giovedì, aprile 28, 2005

racconto frigidairiano

Prosegue la pubblicazione dei racconti frigidairiani. A parte i nomi dei personaggi, sono storie vere, fatti realmente accaduti. Come ho già fatto presente, alcuni sono di taglio hard, quindi chi ha problemi con un certo linguaggio, non legga i racconti frigidairiani. Perché leggerli per forza?

Schiuma hard core

C’era un tipo – che chiamerò Benci - che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare in redazione. Era un ragazzo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue. Era un personaggio mitico (ora non è più tra noi, è morto di overdose), era stato sposato con una ragazza bellissima, molto alta anche lei (circa un metro e novanta), magra, nervosa, atletica. In un paese dove l’altezza media delle persone era di un metro e sessantacinque, loro due formavano una coppia che suscitava sconcerto, e, forse, ammirazione e invidia. Il matrimonio comunque durò meno di sei mesi, perché lei, un giorno, fu ricoverata in ospedale per le percosse ricevute. Almeno così si diceva, e la cosa mi stupì, perché ho sempre considerato Benci un bonaccione, un tipo generoso, sempre disponibile verso gli altri.
Con Benci talvolta andavo in una vecchia casa abbandonata sperduta nella campagna a sparare con una 44 Magnum, la gigantesca pistola dell’ispettore Callaghan. Non so dove avesse trovato quel cannone, né quale uso intendesse farne, a parte il tiro a segno con bottiglie, sagome di legno, angurie (che colpite dalle grosse pallottole blindate in rame esplodevano come bombe imbottite di semi e polpa rossa); chi non ha mai provato a impugnare e a premere il grilletto di un’arma simile non può neanche immaginare la potenza di quello sparo, e il rinculo che rischia di scaraventarti la pistola sul petto, se non viene stretta a due mani, con forza e concentrazione.
Poi mi trasferii a Roma e ne persi le tracce. Quando tornavo al paese però, circa una volta al mese, mi capitava di vederlo in giro per il viale alberato. O meglio, non in giro, ma sulle panchine, seduto con qualche altro perdigiorno come lui (era un operaio in cassa integrazione perenne), oppure sdraiato sulla panchina, troppo corta per lui, coi piedi fuori, addormentato, o svenuto, indicato a dito dai cittadini che dicevano che era diventato un drogato e uno spacciatore.
Un giorno che passeggiavo per il viale sentii il suo inconfondibile vocione che mi apostrofava. Mi girai e lo vidi, seduto a gambe larghe sul marciapiede che correva lungo il perimetro del palazzo della ferramenta. Mi chiamava agitando un braccio. Mi avvicinai, gli tesi la mano e mi sedetti accanto a lui.
“O’ sei te” disse, “è da un po’ che non ti si vede”.
“Già” dissi, e intanto scrutavo il suo volto: gli occhi erano infossati in due profonde occhiaie scure e la pelle era come incartapecorita. I capelli erano scarmigliati, in disordine sulla fronte lucida, e gli abiti sporchi e stazzonati. Sì, erano segni inequivocabili della deriva nell’eroina.
“Be’, dimmi una cosa, è vero che lavori là in quel giornale di scoppiati?”
Nella parola scoppiati c’era un che di ironico, dubito che avesse mai letto la rivista. Probabilmente ne sentiva parlare in giro. “Sì” confermai.
Seguì un silenzio. Ci guardavamo intorno con aria distratta, osservavamo i cittadini, sempre gli stessi da una vita intera, che transitavano sul viale, a piedi, in moto, in bicicletta, in auto.
“E tu?” domandai. “Spari ancora con quel pistolone?”.
Benci sospirò. “Uh. L’ho venduta”.
Aveva venduto la Magnum. Sull’uso del denaro ricavato non avevo dubbi.
“Oh” disse con tono spavaldo, “comunque adesso uso un altro pistolone, ah-ah”, e si portò la mano al cavallo dei pantaloni. Lo guardai con aria interrogativa. “Sì, questo pistolone qui” disse, toccandosi l’inguine.
“Buon per te” dissi.
“L’hai detto. Lo ficco tra le gambe delle azdore sposate”.
“Ah” dissi, sorpreso. Non avevo mai sentito Benci parlare di sesso. “Così hai delle amanti sposate?”
