mercoledì, maggio 30, 2007
martedì, maggio 29, 2007

Indietro tutta
Piccolo scorcio su un pezzo di società italiana: i cosiddetti “statali” (termine improprio usato dai media per descrivere tutti coloro che lavorano nel settore pubblico, con condizioni economiche e lavorative molto diverse), e il contratto dei pubblici dipendenti di cui si è tanto parlato (i famosi 101 euro). Stanotte si sono concluse le trattative. In sintesi, sono stati concessi i 101 euro promessi (lordi, vanno decurtati di circa il 30%), ma è partita una sperimentazione che porta la durata dei contratti da biennale a triennale. Ci sono pochi dubbi sul fatto che un anno in più significa una perdita dei salari (che non vengono adeguati anche per il terzo anno); salari che, ricordiamo, sono da fame: attualmente un dipendente comunale di categoria C con cinque anni di servizio (ex sesto livello) guadagna circa 1000 euro; uno di categoria D (ex settimo, per accedere dall’esterno è richiesta la laurea) non arriva a 1200. Ci si chiede perché il sindacato arretri di continuo; per debolezza? Perché è in atto un attacco mediatico, molto violento nei toni, contro tutto ciò che è pubblico (le polemiche demagogiche sugli “statali fannulloni ” che lavorano “la metà” dei privati)? Oppure - ed è un’ipotesi particolarmente inquietante - perché c’è il governo amico? E’ certamente l’ipotesi del sindacato autonomo RDB, molto critico verso il sistema, e nel sistema inserisce anche il sindacato confederale. Ecco il comunicato RDB:
UN ACCORDO INDEGNO
NO AI CONTRATTI DI TRE ANNI !!!
Cgil, Cisl,Uil e Governo Prodi hanno firmato un accordo che modifica e peggiora la struttura dei contratti, oggi per i lavoratori del pubblico impiego, domani per tutti gli altri.
Un accordo che trasformando i contratti attualmente biennali, in triennali diminuisce i salari e calpesta la dignità dei lavoratori.
Il Governo smentisce quanto sottoscritto con l'accordo del 6 aprile scorso in cui si manteneva l'assetto contrattuale e le risorse dei contratti per i dipendenti pubblici riguardavano tutto il 2007.
E' chiaro che le chiacchiere sulla “sperimentazione” e sul fatto che riguarderà solo i lavoratori del pubblico impiego non reggono: un tale accordo e la previsione di rivedere l'intera struttura del contratto entro dicembre si riferiscono ovviamente a tutto il mondo del lavoro
La triennalizzazione dei contratti era un obbiettivo perseguito da tempo da Confindustria su cui si era già cimentato senza successo Berlusconi, ci volevano un Governo di centro sinistra e i sindacati "amici" per riuscire in questo capolavoro!
La mancanza di uno strumento di adeguamento automatico dei salari all’inflazione reale (la scala mobile) rende l'allungamento dei contratti di un anno un elemento di ulteriore impoverimento delle famiglie dei lavoratori dipendenti che già non arrivano alla quarta settimana.
Apriamo immediatamente la mobilitazione in ogni luogo di lavoro e respingiamo questo accordo vergognoso.
Chiediamo l’immediato avvio della discussione in Parlamento della legge di iniziativa popolare per una nuova scala mobile su cui abbiamo raccolto e consegnato al Senato oltre 100.000 firme.
