mercoledì, gennaio 04, 2006


Una pura prosa beat

Mentirei se dicessi che Visioni di Cody, recentemente ripubblicato dall’Arcana, è un libro facile. Non è un libro facile. Non si legge così, en passant, un po’ distrattamente. Risulterebbe una sorta di rompicapo, perché non è uno stile che segue le scritture moderne, quelle cui ci hanno abituato i giornali, la televisione, gli sms, gli spot. E’ una scrittura dura, anche se meravigliosa, è una scrittura che se ne frega del lettore, dell’editore, del critico, è scrittura per la scrittura; è quello stile che faceva "strippare" violentemente Tondelli e lo portava a scrivere come lui, come Kerouac.
Questo libro fu pubblicato postumo, nel 1972 (la prima edizione italiana, sempre di Arcana, è del 1974) e scritto "dall’ottobre 1951 al maggio 1952, incominciando a Long Island e continuando nell’attico di Cassady, a S. Francisco", racconta l’autore. E proprio a Neal Cassady, che qui si chiama Cody Pomeray, è dedicato questo testo lungo, compatto, redatto nella più fantastica prosa beat che forse Kerouac abbia mai prodotto (da più lettori è considerato il suo libro più importante, ma è questione di opinioni). Il corpo centrale è la trascrizione di conversazioni registrate tra l’autore, che qui si chiama Jack Duluoz, e Cody, dove viene restituito un parlato americano a tratti assurdo, dolente. Poi è pieno di descrizioni dell’America di quegli anni, immagini desolate, metropolitane, nitide o sfocate, a colori sgargianti o sporchi, in bianco e nero, o grigie, o in totale assenza di colore, o abbaglianti. In alcune pagine ricorda Céline, con la linea intercalante al posto dei tre puntini; forse può ricordare persino Proust, oltreché il flusso del sax di Charlie Parker, come sognava Kerouac; di Proust c’è certamente il periodo lunghissimo, interminabile, anche se il ritmo a mio avviso è affatto diverso: l’affanno respiratorio non si traduce tanto in asfissia, ma piuttosto in una iperventilazione frenetica, allucinata. Comunque ho pensato di riportare un passo, un esempio di periodo lungo, uno dei tanti, trovato a caso, aprendo il libro qua e là:

"Mi piaceva la sera? C’è bisogno di domandarlo? Dormivo sulla veranda, sul dondolo, con delle coperte addosso e le fronde del grand’albero stormivano e i rami cricchiavano per me; e il lamento del vento era dolce, l’aria piena di grilli, bisbigli selvatici – o anche le voci di qualche coppietta – nel sentiero tra gli orti – o in un’auto parcheggiata, cigolio delle molle del sedile posteriore – sotto un pino – e la rugiada; il vento attraversava tutto questo, arrivava da di là di queste voci e le portava fino a me – era carico di notizie sulle remote foreste – foschi boschi – luoghi dove contadini come Robert Frost sbattevano la porta di granai nella prima mattina, producendo un rumore che echeggiava attraverso due o tre poderi, e altri boschi, e altri fiumi, ruscelli anzi, torrentelli con piccole cascate – che però di marzo eran capaci di ingrossarsi e straripare e travolgere, atterrire le foreste – e magari t’aspettavi di vedere cadaveri portati dalla corrente, andar a cozzare là dove d’estate c’era il trampolino; e io ho sognato invero, in realtà, di queste foreste – e grandi viaggi simbolici – profondi come l’odissea di un ferroviere, ma... era a Cody che arrivavo, allora, ma come riferimento, e forse riempitivo; l’Africa non era più estesa di certi macchioni, nella contrada di Pine Brook, percorsi in sogno; e veniva così il dolce vento notturno da quei corsi d’acqua, da quei campi, muschiato, ingigantito, dal grand’albero che si scagliava e soffriva, martire, albero brontolone – e non è che ne fui sorpreso quando fu abbattuto da un furioso uragano nel 1938 – si schiantò come uno stecco – nell’ottobre del 1938 – stesso anno e stesso mese – quasi stessa settimana – in cui morì Thomas Wolfe".

Nella foto: la copertina dell’edizione italiana del 1974.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Grande, baldrus, allora con l'anno nuovo metti le foto? E quando ce la metti una della castellana Anna Falchi?
Spy

Baldrus ha detto...

Sì, ogni tanto inserirò qualche foto, anche se con moderazione, perché il sito mi piace pulito, e non amo quei video rutilanti di immagini. Però, ad essere sincero, non le avevo ancora messe perché non ero capace. Diciamolo. Cliccavo, cazzeggiavo, ma non uscivano. Adesso escono. Evviva. In quanto alla castellana perché no? C'è una vecchia foto uscita su Frigidaire, dove la castellana era presentata come una delle giovani promesse del cinema italiano, una attrice della nouvelle vague. Se la trovo mi sa che la mando.

maline ha detto...

Kerouac... Kerouac... chi era costui? Scherzo naturalmente. Il suo problema è quello di essere stato "sequestrato" dalla beat generation, di essere divenuto uno scrittore "generazionale". Quanto al suo modo di scrivere, paragoni con Céline o Proust a parte, direi che mai nessun europeo avrebbe potuto scrivere così... male. Come americano ha una prosa invidiabile e indubbiamente molti scrittori d'oltreoceano hanno avuto in lui un degno predecessore.
Scrivo queste righe perchè mercoledì è il 100° compleanno di Albert Hofmann, lo scopritore dell' LSD -cui lo stesso Kerouac e molti altri molto devono. Penso sia un'occasione per riflettere e per informarsi su una droga che come poche altre ha avuto influenza su una cultura -nonostante l'uso, come dice lo stesso Hofmann, "criminale" (leggere bene quel che con questo termine intende) che se ne è fatto.
Consiglio la lettura del suo libro che ne racconta la scoperta -al di fuori di ogni mito.

maline

Baldrus ha detto...

maline, puoi dare gli estremi del libro di Hofmann? Io non ho paragonato K a Céline o Proust, ma ho detto che li ricorda, anche perché K ha più volte dichiarato di trarre ispirazione da loro, come dal sax di Charile Parker. Poi, sul fatto di scrivere "male" posso non essere in disaccordo con te, ma non dimentichiamo che molti hanno acusato anche Svevo di scrivere male. Sul "beat" poi è lo stesso K che, in vari punti della sua opera, usa questo termine...

maline ha detto...

Verissimo. Kerouac usava il termine "beat" ed indubbiamente si sentiva parte di quella... come la chiamiamo? -tendenza? cultura? Ma è stato visto anche (quasi)sempre solo in rapporto a quella -in Italia la "colpevole" porta il nome di Pivano Fernanda, che l'ha sì fatto conoscere, ma nel contempo rovinato, presentandolo spesso quasi un fosse un guru (stesso discorso per Ginsberg, Corso, Ferlinghetti ecc). Ma, sia detto a sua parziale discolpa, oltre a lei pochissimi hanno affrontato il tema beat generation. E lei è stata comunque la prima. Sulla scrittura del nostro poi, aggiungerò che quanto affermato nel precedente intervento non voleva certo essere una denigrazione -anzi. Già il paragone -giusto!- che si fa con il tentativo di mettere in prosa il fraseggio di "Bird" Parker gli fa onore. È solo che lo vedo molto limitatamente americano.
***
Di Hofmann c'è il libro che narra le vicende che l'hanno portato alla scoperta dell'LSD ed alcuni "viaggi" sperimentali.
In italiano è reperibile col titolo:
Hofmann Albert
LSD. Il mio bambino difficile
Apogeo, 1995