Sillabe pericolosePiù volte mi sono chiesto come mai le donne della Bassaromagna, in particolare le signore di una certa età, abbiano serie difficoltà a pronunciare le sillabe “au” e “ou”: Laura diventa “Lavra”, autocarro “avtocarro” (ma c’è anche la variante “altocarro”, come “altomatico”), mentre “outlook” assume le forme di “ovtlok!” e così via. Io, per esempio, ho passato l’infanzia e l’adolescenza sentendomi chiamare “Mavro”. E’ una caratteristica singolare, buffa, enfatizzata fino al grottesco dai vari Ferrini, Giacobazzi, che fanno il verso proprio a queste signore, e hanno contribuito a rendere la pronuncia romagnola una sorta di pretesto per abbandonarsi a grasse risate. Da dove viene questa difficoltà? Ho pensato che possa derivare dall’alfabeto del ventennio, quando la “u” si scriveva”v”, come nell’antica Roma; è certamente una spiegazione plausibile, ma non l’ho mai ritenuta davvero esaustiva. La questione è più complessa, non ho mai avuto dubbi. Così mi sono messo ad ascoltare il suono, a considerare cioè l’aspetto fonetico: la lettera “a” è parte della sillaba “ah” che può significare dolore, sorpresa, ma anche piacere, abbandono (“ahhh...”), e così, con qualche sfumatura diversa, la lettera “o” e la relativa sillaba. Poi ho collegato la fonetica alla fisiognomica, perché è il arrivo la novità della “u” che crea le sillabe incriminate: per pronunciare “au” la bocca deve fare una contrazione, e le labbra devono allungarsi sensibilmente quando arriva la “u”; provando, riflettendo, guardandomi allo specchio ho concluso che è una posizione della bocca che ricorda la suzione, sia da un punto di vista fonetico che fisiognomico: succhiare insomma, la tettarella, il capezzolo materno; oppure, più probabilmente, il membro maschile. Sì, ho pensato che le signore della Bassaromagna abbiano introiettato un imbarazzo antico, atavico, verso queste sillabe perché quando le pronunciano una voce ad altissima frequenza nascosta nell’inconscio sussurra loro che stanno effettuando una prestazione sessuale orale, e quindi questa forma di cortocircuito determina una risposta a bassissima frequenza che le obbliga ad ammorbidire, o a neutralizzare, il pericolo.
Ovviamente era solo un’ipotesi, per lo più eccentrica. Ogni tanto riflettevo, e mi veniva da ridere pensando a qualche cliente di mia madre parrucchiera che vedeva se stessa, senza esserne cosciente, nell’atto di prendere in bocca un membro maschile.
Poi mi sono imbattuto nel fulminante capitolo di un libro che stavo leggendo. E’ la descrizione di un rapporto sessuale, e sono 17 pagine (17, sì) prodigiose, va detto: il libro è Caos Calmo di Sandro Veronesi, che ha un’abilità stregonesca nel condurci come viaggiatori incantati, strabiliati, attraverso descrizioni anatomiche che scivolano, senza che ce ne rendiamo conto, in estrosi, affabulatori, paradossali flussi di coscienza. Alcune parti di questo capitolo, che si riferiscono proprio a un rapporto orale, hanno confortato la mia ipotesi. Ora so che non solo è suggestiva, ma è molto, molto attendibile.
“Oh, l’inizio di un pompino – Oh. Ogni volta mi stupisco che una cosa così semplice possa essere anche così infallibile. Una bocca che si apre e via: che ci vuole? Chiunque può farlo. E perché allora non succede di continuo? Perché ne facciamo una merce tanto rara? Siamo pazzi, tutti.