Ecco invece un passo del freddo, burocratico comunicato del sindacato confederale CGIL CISL e UIL:
“L’essere riusciti a salvaguardare questo patrimonio, ed anzi, grazie proprio a questo straordinario fattore, essere riusciti a raggiungere l’accordo tra mille difficoltà e tensioni, che pure fino all’ultimo hanno traversato il tavolo, è per noi motivo di orgoglio e di fiducia per il lavoro che ci aspetta a partire dalle prossime ore”.
venerdì, maggio 25, 2007

Ricconi-smart
Il presidente-smart degli industriali italiani, i peggiori d’Europa come li ha definiti una volta Prodi (che li conosce bene perché ci ha pomiciato per tutta la vita), i peggiori del mondo dico io, tra le altre cose ha detto che loro hanno “dato” molto, e ora tocca alla politica dare (a loro), perché nella barca sono quelli "che remano". Ma guarda un po’. Credevo che avessero soprattutto “preso” nella lunga storia di finanziamenti a fondo perduto, assistenzialismo selvaggio, cassa integrazione a volontà con la quale hanno devastato l’INPS, attentati ai diritti del lavoro, truffe mondiali come il caso Parmalat e molto altro. Deve essere come scrivono i giornali, cioè che il presidente-smart, dopo varie soffiate, allusioni, e continue smentite da parte sua, sta davvero per entrare in politica. Così alle prossime elezioni dopo Briatore questo paese dovrà farsi carico anche del presidente-smart. Che avrà un successo clamoroso, perché è noto che noi italiani adoriamo i ricchi, i potenti, diamo fiducia a chi ostenta il lusso, lo sfarzo. Li ammiriamo e li votiamo. Infatti siamo l’unico paese al mondo ad avere ancora un sultano.
martedì, maggio 01, 2007
venerdì, aprile 20, 2007

martedì, aprile 17, 2007
giovedì, aprile 12, 2007

Va' pensiero
Noi controlliamo i nostri pensieri? Sì, ma non totalmente. La psicanalisi ci ha insegnato che esistono le ossessioni, le pulsioni, che sono dinamiche prodotte dal cervello ma che possono assumere forme proprie, sorta di personalità ospiti della struttura madre, cioè noi stessi.
Sta di fatto che spesso, camminando, o lavorando, o in autobus, mi accorgo che i pensieri se ne vanno per strade ignote o eccentriche, e mi stupisco della stranezza dei percorsi.
Per esempio, se cammino lungo il fiume immagino di vedere una persona che si dibatte in acqua, e chiede aiuto. Io mi butto nella corrente gelida, e a rischio della mia vita riesco a tirarlo a riva. Chiamo un’ambulanza, e l’uomo – perché è un uomo, mai una donna – si salva. Qualche giorno dopo arriva una grossa berlina scura a prendermi sotto casa e scopro che l’uomo è un famoso imprenditore, ricchissimo e potente. Vengo condotto al suo cospetto e lui, gentile, anche se ancora provato dalla terribile esperienza, dice che mi deve la vita, mi chiede di cosa ho bisogno, qualsiasi cosa. Io dico che mi sono buttato per salvare una persona senza conoscerne l'identità, che non mi deve niente. Lui dice che questo mi fa onore, ma insiste, dice che senza di me ora lui non sarebbe qui a parlare. Ed io, alla fine, gli chiedo una casa. Sì, una casa, finalmente, per uscire dalla schiavitù dell’affitto. E lui solleva il telefono, scambia poche parole e stringendomi la mano dice di rivolgermi alla tale agenzia per ottenere qualsiasi tipo di casa io desideri, appartamento, villa, tutto.
Mica male, eh?
Oppure penso che ho un documento word importante, che serve per una indagine delicata. Non sono un poliziotto, né un magistrato, però sono coinvolto nell’indagine, non so perché. E’ un dettaglio insignificante. Ma il doc è protetto da password, una complessa sequenza alfanumerica andata smarrita. La polizia postale tenta senza successo di aprirlo, ma i tempi incalzano, così viene spedito in America, all’FBI, ma neanche lì riescono. Solo alla Microsoft, pare, sono in grado. Per questo dovrò andare a parlare con Bill Gates.
