perché da solo non ce la faccio. La mia è vigliaccheria, proprio come la sua, che lo immobilizza come un topo morso dalla vipera, perché, nella sua paralisi, ha ben presente il terzo elemento, che è il camion. Trovare un autista per il 190 è un’impresa disperata. Dopo che è andato in pensione il leggendario Birrocciaio, che l’ha guidato per quindici anni, io sono il quinto autista che prova. Il 190 richiede un lavoro duro, ha delle sponde di ferro pesantissime che bisogna aprire e chiudere di continuo, si sale e si scende dal cassone per sistemare la roba, si spostano dei pesi, si esce quando piove, quando nevica, si sta sotto il sole d’agosto a manovrare la gru, mentre passano i camion che sollevano nuvole di polvere; nessuno vuole andare sul 190. Tutti aspirano a un quattro assi come quelli degli autisti-cortigiani, nuovissimi, silenziosi, con aria condizionata: si sta sempre in cabina, si è vestiti bene, con la camicetta, le scarpe da città; io invece alla sera ho la tuta lercia di terra e polvere, e gli scarponi da cantiere anche d’estate.
Io questo lo so, e lo sa anche lui.
A un certo punto si riprende, suona il piano immaginario con le dita-salsiccia, digrigna i denti. “Basta!” sbotta. “Dimmi quante ore hai fatto e sparisci!”
“Dieci!” dico. Mezz’ora in più. Che vada a farsi fottere, ne ha appena regalato una e mezzo a quel miserabile dell’Ortolano. La considero un parziale risarcimento per l’aggressione subita.
Il Carnivoro china il testone sul foglietto e sembra immergersi in una lunghissima, elaborata riflessione. Lo sa. Le ore sono nove e mezzo, ma se se fiata lo smerdo con L’Ortolano e tutti gli altri. Infine appoggia la penna sul foglietto e, con una lentezza inverosimile, scrive “10”. Rimane immobile col testone chino, mentre esco sul piazzale e me ne vado verso casa.
Siamo inguaiati entrambi. Due viltà si neutralizzano a vicenda. Lui mi odia, io lo odio e siamo condannati a sopportarci.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

E' una discesa agli inferi questo racconto. Ora vorrei precisare: a mio avviso un racconto è un racconto, cioè vi è libertà di inventare, cambiare, non è importante la corrispondenza a tutti i costi con la realtà. Però sono curioso, confesso, di sapere se quanto descrivi è reale. Perché mi ha molto colpito che l'ambientazione sia in una cooperativa. Io lavoro in una coop di assistenza ai disabili, e pur con mille problemi siamo 24 persone che guadagnano tutti lo stesso stipendio, e le decisioni le prendiamo insieme. Ci sono anche delle coop sociali in Sicilia, per esempio, che operano su terreni e immobili confiscati alla mafia, esperienze valide, positive. Questo per dire che non tutte le coop sono uguali, c'è anche del buono.
Comunque il racconto è bello, è crudele, complimenti.

la_nico ha detto...

Grazie. La prendo proprio come faccenda personale: mi ha fatto bene leggere questo racconto, oggi, in questo esatto istante di questo esatto periodo.

Baldrus ha detto...

Per anonimo: mi sono chiesto, mentre lo scrivevo, e dopo, mentre lo rileggevo: quanto ho reso la realtà? La risposta sincera è: circa il 50%. Con le mie capacità narrative non credo di riuscire a rendere in pieno il degrado, l'offesa alla dignità e alla vita che si consuma in aziende come questa. Poi sono perfettamente d'accordo con te: esistono delle cooperative valide, in cui i valori della cooperazione sono salvaguardati e non sviliti, calpestati come qui. Sono soprattutto cooperative di giovani, cooperative sociali, mentre questa - di cui ho solo cambiato il nome - è un gigante emiliano con una mostruosa struttura burocratica dalla quale il termine "cooperazione" dovrebbe essere cancellato E non è la sola, credimi.

Alla Nico: grazie.

maline ha detto...

Bravo. Simpaticamente "rough", duro. E il nick al posto dei nomi mi ha ricordato il Llosa de "La città e i cani": umanità e violenza sempre assieme mischiate ed a volte indissolubilmente. Sì, a volte ci si abbrutisce per non morire.

maline

Anonimo ha detto...

ciao baldrus,voglio un racconto con alcuni riferimenti presi dal tuo ambiente attuale....
ti do' uno spunto.....il nome di un personaggio ...potrebbe essere"la truce"...e poi chi + ne ha + ne metta!!!!..ps. non firmo ...x la privacy!!!!