lunedì, marzo 28, 2005

La macchia umana

E' considerato il romanzo più controverso di Phip Roth. Alcuni scrittori alla moda l'hanno stroncato (Piperno l'ha definito "un romanzo mancato"). Continuiamo il dibattito con l'intervento di una nuova collaboratrice del Blog.

La Nico

Il professor Coleman Silk è stato quel che si dice di un uomo illuminato. Ha svecchiato i princìpi baronali dell’università dove insegnava letteratura greca, è diventato preside. Ha spiegato ai suoi allievi che la letteratura inizia con una lite feroce fra Achille e Agamennone per banali motivi di corna: le più grandi tragedie nascono per ragioni futili, se dietro ci sono abbastanza malizia e energia repressa. Coleman Silk si è fatto molti nemici ma di onore nemmeno l’ombra. I colleghi biliosi non aspettano che un piccolo passo falso per poterlo far fuori, e un giorno, inaspettatamente, succede. Il professore fa l’appello e nota che due studenti non si sono mai presentati a lezione. Fa un’affermazione innocua: “Do they exist or are they spooks?” (“Esistono o sono spettri?”). Il significato più comune della parola “spooks” in americano è “spettri”, ma può voler dire anche “negri”, in senso spregiativo. Coleman vuole intendere la prima accezione, naturalmente, ma vuole il destino che i ragazzi siano proprio di colore, e che lo denuncino per razzismo. Parte una surreale macchina del massacro e Coleman lascia annichilito e furente l’università; vede morire la moglie che non ha sopportato l’onta, o la rabbia, o il disgusto. E da quest’uomo apparentemente finito inizia la strabiliante costruzione narrativa di Roth.
A monte dell’ineccepibile Coleman Silk, tanto per cominciare, c’è un segreto. Non tanto un’azione che ha svolto in passato, quanto un’azione che ha svolto verso il suo passato; una macchia che si porta addosso e che nessuno al mondo conosce, nemmeno sua moglie o i suoi figli. E poi, Coleman Silk ha un’amante. Un’amante con meno della metà dei suoi anni, selvatica e analfabeta, che gli è capitata improvvisa dopo la morte della moglie. Quando sembra che niente possa più somigliare alla vita, si attacca a tutto ciò che può diventarlo; e nell’estate in cui Clinton rischia l’impeachment per le effusioni di una stagista, Coleman trova grazie al Viagra una parvenza di vita nuova. Fa sesso con la sua giovanissima amante, sesso unicamente fine a sé stesso, sincero e appagante come deve essere. Al sesso non si deve chiedere altro, non a settantadue anni, e forse neanche prima. Ma è un altro passo verso il linciaggio, perché neppure i suoi figli accettano che un vecchio possa ancora vivere di soli spensierati orgasmi, con la navigata e naufragata esperienza della vita e i balli nel salotto su vecchie canzoni di Sinatra che gli ricordano com’era vigoroso, indomito e perfettamente felice a vent’anni. Nessuno capisce che quello di Coleman non è un flirt, ma un testamento, perché alla sua saggia e inverosimile amante decide di dare tutto ciò che ancora possiede: quel po’ che resta del suo corpo, e il suo segreto, la macchia.
La macchia umana (Einaudi) è stato tacciato di sessuomania, e mi permetto di dissentire. Roth non tesse l’elogio degli amplessi di Clinton né di Coleman: parla piuttosto dell’invecchiare senza averne le armi, dell’impossibilità di sopravvivere al devastante ricordo della giovinezza. Allora il sesso sintetico - la pastiglia di Viagra che inghiotte, disperatamente solo, mentre aspetta l’amante – non è la soluzione, è piuttosto l’estremo appiglio cui aggrapparsi quando tutto il resto è finito.
Roth crea un affresco imponente, poliedrico eppure compatto, pretenzioso perché in grado di esserlo. Piazza la retorica solo esattamente dove serve, stempera la magniloquenza nel flusso cristallino di parole ironiche e perfette, giusto un attimo prima che inizi a pesare. Erge il fatto personale a tragedia, epopea. La vita è un dramma in cui ognuno avrebbe voluto che qualcosa fosse andato diversamente, è un intrico incomprensibile di eventi che non abbiamo la minima capacità di comprendere, o di arrestare, o di penetrare, e che quasi ci appare inverosimile. Ed esattamente in questo sta la forza e la bellezza di Roth. Il lettore crede consciamente al parossistico e al paradossale perché decide di credere nell’essenza tragica della vita. Uno dei motivi, forse il più forte, del romanzo.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Hai ragione, La macchia umana è un libro bellissimo, e di quello che pensa Piperno non m'importa proprio un accidente.

solaris ha detto...

Piperno... Piperno... non era quello che vantava la "geometrica potenza di fuoco" del gruppo BR che assassinò la scorta di Aldo Moro? E che potranno mai capire lui e i suoi scritti della "geometrica potenza delle parole" di un Roth? (Certa gente riuscirebbe davvero a diventare "grande" solo se riuscisse a tener chiusa la bocca -e la penna nel cassetto).

"La macchia umana" ancora non l'ho letto, ma considero Roth uno dei grandi della letteratura -non solo americana. E a proposito delle accuse di sessuomania... beh, forse è il tempo andarsi a rileggere e a gustare le pagine (e sopratutto certe pagine)del "Lamento di Portnoy".

solaris