Questi pensieri strampalati emergono da chissà dove, spesso mentre cammino nel parco. Rido, ma non so se devo anche preoccuparmi.
mercoledì, aprile 11, 2007
mercoledì, marzo 28, 2007
lunedì, marzo 26, 2007
Sempre più frequenti le integrazioni tra editoria e web. Esiste una casa editrice unicamente in rete, vibrisse libri, che ha pubblicato quattro opere, scaricabili gratuitamente in formato pdf; ma le integrazioni, o commistioni, o contaminazioni, sono nel sito di wu ming sull’ultimo romanzo storico Manituana, dove è possibile leggere lavorazioni parallele al romanzo, racconti laterali, non inseriti nel libro, ma che permettono una ulteriore navigazione nel testo. Vi è poi Medium, romanzo on line di Giuseppe Genna, con una serie di collegamenti ipertestuali che rende questo testo praticamente sterminato. Insomma, scrittura è mobile.
venerdì, marzo 23, 2007
Su Manituana, l'ultimo libro dei Wu Ming appena uscito in libreria, segnalo una interessante intervista agli autori su Lipperatura.
mercoledì, marzo 21, 2007

Nuovi fondamentalismi
Spaventosa – e mi scuso per questo termine che può apparire eccessivo – la vicenda di Sircana ricattato per alcune foto che lo ritraggono mentre a bordo della sua auto si ferma per parlare con un trans. Spaventoso il fango che viene sparso dai soliti giornali fogna che alludono, fanno l’occhiolino, fingono di indignarsi. Spaventosa la malafede, la falsa morale, la creazione dello scandalo sul nulla. Ma la cosa più spaventosa è che anche in Italia ora si speculi sui comportamenti privati di qualcuno. Tempo fa da noi si rideva degli scandali americani o inglesi, dove vige da sempre un certo riserbo pruriginoso e ipocrita, derivato dal puritanesimo (gli americani sono i maggiori produttori mondiali di film ed editoria pornografica); da noi, si diceva, popolo di libertini, questa robaccia non avrebbe seguito, perché ognuno, nel suo privato, è libero di fare ciò che vuole; del sesso, poi, non ne parliamo. Spaventoso è che questo scandalismo invece stia sfondando, che venga usato come arma di ricatto. Sono i fondamentalismi che avanzano, l’aggressività rinnovata delle false morali, di chi manovra le religioni, sono gli effetti degli attacchi alle unioni “contronatura”. E’ la caduta a picco, in atto da anni, nell’involuzione sociale, politica, culturale.
lunedì, marzo 19, 2007
lunedì, marzo 05, 2007

Da Jane Austen sappiamo che una donna, nell’Inghilterra dell’Ottocento, aveva come unica possibilità di realizzazione quella di sposarsi. Da sola, era perduta; una delle grandezze della Austen è di avere mostrato donne indipendenti, tenaci, anche se bene inserite nel sistema. La storia – ci racconta Somerset Maugham – non è affatto cambiata nel primo Novecento, l’epoca in cui è ambientato Il velo dipinto, famoso romanzo apparso nel 1925 dal quale fu tratto un film interpretato da Greta Garbo, e un
martedì, febbraio 27, 2007
Impegni, deliri vari mi sottraggono tempo ed energie.
Non è facile mantenere alta la tensione.
Però sono sempre qui, anche se in stato di semisonno. Ogni tanto emergo dalle nebbie.
Come si suol dire, teniamoci in contatto. Restiamo connessi.
mercoledì, febbraio 14, 2007

domenica, febbraio 04, 2007

“Senti, io non mi sono ancora ripreso, ho bisogno di farmi curare” disse con la sua barba unta.
“Mi spiace, ma temo che si dovrà aspettare. Siamo appena arrivati, non possiamo bussare alla prima porta che capita.”
Guardai i suoi occhi vitrei, secchi di lacrime e di espressione, osservai il pallore del suo volto.
“Dico sul serio...” ansimò, “hai visto la mia colica”.
“Ora vediamo cosa si può fare”.
