sabato, novembre 26, 2005

Ancora sul giornalismo all’italiana

Se c’è una cosa che mi infastidisce è lo svolazzo mondano, l’elzeviro arzigogolato, quel dare un colpo al cerchio e uno alla botte, quel “più o meno”, quel “adesso lo scrivo, tanto si bevono tutto ‘sti coglioni di lettori’”. I nostri giornalisti eccellono i quest’arte di arrangiarsi, sono dei maestri. Tempo fa, per esempio, Mario Luzzatto Fegiz attribuì, sul Corriere, un pezzo di Jimi Hendrix ai Cream. Mi è arrivato un colpo al cuore: va bene sbagliare, l’errore è intorno a noi, è in noi; non dice forse Krishna nella Baghavad Gita:

“Tutto viene da me, la memoria, la conoscenza e l’errore”;

e qualcuno forse dirà: insomma, esageri, tutti sbagliano. E’ vero, ma come fa un giornalista che scrive di musica da oltre trent’anni a prendere uno svarione del genere? E’ come attribuire la Nona Sinfonia a Mozart. E poi è recidivo: quando vivevo a Milano leggevo sempre il Corriere, c’era la new wawe, e ricordo il suo pressapochismo nei titoli, nelle date, nei riferimenti.
Il fatto è che ci provano, quello che non sanno lo inventano, oppure lo copiano. Non si prendono la briga di verificare, di consultare i testi. Troppa fatica, troppo tempo. Non c’è la tradizione, questa è roba per gli anglosassoni, non per gli italiani. I nostri grandi quotidiani non hanno mai avuto, come ci ha invece raccontato Jay Mc Irney in quel romanzo americano anni Ottanta che era Le mille luci di New York, un “ufficio analisi dei fatti”, che aveva (parlo al passato perché, con l’attuale involuzione della stampa americana, non so se queste istituzioni siano ancora attive) come unico compito quello di passare al microscopio ogni articolo per verificare con puntiglio le date, le citazioni, i nomi.
L’ultimo esempio di questo artigianato giornalistico all’italiana l’ho trovato su Repubblica qualche giorno fa, in un articolo firmato Ernesto Assante. Costui è persona rispettabile, ama veramente la musica, e, benché, per cause di forza maggiore debba occuparsi di fenomeni deteriori e deprimenti come Laura Pausini o Eros Ramazzotti, o il cantautore-horror Biagio Antonacci, è uno serio. Però l’altro giorno ha scritto:

“C’è stato un Dylan prima di Bob Dylan. E non era un cantautore. Il giovane Robert Zimmerman, quando era uno studente in un college del nativo Minnesota, voleva essere un poeta e si esercitava scrivendo piccoli poemi”.

Non è vero. Oppure, per essere un po’ meno intransigente, diciamo che è altissimamente impreciso. Troviamo Bob nel 1957, al liceo, totalmente invasato dalla musica di Bill Haley e Little Richard. Voleva suonare come loro, essere come loro. Fondò addirittura un gruppo per tentare di suonare alle feste universitarie, ma quando i selezionatori vedevano questo ragazzo che si contorceva e si dimenava e urlava come un pazzo si spaventavano. E la fidanzata Echo Hellstrom racconta che nel 1958 “Bob aveva già stabilito che il suo futuro era nella musica”. Nel 1960 poi lo troviamo a Minneapolis che suona in un locale musica folk già col nome di Bob Dylan. E’ quindi una balla, uno svolazzo mondano scrivere che Bob non sapeva di essere un musicista, che doveva ancora scoprire la sua strada. Il fatto è che Assante doveva commentare la notizia che questi poemetti sono andati all’asta, così deve avere pensato: “dai, scrivo che prima di cantare era un poeta, magari è vero”.
Già, chi se ne accorge in fondo? Io, che ho letto la mitica biografia di Anthony Scaduto, uno dei migliori testi biografici mai scritti (è stato recentemente ripubblicato e lo consiglio a tutti gli amanti di Dylan).
Negli Usa di Mc Irney l’analista dei fatti sarebbe immediatamente intervenuto, qua da noi si passa oltre, e si accende la TV.

5 commenti:

maline ha detto...