– Vorrei tenerlo in bocca tutta la notte – dichiara Eleonora Simoncini, a voce alta, stringendo il cazzo a un centimetro dalle labbra come fosse un microfono. E questa è una cosa bellissima da sentirsi dire, veramente bellissima e risolutiva, perché è come se mi avesse invitato a lasciarmi andare all’indietro, in shavasana, sull’erba, a guardare le chiome dei pini, se proprio non posso chiudere gli occhi, e le stelle sfocate, e la luna ardente, mentre lei finisce di perseguire il suo ideale di virtù ricompensata. Però, per quanto possa essere rassicurante il senso delle sue parole, c’è stato qualcosa nel loro suono che mi ha sconvolto, qualcosa di smerigliato, sì, e di affilato, come una specie di sacra, lancinante scudisciata che mi ha trapassato il corpo in tutta la sua lunghezza – la sensazione fisica più intrusiva mai provata in vita mia. E’ passata, ormai, è durata un solo istante, e lei ha ricominciato a succhiare, concreta, produttiva, nell’intento ormai lampante di farmi venire nella sua bocca; ma la scoperta che si può provare anche quello sbilancia daccapo tutto.
– Ridillo – sento me stesso ordinare.
Eleonora Simoncini si ferma di nuovo, fa sgusciare il cazzo fuori dalla bocca, vola all’indietro i capelli con una bellissima mossa della testa, e mi guarda, divertita. Poi ripete il giochetto del microfono, ora più smaccatamente, prendendo il cazzo con tutte e due le mani e parlandoci sopra ad occhi chiusi, come fanno i cantanti confidenziali che probabilmente ama.
– Vorrei succhiartelo tutta la notte – ripete.
Stavolta è anche più forte, quasi insopportabile. La vibrazione, sì, la vibrazione che la sua voce emette a un millimetro dalla mia cappella, la ‘u’ e la ‘o’, soprattutto, la vibrazione della ‘u’ e della ‘o’: come un fendente che penetra attraverso il simbolo stesso del penetrare, una frequenza di unghie che raschiano la lavagna, e poi l’eco cavernosa di un lamento micidiale che risuona nella più remota profondità dei lombi, il riverbero di un dolore lontano e disperato...”
Purple Hazedi Jimi Hendrix
Foschia porpora nella mia mente,
Le cose non sembrano più le stesse
ultimamente,
Mi comporto in maniera buffa ma non so
perché,
Scusami, intanto che bacio il cielo.
Foschia porpora tutt’intorno,
Non so se salgo o scendo.
Sono felice o disperato?
Come che sia, quella ragazza mi ha incantato! Aiuto, aiuto…
Sì, foschia porpora nei miei occhi
Non so se sia giorno o notte
Mi hai fatto andare fuori, fuori di
testa.
E’ domani o è proprio la fine del tempo?
Fathers and sonsPadri importanti, padri dal carattere forte e tormentato, figure lontane e conflittuali, padri artisti, hanno spesso causato problemi ai loro figli.
Sì, il loro impegno nell’arte, spesso totalitario, esclusivo, dominato da ferite interiori da cui sono nate talvolta grandi opere, li ha portati a un fallimento esistenziale, a una distruzione del proprio ruolo di padri.
Non vogliamo generalizzare, né sostenere che questa sia la regola, ma Alessandro Manzoni ebbe tre figlie di salute cagionevole, Giulietta, Cristina e Matilde, morte giovanissime, consumate dalla tubercolosi, "dall'oppio, dalla morfina", e due figli, Enrico e Filippo, "abulici, passivi, megalomani, bugiardi, puerili, servili" (Pietro Citati, Il Male Assoluto): Enrico finì in prigione per debiti a 27 anni, Filippo dilapidò il suo patrimonio e quello della ricca moglie. E Gianni Agnelli, il cui carattere volitivo, capriccioso e cinico fu fuso nel personaggio di Donna Fulgenzia da Paolo Volponi nel romanzo Le mosche del capitale, ha avuto un figlio suicida (anche se qualcuno, come spesso accade, ha avanzato l'ipotesi di un omicidio).