Ficcai una mano in tasca estraendone un foglietto sbrindellato.
“Ecco, questo è un indirizzo che mi ha dato un tipo. Pare che abbia certe conoscenze”.
Ci fermammo nel grigiore di una piazza e appoggiammo pesantemente a terra il nostro bagaglio.
“Aspetta” dissi a Johnny mentre si accoccolava tremante, “ora ti compro una porcheria calda”.
Mi diressi verso un sudicio bar, una specie di tavola calda col pavimento cosparso di segatura, dove una baldracca arruffata sciacquava bicchieri lanciando occhiate folli a destra e a manca. Le porsi la mia borraccia pregandola di riempirla di brodo caldo; me la strappò dalle mani e prima di rendermela volle accertarsi che il pagamento fosse corretto.
Uscii nuovamente in quella tragica piazza rabbrividendo a una folata gelida e umida. Johnny era piccolo, piccolo, con la testa tra le mani, e si dondolava tristemente fra i due grossi sacchi da montagna. La gente passava, chi col cappello sugli occhi chi col bavero alzato e i pugni in tasca. Nessuno si curava di lui. Notai che aveva vomitato.
“Cristo, bevi, ma lentamente. Ora si va da costui” dissi guardando il foglietto.
Non mostrò di avere udito la mia voce. Sussultava e tossiva. Sorbì penosamente un sorso di brodo.
“Andiamo via” disse con gli occhi fissi a terra, “via, via! Fa un freddo fottuto. Oh, sono stufo di continuare così. Voglio fermarmi per un po’. Penso...”
“Piantala ora. Qui è freddo. Dici giusto, ma ne parleremo più tardi. Andiamo”.
Lo aiutai a rialzarsi in piedi e presi anche il suo bagaglio. Ora si doveva trovare quell’indirizzo. Ci vollero quasi tre ore, tutti coloro cui chiedevo passavano oltre cercando goffamente di non sentire i miei “scusi”, o scuotevano la testa spaventati o isterici. Di tanto in tanto Johhny restava indietro squassandosi il petto tossendo. Finalmente suonai il campanello di un palazzone scuro, con tutte le finestre accuratamente sbarrate. Suonai una, due, tre volte senza risultato. Eppure dall’interno giungevano voci, musica,. Stavo per fare il giro della casa quando il portone si spalancò con violenza e un gigante biondo, sudaticcio e barcollante, con la faccia violacea a egli occhi ebeti, apparve sulla soglia con un rutto disumano. Una valanga di urla, fumo, musica e tintinnare di bicchieri precipitò fuori dal portone spalancato, infrangendo il silenzio nebbioso e innaturale del quartiere.
“Ehm” attaccai, muovendo un passo verso di lui, “ci dispiace disturbare durante una festa, ma il mio amico non si sente bene. Questo indirizzo mi è stato dato...”
“Bah!” mi interruppe boccheggiante, “entrate, un bicchiere e tutto passerà”.
Entrammo cauti e Johnny, che durante tutto il tempo aveva continuato a tossire, sputare e gemere, stramazzò come un cencio.
Corsi a sollevargli la testa e mi girai per chiedere aiuto al tipo di prima, ma lo vidi tuffarsi tra le braccia di una ragazza muscolosa, e sparirono come risucchiati dal mucchio. Fu allora che mi soffermai a guardare all’interno dello stanzone, con la testa inerte di Johhny sul palmo della mia mano.
