giovedì, maggio 04, 2006


Lavorare stanca

Mia nonna Adelcisa ha lavorato come mondina per tutta la vita. E’ un mestiere, questo, che era molto diffuso nella pianura padana, fino agli anni Sessanta, quando ha iniziato a scomparire per il prosciugamento di molte risaie e per l’introduzione delle moderne tecniche di coltivazione.
Nonna Adelcisa, come tutte le persone anziane, mi raccontava spesso le sue giornate di lavoro. Erano impresse a fuoco nella sua memoria, perché rappresentavano una parte molto importante della sua vita, della sua giovinezza. Lavorava dieci, dodici ore al giorno, per sette giorni alla settimana, sempre coi piedi nell’acqua fino al ginocchio. C’era una pausa per mangiare, a mezzogiorno, e il pasto era composto da due cipolle crude e pane. Insisteva molto su questo particolare delle cipolle, che avevano probabilmente una doppia funzione: un pasto povero, in tempi di miseria, dove la carne, il formaggio, erano un lusso; ma anche un alimento che, con la sua componente basica, funzionava da antidoto all’esposizione prolungata al sole cocente. Ho pensato spesso a queste ragazze giovani e carine (perché guardando le foto dell’impareggiabile Enrico Pasquali, che negli anni Cinquanta ha documentato i lavori agricoli e le condizioni dei braccianti in Emilia Romagna, colpiscono quei visi giovani, allegri, delicati) che mangiavano cipolle come le mele. Che contrasto coi giorni nostri, col trucco sempre perfetto, e l’attenzione all’alito fresco ecc.
Le mondine hanno elaborato dei canti di lavoro molto particolari, canti collettivi con una voce solista cui facevano da contrappunto risposte in ritornello e piccoli cori, sul modello dei blues dei primi raccoglitori di cotone; registrazioni di questi canti sono state raccolte, e pubblicate su disco, da numerosi ricercatori.
Nonna Adelcisa ha fatto questo viaggio, nella sua lunga vita (è morta a 97 anni), che le ha lasciato un’artrite cronica alle caviglie, gonfie come zampe di elefante. E forse la sua giovinezza passata coi piedi nell’acqua, e la schiena curva per piantare il riso, strappare le erbacce, diradare le piantine, ha plasmato una parte del suo carattare, così forte, allegro, caparbio e anche un po’ folle.

(nella foto di Enrico Pasquali le mondine negli anni Cinquanta)

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Il lavoro della mondina ha caratterizzato la vita di molte delle nostre nonne e bisnonne della bassa padana.U lavoro duro e faticoso come molti dei lavori di allora, ma che le ragazze facevano cantando, orgogliose, credo, della loro dimensione, della autonomia che la schiena curva e i piedi nell'acqua procuravano loro.
Le cipolle e il pane, i pasti comunque parchi, essenziali, hanno costituito la colonna sonora di molti di loro, anche di quelli che lavoravano al caldo. E le ragazze, e' vrro, erano bellissime.
Ho le foto di mia madre, delle sue quattro sorelle, foto in bianco-nero, che lasciano spazio all'immaginazione, ma quanta sorridente bellezza in quei visi mai truccati, nei sorrisi larghi e cocciuti, ironici, dietrom ad un cappello di paglia o ai finestrini di un'automobile...e la canzoni, mia madre e mia nonna cantavano sempre quando lavoravano, ricordo il rumore dei panni sbattuti al sole d'estate e le loro canzoni.
bello il ritratto di nonna Adelcisa, folle anche nel nome, folle ...hai preso un po' da lei, Baldrus?
pap

Baldrus ha detto...

Penso proprio di sì, Pap, mi hai sgamato credo... nonna Adelcisa ha vissuto con noi da quando avevo tre o quattro anni, è stata una presenza fondamentale per me.

anon2 ha detto...

l'articoloracconto è bello, come sempre cmq, però devo dire che io i cori delle mondine li ho sentiti qualche volta e sono come quelli degli alpini, una cosa da orchite definitiva. Scusate la franchezza vè.

maline ha detto...

Sarà perchè avevo una zia che ha fatto per qualche tempo la mondina nella Bassa, ma l'abbinamento canti delle mondine-cori alpini lo trovo... perverso ;-)
Possono non piacere, per carità, ma sono in genere canti di lavoro (duro!) e di lotta; legati ad una condizione sociale. Non c'è nessun mondo fatto di cieli blu e valli verdi e di natura incontaminata... I canti degli alpini sono ben altra cosa: senza volerli buttare tutti nella spazzatura (ma dovrebbero essere spese anche due parole su quella cultura: chiusa certo, ma dove il senso della comunità è anche molto forte), lì si che si incontra il kitsch! Mazzolini di fiori... monti e valli d'ooooor... il primo pezzo alla mia maaamma, il secondo alla fidanzata (e al cane?)... mi sun alpin me piase l'vin... dove sei stato mio bell'alpino... -tanto per fare una breve rassegna dei più noti...
Nei secondi prevale la tristezza, il ripiegamento; i primi sono invece a volte quasi sfacciati, tipici di donne in qualche modo chine sì nel lavoro, ma pronte ad alzare la testa nel parlare e a mostrare la fronte.

maline

anon2 ha detto...

Oh, maline, hai ragione tu! Il tuo discorso è quello giusto, sono il primo a dirlo, ma io facevo solo una piazzata sul... come posso dì? orecchio, ecco, non sono mica facili da ascoltare questi cori, sono una cosa un po' da studiare, perché sono "interessanti", ma la musica, per il sottoscritto, è un'altra cosa. Per questo, e solo per questo, li ho avvicinati ai cori alpini.