Scoppiò a ridere e si perse per qualche secondo in un accesso furioso di tosse. “Amanti?” disse, quando la tosse si fu calmata. “Diciamo pure amanti. Io me le sbatto mentre il marito è lì che guarda”:
“Ma no” dissi, sempre più sbalordito.
“Oi! Tu non immagini. C’è tutto un giro, a Lugo, a Ravenna, di coppie depravate che cercano degli stalloni che si sbattano le mogli. Poi ci sono alcuni mariti che lo vogliono prendere nel culo mentre pompano la moglie, ma io quella cosa lì non la faccio”.
La mia mente aveva già iniziato a lavorare alacremente. Ero sempre alla ricerca di spunti per qualche servizio, e già qualcosa si stava configurando. C’era una rubrica, inventata dal direttore, che si chiamava Schiuma. Era un contenitore onnivoro dove inserire qualunque storia strana, storie pesanti, storie perverse, ritratti di personaggi. La vicenda di Benci mi sembrava perfetta. Mi chiesi, ma una sola volta, senza angosciarmi, se era tutto vero. In realtà il problema non si poneva. In Schiuma i personaggi parlavano in prima persona, il giornalista non faceva che trascrivere il testo (era uno stile che in seguito venne copiato da alcuni grandi giornali per le interviste). Era dunque un racconto, e la responsabilità era tutta di chi raccontava. Non da un punto di vista giuridico, ovviamente, ma a noi non importava un fico secco dell’aspetto giuridico.
Gli chiesi di raccontarmi tutto, con dovizia di particolari. Benci, che sembrava non aspettare altro, si lanciò in una lunga storia che aveva come asse portante un sistema di annunci in codice coi quali le coppie comunicavano con gli “stalloni”. Si vedevano nelle case, parlavano, bevevano, alcuni avevano anche della coca; poi la moglie si spogliava, lentamente, e così via.
“Ma ti pagano?” chiesi.
Benci rovesciò indietro la testona, ma il gesto fu troppo brusco e sbatté violentemente contro il muro. Bestemmiò a lungo, massaggiandosi la nuca.
“Delle volte. Dipende. Se la moglie è buona lo faccio anche gratis, però voglio un po’ di roba”.
Non indagai sulla “roba”, se intendeva coca o ero. Comunque la storia era già scritta nella mia testa. Non ho mai registrato le interviste, perché non ero bravo a parlare, mi confondevo; però mi imprimevo a fondo nella mente il parlato del soggetto ed ero in grado di restituire con precisione le frasi. E poi in Schiuma c’era grande libertà di stile, se necessario si modificava, si riscriveva.
Stavo per proporgli l’idea dell’intervista, ma prima volevo parlarne col direttore, perché c’era un aspetto importante da chiarire.
“Benci, ti va una birra?” chiesi. “Vado al bar e ne prendo un paio.”
“Volentieri” disse.
“Allora aspettami qui. Non ti muovere, d’accordo?”
“E chi si muove?”
Attraversai il viale ed entrai nell’enorme bar della sezione del P.C.I., che a quell’ora di un pomeriggio feriale era semivuoto. C’erano solo un paio di tavolini occupati da pensionati che giocavano a carte. Andai verso la cabina del telefono e chiamai Vincenzo Sparagna. Per fortuna lo trovai in redazione. Quella storia andava definita subito, chissà che fine avrebbe fatto Benci l’indomani. Il direttore mi ascoltò attentamente, poi, a racconto ultimato, restò qualche secondo in silenzio a meditare. “Uhm, si può fare” disse.
“Però c’è un problema” dissi.
“Che problema?”
“La foto. Non credo che accetterà di farsi fotografare.”
Altro silenzio meditativo. “Be’, questo è vero. Allora perché non gli fotografi... vediamo... il bacino?”
Geniale! Non ci avevo pensato. Non mi sarebbe mai venuta un’idea simile. Era forte, mentre un ritratto del viso in fondo sarebbe stato banale. Dissi che ci avrei provato. Stabilimmo la lunghezza massima del testo, lo salutai e riattaccai. Poi comprai due lattine di birra e raggiunsi Benci, che intanto si era addormentato con la testa appoggiata al muro.