Non una sola persona era in piedi, ed erano tante, tante, e mi parve che nessuno fosse completamente vestito. Una magnifica donna coi riccioli rossi, sfolgoranti sotto il pazzesco lampeggiare di luci colorate, ballava, o meglio, si contorceva, sulla superficie lucida di un enorme tavolo rotondo. Un grassone ingioiellato fino alle caviglie le solleticava le natiche con un bastone da passeggio. Alcuni battevano il tempo con le mani, i piedi, i bicchieri, di una muscia indefinibile, inascoltabile per il volume assurdo. Un ragazzino esile, dallo sguardo frenetico e sanguigno, tracannava un liquido rossastro, gettando via il bicchiere ogni volta. I mobili erano pochi, ma tutti molto grandi: un tavolaccio rustico, lunghissimo, qualche cassapanca massiccia, ripiani carichi di bicchieri, bottiglie e siringhe; poi c’era un lugubre credenza e tante sedie rovesciate. E poi il mucchio: una catasta di carne guizzante in pozze di liquidi, vetro, sangue, capelli fradici, mani adunche, bocche bavose e scene di un erotismo agghiacciante.
I tremiti di Johhnny mi scossero da quella fissità. Una bava verdastra gli orlava le labbra. Gli sistemai qualcosa sotto la testa e mi avventurai in quella palude umana, alla ricerca di un goccio di cognac. Mi feci strada con calci, spinte, sottraendomi a fatica a tutte quelle braccia viscide che tentavano di afferrarmi. Scovai una bottiglia e tornai nel vestibolo. Accanto a Johhnny c’era un uomo, nudo all’infuori di una lunga pezza rossa infilata in una cintura di stoffa. Non sembrava sbronzo, solo un po’ alticcio. Una guancia era segnata da un profondo graffio.
“Eroina?” disse indicando il corpo esangue con un cenno del capo.
Negai con un rapido cenno del capo.
“Non dovresti farlo bere, gli fa male”.
“E cosa dovrei fare? Lasciarlo crepare? O portarlo in ospedale, per vederlo trasportare in galera? Mi è stato detto che qui avrei ricevuto aiuto...”
L’uomo sospirò, fissando lo sguardo nello stanzone.
“Foste arrivati solo stamattina... guarda, quello è un medico, pensi che potrebbe aiutarlo? Guardalo, quello con la canottiera rossa”.
Supino, l’uomo che mi aveva indicato succhiava il collo di un fiasco ormai vuoto, allungando ogni tanto un ceffone a un altro individuo quasi privo di sensi.
“Comunque vedo se trovo qualcosa” disse l’uomo scomparendo nella stanza.
Cercai di praticare un po’ di respirazione artificiale a Johhnny. Sempre più smunto e inerte. Forse conveniva portarlo davvero in ospedale, sembrava in agonia. Forse avevo sbagliato tutto, ancora una volta. Sorseggiai del cognac, cercando di riflettere, ma tutto quel rumore, quel fumo denso... lo guardai con indifferenza: da quando eravamo insieme mi aveva dato solo un sacco di grane.
Il campanello suonò, come una fucilata. Chi poteva essere? Udii una voce secca e balzai in piedi. Polizia! Il campanello suonò ancora, doloroso, assassino. Poi, silenzio. Un istante dopo sentii rumore di vetri infranti, e da un finestrone irruppero cinque o sei giganti in divisa, afferrando i presenti terrorizzati per i capelli. Ecco, quello che temevo stava accadendo: farmi pizzicare stupidamente, senza difese. Dovevo svignarmela. Ma come? E Johnny? Lo coprii con alcuni cappotti. Non potevo portarlo con me. Raggiunsi una porticina, sganciai il catenaccio e socchiusi il portone. Tre di loro erano lì. Allora mi nascosi alla meglio tra i soprabiti nell’attaccapanni. Come prevedevo un poliziotto dall’interno andò a chiamare gli altri, che entrarono sbuffanti, fermandosi nell’atrio a godersi il pestaggio.Ecco il momento buono. Impegnati dalla scena e dalle urla non guardavano l’uscita e sgattaiolai fuori. Un altro poliziotto stava facendo il giro della casa. Aspettai nell’ombra e poi via!
Fuori, una notte gelida, maligna, deserta. Le luci delle case erano assediate dalla nebbia, dalla solitudine delle strade, delle piazze. Nelle case si mangiava, si parlava, si stava nascosti. Uno sparo proveniente dal palazzo si rifiutò di lacerare l’abbraccio freddo e nero del silenzio e morì nel vuoto.
