domenica, marzo 06, 2005

Baldrus frigidairiano

Il tesoro di Skrunc

Durante le mie (rare) deambulazioni sociali mi capita di incontrare dei giovani di 20-25 anni che mi guardano un po’ stralunati e mi chiedono: “com’era a Frigidaire?” Questa domanda mi lascia sempre di stucco. Mi stupisce che dei ragazzi così giovani conoscano quella rivista che, vent’anni fa, ha sancito la nascita di una vera editoria underground italiana. Esiste ancora il mito, chissà perché. C’è curiosità, interesse, e quando mi lancio in qualche racconto li vedo rapiti, come quando si cerca di entrare nell’epica di una Frontiera scomparsa ma non dimenticata.
Fatto sta che ho deciso di pubblicare alcuni racconti frigidairiani, un po’ per mantenere viva la memoria storica di quegli anni, di quell’esperienza e di quei personaggi, e un po’ per divertirmi. Alcuni saranno di taglio hard, soprattutto nel linguaggio, ma era così che si parlava nell’ambiente (in seguito ho scoperto che il linguaggio non era poi dissimile da quello dei giornalisti dei periodici “perbene” milanesi, dove ho lavorato per dieci anni); e poi erano tempi hard, esperienze hard, per cui ho deciso di essere fedele agli stili, senza reticenze né autocensure. Se qualcuno trova questa scrittura imbarazzante abbandoni la lettura dei racconti frigidairiani.

Come tutti certamente sanno io ho lavorato in redazione a Roma, per circa un anno, occupandomi praticamente di tutto: foto, testi, titoli, rispondere al telefono, aprire e chiudere la redazione (ma non le pulizie, quelle me le sono evitate). Bene, una sera eravamo io e il disegnatore principe del giornale, il creatore di storie giovanili che sono entrate nel mito, una matita sopraffina, un colorista eccelso; lo chiamerò, per convenzione, Antò. Il lavoro in redazione era terminato, e noi, seduti nel bel giardino dell’elegante sede di Monteverde vecchio, eravamo alla ricerca di un po’ di droga pesante per alleviare il senso di fredda solitudine che ci mordeva l’anima, e anche per nutrire il nostro mai sopito istinto autodistruttivo, così vorace, così insaziabile in quegli anni. Le telefonate non avevano dato esito: i pusher erano tutti irreperibili, o era troppo presto o era tardi. Chi ha avuto la ventura di precipitare nella spirale delle droghe pesanti conosce la paranoia micidiale che toglie il respiro quando i dannati pusher non si trovano.
“E adesso che cazzo facciamo?” chiese Antò.
“Cazzo ne so” ho detto, al colmo della depressione.
“Vabbè” disse Antò, andiamo da Skrunc, ma senza telefonare, è sempre incazzato nero. Ha certamente della roba”
Skrunc, altro nome convenzionale, era un vignettista che collaborava col giornale. Oggi è un affermato vignettista che, dalle pagine di un grande quotidiano, ogni giorno disegna una scenetta in cui i politici vengono doverosamente sbertucciati. Roba fine comunque, niente a che vedere con la volgarità di un Forattini
Così saltammo su un taxi e andammo da Skrunc. Era in casa, per fortuna, da solo, in soggiorno, con una musica jazz in sottofondo.
“A’ Skrunc” disse Antò, con l’irruenza che lo contraddistingueva, una sorta di entusiasmo infantile irresistibile che creava il suo fascino particolarissimo, “Skrunc, abbiamo bisogno di un po’ di roba. Aiutaci, non troviamo nessuno!”
Skrunc mi lanciò un’occhiata in tralice. “Cazzo fai?” ringhiò, “ti ho detto mille volte di non piombare qua con della gente”.
“Ma Skrunc” ribatté Antò, “lui non è della gente, lo conosci, è il redattore del giornale”.
In effetti mi conosceva benissimo, avevamo anche parlato di lavoro varie volte al giornale. Però continuava a guardarmi storto, come se mi vedesse per la prima volta. “Non me ne frega un cazzo!” strillò, “tu qui devi venire da solo, chiaro?”.
Poi lo afferrò per un braccio e con uno strattone lo trascinò in un’altra stanza, sbattendo la porta. Lo sentivo, che gridava: “sei una testa di cazzo! Porti sempre della gente! Io non voglio rotture di coglioni, lo capisci o no?”
Antò non diceva niente, e cosa poteva dire? Il coltello dalla parte del manico era in mano a Skrunc, lui aveva la roba. Intanto io avevo capito che per me si metteva male. Alla fine della sfuriata Skrunc mi avrebbe invitato a togliere le tende e loro due si sarebbero strafatti. Mi salì una rabbia violenta: oltre alla paranoia dei pusher irreperibili dovevo anche inghiottire la frustrazione avvelenata del rifiuto, e del festino da cui sarei stato escluso!
Mi guardai intorno, soffiando dal naso come un torello che vede rosso, quando la vidi: sul tavolino porta riviste, su uno specchio con una cornice dorata, c’era una gigantesca pista di brown sugar pronta per essere sniffata. La gola mi si seccò. Di là Skrunc continuava a inveire, ma il ritmo era in calo, non c’era molto tempo. Così presi dal portafogli una banconota da diecimila e, tenendo d’occhio la porta, mi sniffai la roba. Era una dose eccessiva per me, che facevo un uso saltuario di polvere, ma l’ingordigia, e il pericolo di restare all’asciutto, mi spinsero a spazzarla via tutta in un’unica sniffata. Comunque non ero preoccupato: è estremamente difficile andare in overdose per uno sniffo. Tuttalpiù avrei vomitato.
Valutai l’ipotesi di lasciare le diecimila lire come parziale pagamento della roba, ma la scenata di quell’egoista di Skrunc mi fece desistere. Così imparava a chiamarmi della gente!
Proprio mentre la discussione (o meglio, l’invettiva di Skrunc) stava terminando aprii la porta d’ingresso e corsi giù dalle scale. Era fatta. Avevo avuto il mio nutrimento, e che nutrimento. Tra poco il calore avrebbe iniziato a diffondersi nella schiena, e, se fossi riuscito a ritardare il più possibile l’inesorabile rimbambimento che segue il flash iniziale, magari con una birra e un panino piccante, e a non dare di stomaco, il mondo, e la solitudine nella città tentacolare, mi avrebbero fatto ridere a crepapelle.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Quanto di autobiografico? E ...davvero si viveva cosi? Ed ora? Lo so che non e' un commento...