Dire che la notizia sia più importante della esattezza di ciò che viene detto è come scoprire l'acqua calda... (e so che non lo devo venirlo a dire a te).
Su Luzzatto Fegiz non mi pronuncio, l'ho sempre trovato... incapace.
Su Assante hai ragione, è serio e spesso condivido i suoi gusti: ma anche lui deve portare i panini (e il prosciutto -mica si vive di solo pane...) a casa e ogni tanto ci mette dentro cose che sono, diciamo, "tentate".
Quanto a ciò che ha scritto su Dylan... non dimenticare che il nome lo prese da Dylan Thomas, poeta. E che nell'ambito della Beat Generation (Ginsberg in testa -of course) il giovane Zimmermann, già Bob Dylan, venne davvero all'inizio salutato come grande poeta americano (non so se avesse già smesso di portare i pantaloni corti, ma sai come erano i beat...). Vero che è sempre stato un musicista, ma i suoi testi sono sempre stati altamente, e non certo casualmente, poetici. Se posso esprimere un'opinione direi che Assante ha peccato per eccesso. Visto che è della nostra generazione... lo rimanderei a settembre ;-)

maline

sergio pasquandrea ha detto...

Guarda, io scrivo per un giornale di jazz (tanto per fare nomi, si chiama Jazzit) e per noi scrive un giornalista inglese (tanto per fare nomi, si chiama Stuart Nicholson). Costui ha pubblicato in lungo e in largo, ha scritto una biografia di Billie Holiday che viene citata come il testo definitivo sulla cantante e passa per firma prestigiosa su non so quanti giornali.
Gli articoli che scrive per noi li traduco io.
Beh, credimi, su ogni articolo devo correggergli come minimo 2 o 3 sfondoni mostruosi.
Qualche esempio: scrive un pezzo su Hancock e sbaglia clamorosamente la data di Gershwin's World, che è un disco che nel 1998 fece un sacco di rumore. Per lui era del 2004.
Fa un'intervista al batterista Manu Katché e cita i musicisti con cui ha collaborato e i brani celebri su cui suona. Peccato che spari cose come "Yusson Ndur" al posto Youssou N'Dour, "The Shaking Tree" al posto di "Shaking the tree" di Peter Gabriel o "Nada el Sol" al posto di "Nada como el sol" di Sting.
Intervista Wayne Shorter, che a un certo punto cita il musicista francese dei primi del '900 Gabriel Faure. Mr. Nicholson se ne esce con un clamoroso "Foray".
Eccetera eccetera eccetera.
E non è un caso isolato. Sono stato a importanti festival jazz e ho visto rispettatissimi decani del giornalismo musicale venire ai concerti, ascoltare 5 o 10 minuti e poi andarsene con aria di degnazione. Il giorno dopo, uscivano sui giornali recensioni completamente campate per aria.
Vi do un consiglio: digitate su Google "Giordano Selini" e leggete le cazzate che questo signore scrive su rinomate testate musicali.
Non so, a me queste cose fanno venire l'orticaria.

Baldrus ha detto...

Quanto scrive Sergio fa semplicemente rabbrividire. Se questa è diventata la norma del giornalismo musicale (che dovrebbe essere specialistico e quindi abbastanza scientifico) tutto è perduto. Semplicemente non esiste più, come non esistono più le vere recensioni letterarie e cinematografiche, ridotte a veline degli uffici stampa delle case di produzione. E fa della "furbatina" di Assante una cosa da poco. Che va perdonata, sono d'accordo con te, maline, ma Assante, che si è inventato sbrigativamente il passato di Dylan poeta (mentre Dylan è sempre un stato un giovanissimo musicista che ha scritto testi poetici, non è la stessa cosa), farebbe bene a non fare la fine di Stuart Nicholson (che poi magari gli va bene, scrive di qua e di là, guadagna soldi e consensi, e chi se ne frega del controllo qualità...)

sergio pasquandrea ha detto...

A proposito di recensioni, un'amica mi ha raccontato di aver fatto un corso di "giornalismo musicale" organizzato da non so più quale prestigiosa casa di distribuzione.
Sai qual era la cosa che insegnavano più spesso? Che una recensione deve essere "oggettiva", non contenere giudizi, descrivere, magari con qualche informazione biografica e discografica. Punto e basta.
Penso si commenti da solo.

Baldrus ha detto...

Vada per l'oggettività, le informazioni, i dati ecce., ma il problema è che poi li sbagliano, e allora...