Stappammo le lattine e bevemmo una lunga sorsata. Quando la birra terminò Benci era un po’ rinvigorito. La birra è sempre stata la bevanda preferita dei tossici, perché “tira su” l’ero quando inizia il terribile calo che fa cadere le palpebre e ciondolare la testa. Allora gli proposi l’idea: un’intervista sulla sua storia, e una foto. “Ma non una foto non del viso, perché... non ti andrebbe, giusto?”
“Oh” disse, guardandomi con tanto d’occhi. “Guarda, non me ne fregherebbe proprio un cazzo. Che me ne frega di questi qua?” e indicò con una mano il viale. “Che me ne frega di questo branco di contadini sfigati pieni di soldi e di merda? Però c’è mia madre che... insomma diventerebbe matta.”
“Appunto” dissi. “Allora ho quest’idea: ti fotografo il pistolone”.
Glielo dissi con assoluta nonchalance, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. D’altro canto per noi tutto era normale, non esisteva nulla di troppo hard, nulla di sconveniente. Avevamo addirittura pubblicato un Manuale del killer professionista che insegnava come uccidere un uomo, un’iniziativa ironica e provocatoria che aveva provocato furiose polemiche e anche una denuncia con relativo sequestro delle copie.
Benci scoppiò a ridere. “Cosa? Vuoi dire che mi fotografi... l’uccello?”
“Proprio così”.
Continuò a ridere, ed io ero un po’ preoccupato, perché quell’eccessivo uso di energia della risata poteva accelerare un calo micidiale della droga e farlo crollare.
“O’, ma allora è vero, siete proprio una manica di scoppiati!”
“Scoppiatissimi” dissi.
Forse questa battuta gli piacque, oppure lo intrigava l’idea provocatoria, un sasso nello stagno culturale del paese. “Tanto lo sapranno tutti che sono io, ah-ah!” Accettò.
“Bene, allora andiamo. La facciamo a casa mia”.
“Ma come, adesso?”
“Certo. Perché rimandare? E poi domani devo tornare a Roma”. Era vero, ma il motivo era un altro: uno come Benci si sarebbe perso dopo poche ore, oberato dai problemi della roba, dall’astinenza eccetera. Impossibile stabilire un appuntamento per il giorno dopo. O subito o mai più.
Ci alzammo e andammo verso la mia vecchia Reanult 4.
“Hai ancora quella cinquecento?” chiesi. Lui, un gigante, affermava di trovarsi bene solo con la macchina più piccola del mondo.
“L’ho venduta” disse.
“Ah. E il vespino?” Era buffo Benci in sella a quel piccolo scooter, sembrava un enorme cavaliere mongolo in groppa a un pony.
“Ho venduto anche quello. Che me ne faccio? Abito a cento metri da qui, e non c’è nessun altro posto dove andare”.
Arrivammo alla mia casa semidiroccata, dove al piano terra, in una stanzona, viveva la mia vecchissima nonna. Salimmo al primo piano, nell’appartamento quasi privo di mobili dove avevo vissuto quando abitavo al paese, e lo feci piazzare di fianco alla finestra del piccolo soggiorno. Presi la Polaroid SX 70, una macchina di gran moda a quei tempi (tutti gli artisti di tendenza si esaltavano e scattavano centinaia di foto con la SX 70) e mi piazzai a circa due metri da lui, in ginocchio. “Ok” dissi. “Allora giù i pantaloni e le mutande”.
Forse ebbe un breve attimo di incertezza, ma se ciò avvenne lo dissimulò perfettamente. Invece lanciò un’occhiata preoccupata alla finestra e disse: “tira ben giù la tapparella, che se ci vedono ci prendono per due culattoni”.
Ecco un pensiero che non avrebbe mai attraversato la mia mente. Ero unicamente concentrato sulla foto. Finché la polaroid non usciva dal carrello della macchina il servizio sarebbe stato inutile.
“Dai, sono pronto” dissi quando ebbi abbassato la tapparella e inserito i piccoli flash a torcia sulla SX 70. Allora Benci, con gesto deciso, si calò i pantaloni e le mutande e rimase col batacchio che dondolava tra le cosce pelose. E qui, mentre inquadravo il suo organo genitale, fui assalito da una tremenda, irresistibile crisi di riso. Vidi me stesso chino con una macchina fotografica di fronte a un gigante tossico coi pantaloni calati e mi venne in mente la sua frase: “siete proprio una manica di scoppiati”. Chi era più scoppiato, io o lui? Nascondendomi dietro la macchina riuscii a non esplodere in una risata che sarebbe stata molto imbarazzante, perché l’avrebbe fatto sentire ridicolo, preso in giro; in realtà non volevo affatto prenderlo in giro, mi stava semplicemente offrendo una storia strana, un storia forte, estrema, che era ciò che cercavo. Però vedevo la scena da fuori, come se fossi un insetto che volava nella stanza: io inginocchiato, lui col batacchio a penzoloni, era impossibile resistere. Scattai quattro foto tutte uguali, con l’unico scopo di ripararmi dietro la macchina e reprimere la risata che mi toglieva il respiro.