Anonimo ha detto...

Io sono tra quelli (di anni ne ho 30 compiuti di fresco) che Frigidaire non solo lo conoscono, ma ne conservano religiosamente le vecchie copie. A dirla tutta, ne ho anche qualcuna del Cannibale, con il vecchio Ranxerox pre-Liberatore.
Parlacene ancora, appena puoi. E parlaci anche di Paz (te l'avevo già chiesto una volta, ricordi?).
Ciao
Sergio Pasquandrea

solaris ha detto...

Sì, il Cannibale... con il vecchio Ranx... e Lula... quella era roba forte. Anch'io li conservo in originale, quasi religiosamente...Davvero: vero underground!

solaris

la_nico ha detto...

Mi associo a Sergio. E poi: giusto evitare i nomi, meglio immaginarli soltanto. E meglio far parlare il resto, quell'atmosfera, quei giorni. Quella città tentacolare di cui ridere. Complimenti, dal profondo di una generazione tanto abulicamente diversa (ok, sto scadendo nella retorica).
la_nico

solaris ha detto...

beh, potresti sì parlarci di Paz. Il linguaggio dei suoi fumetti è ancora quello che ogni tanto uso in privato con un'amica carissima: basta un cenno, una battuta e ci ritroviamo a farci due risate-siamo cresciuti anche su quelle tavole. Paz è in fondo stato un marchio di fabbrica per una certa generazione.
Forse potresti tentare una intervista immaginaria e darci così il "tuo" Paz.
Quella generazione comunque, cara nico ;-), offriva però rose abbastanza spinose, anche se il gusto della risata stava spesso in primo piano.
E comunque dovremmo di quegli anni citare anche "Il Male", graffiante e cinico...

solaris