Per questo, forse, da un padre come Gian Maria Volontè, grande attore, uomo di grande personalità e, forse, di grandi tormenti, che disse: "essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita", è nato ed è cresciuto, si è formato un figlio come Luca, già militante di Comunione e Liberazione, parlamentare dell’UDC, paladino contro l’aborto, il divorzio, uomo conservatore come suo padre era "contro", e "contro" il quale, nella sua fantasia, probabilmente sta ancora combattendo.Guardandoli, e ascoltando Luca che parla in televisione, osservando la sua immagine conformista, i suoi modi trattenuti e rigidi, penso con un certo turbamento che sembra un destino della nostra specie che le colpe dei padri ricadano sui figli.
(Fathers and sons è il titolo di un famoso disco di Muddy Waters e di un libro di Ivan Turgenev)
Ma che paese è questo?
Sull'ultimo numero de L'Espresso vi è un réportage a firma Fabrizio Gatti che non esito a definire terrificante. Il giornalista (sfatando, con questo pezzo, un po' di fama dei reporters italiani inclini alla pigrizia, poco propensi a buttarsi in inchieste sul campo rischiose e dagli esiti dubbi), fingendosi un lavoratore clandestino sudafricano (bianco) è andato in Puglia, a indagare sul mercato clandestino della raccolta dei pomodori. Avevamo letto varie inchieste su questo fenomeno di lavoro sommerso, e sulle condizioni di vera e propria schiavitù cui sono sottoposti gli immigrati, ma nessuno, mai, si era spinto tanto in profondità nel raccontare l'orrore e il regno degli Inferi sulla Terra. Narra Fabrizio Gatti dei padroni, che parlano con spiccato accento pugliese, e gestiscono campi di raccolta "sicuri, perché controllati dalla Mafia", che chiedono, ai novizi, di fornire loro una ragazza "da violentare" (di questo si occupano i famigerati "caporali", perlopiù maghrebini), oppure niente lavoro; di sequestri di persona, con pestaggi talvolta mortali; di paghe da fame per dodici, quattordici ore di lavoro; di obbligo di acquisto di cibi scadenti a prezzi di strozzinaggio, da cucinare nelle catapecchie in cui dormono, senza luce né acqua; di acqua non potabile, estratta da pozzi inquinati, che sono costretti a bere e a pagare; di continue angherie, umiliazioni, violenze, catture di fuggitivi; e i pochi che hanno tentato di rivolgersi alle cosiddette forze dell'ordine, cioè la questura di Foggia (siamo a due passi dal Gargano, zona ultraturistica), hanno ottenuto come unico risultato l'arresto e il rimpatrio per la Bossi-Fini, mentre i padroni, e i caporali, sono sempre liberi di agire indisturbati e impuniti. Ora, non so se vi sia qualche forzatura, diciamo alcune "spinte" giornalistiche, anche perché il servizio ha, in alcuni punti, come dei buchi, delle reticenze, dà come l'impressione di non avere approfondito abbastanza alcuni aspetti (per esempio le condizioni personali del giornalista, che sembra un po' fuori dalla storia), ma è enormemente verosimile, con dati, dettagli estremamente credibili. Mi sono chiesto come sia possibile che in un paese che non è il Brasile, con le favelas, o la frontiera degli USA col Messico, dove abbiamo letto altre storie raccapriccianti di sfruttamenti, o le periferie delle metropoli indiane o africane, ma un paese cosiddetto occidentale, possano esistere situazioni di tale orrore, e una tale inefficienza delle forzi di polizia. Poi vedo i governanti, in questo momento del centrosinistra, Prodi che sale su un aereo, D'Alema che parla della pace in Libano, e di nuovo mi chiedo se è tutto vero, o non siamo immersi in una sorta di incubo, di società scoppiata segmentata per spazi indipendenti, a sé stanti, con la schiavitù, i lager degni dei nazisti, i reality televisivi, i telegiornali, tutto, e tutto questo non sia reale, ma una catastrofe molecolare di organismi impazziti.