Alla fine riuscii a calmarmi e guardammo le foto. Erano abbastanza inquietanti. Perfette.
“Certo che se era un po’ duro era meglio” disse Benci prendendosi in mano l’arnese e squadrandolo con aria critica. “Solo che qui... non ce la faccio mica a indurirlo. Non ce l’hai un giornale porno?”
Dissi che non l’avevo. C’era qualche numero del Frigido con immagini pornografiche, ma non l’avevo con me. “Vanno bene così” dissi.
“Se lo dici te” disse.
Ci sedemmo al vecchio tavolo rotondo, che proveniva dalla sede della radio libera che avevamo fondato cinque anni prima, e rollai una canna. Benci fece un paio di tiri, ma senza entusiasmo. I tossici sono indifferenti al fumo. Erba ed eroina appartengono a razze diverse, non hanno nessuna interazione. Un tossico neanche la sente l’erba. L’eroina richiede l’alcool, che è una droga del tutto simile, un parente stretto che la rinvigorisce quando perde potenza.
“Devo andare” disse Benci alzandosi. Ebbi la netta sensazione che stesse diventando nervoso. Probabilmente aveva bisogno della dose serale. “Devono passare a prendermi per andare a Ravenna per un certo businness”.
Riposi le polaroid in una busta e scendemmo le scale. Non staccai il contatore della luce. Quando tornavo al paese non dormivo nella mia casa, perché c’era polvere e abbandono, ma dai miei. Quella sera, però, volevo scrivere il testo dell’intervista, perché infuriava nella mia mente, e premeva per uscire.
Lo accompagnai sul viale, di fronte alla sua panchina preferita. Il tramonto si annunciava con la sua luce rossastra.
“Hai una sigaretta?” chiese, guardandosi intorno con insistenza.
“Aspetta qui” dissi. Andai alla tabaccheria, comprai una stecca di sigarette e gliele porsi.
“Vuoi che... stia con te?” chiesi, spinto da un improvviso senso di malinconia all’idea di mollarlo da solo su quel viale deserto.
“Che?” esclamò, guardandomi sorpreso. Gli occhi si erano arrossati, ed erano più stretti. La crisi iniziava a farsi sentire. “Ma no, tra un po’ arriva quel soggetto che mi porta a Ravenna. Be’, ti saluto” disse, e uscì di getto dalla macchina.
Lo guardai allontanarsi con passo frettoloso, la testa ciondolante sul grosso collo e la stecca di sigarette sotto il braccio. Dopo due secondi era sparito dalla mia vista. Chissà dov’era finito, in quel viale deserto privo di nascondigli.

3 commenti:

Papero ha detto...

Forte. Secondo me quel Benci ti ha raccontato un bel po' di fregnacce, ma in fondo hai ragione tu. E' la sua storia, lui te l'ha raccontata, questo importa. E' un personaggio abbastanza tragico, ancorché fa ridere, è comico. Bello comunque.

maline ha detto...

È vero, è un racconto disperato e divertente; tragico e comico. Così come non ha importanza se la storia sia vera o meno (ma un racconto, fosse anche del tutto inventato, quando è meno vero?). È la capacità di vedere il bicchiere sia mezzo pieno che mezzo vuoto contemporaneamente. In fondo questi, quei personaggi non sono mai stati eroici, bensì carne da cannone -questa è la tristezza, sebbene non mi sia mai sentito di dover giustificare un junkie. Una parte di quella generazione se ne è andata proprio così, tra illusioni e incapacità di adattamento. Finiti "sotto la ruota", per riprendere un titolo di Hesse.

maline

Anonimo ha detto...

ancora una volta mi hai colpito....bella baldrus continua a scrivere storie!!!!
piero