La notte mi risucchiò senza curarsi di me.
lunedì, gennaio 29, 2007
La Prima Repubblica Marinara di Montagna di Frigolandia
(nella foto: il Presidente e Fondatore Vincenzo Sparagna
con un gruppo di bambini durante una installazione a Spoleto
su vibrisse
lunedì, gennaio 22, 2007

Ci accontentiamo?
Bisogna prendere Casino Royale per quello che è: un film commerciale, un po’ cartoon e gioco playstation, con buoni effetti speciali, buona fotografia, buon ritmo, zeppo di primissimi piani degli attori-star, come vanno di moda oggi i pizzardoni hollywodiani; tuttavia è meno peggio di come molti, forse, si aspettano. Dopo le varie parodie di 007 che hanno rovinato irrimediabilmente il personaggio interpretato da Sean Connery, questo nuovo episodio è un action-movie con caratteristiche di spy-story (mi scuso per il tripudio di termini inglesi, ma come tradurre spy-story? Storia di spie?) di buona qualità, interpretato con discreta classe da un attore che lo rende serio, con qualche sfumatura dark (e come tradurre dark?). Certo, la sceneggiatura ha dei buchi, delle sciatterie, e ogni tanto perdiamo il filo, o sorridiamo per le ingenuità; gli inseguimenti, ormai inflazionati, sfiorano la noia (però non si sbraca eccessivamente), e le marche, delle auto, dei telefonini, degli orologi (ma che orologio hai? chiedono a 007, un Rolex? E lui, no, un Omega) imperversano; però se l’accettiamo per quello che è, un prodotto di pura evasione, con tutte le componenti che ci divertono, azione, violenza, bellezza degli attori, abbastanza al punto giusto, in mancanza di meglio – e purtroppo siamo in tempi di cronica mancanza di meglio – possiamo trascorrere un paio d’ore tutto sommato non-sgradevoli, e quando usciamo dal film, se non abbiamo dormito, ci sentiamo persino moderatamente non-insoddisfatti.
domenica, gennaio 21, 2007
sabato, gennaio 13, 2007

Apocalittico
Apocalypto, l’ultimo film del maniaco religioso-antisemita nonché genio del marketing Mel Gipson, rimane impresso anche il giorno dopo la visione, il che, coi tempi (cinematografici) che corrono, è un risultato più che notevole. Forse è per la violenza di cui è permeato (Mel Gibson ama la rappresentazione della violenza), forse per il sangue che scorre (Mel Gibson adora il sangue che sprizza dalle ferite), forse per il ritmo elevato, per l’alta qualità delle immagini, delle scenografia, per l’ottima sceneggiatura, per il fascino delle ricostruzioni storiche-scenografiche, per la contrapposizione bene-male, semplicità-orrore; forse è per la scelta di mantenere la lingua originale, lo Yucateco, l’antico idioma Maya tutt’ora utilizzato da molte comunità della penisola messicana, senza cedere alla dissennata mania tutta italiana di doppiare anche i colpi di tosse; forse per la grande bellezza degli attori, molti dei quali non professionisti; forse per tutte queste cose, unite a una verosimiglianza della città Maya, che è un girone infernale, un luogo di morte, di terrore, di disperazione (Mel Gibson, come fanatico religioso, stravede per lo spettacolo dell’inferno), il film non molla un istante lo spettatore, che resta incollato alla poltrona, e sobbalza ai colpi di scena, e si arrabbia, si indigna, si stupisce; e perdona anche il ricorso al puro mestiere, come nella lunga corsa dell’eroe fuggitivo, che ripropone copioni scritti e riscritti dell’eroe buono inseguito dagli assassini, dai mostri (Mel Gibson va in brodo di giuggiole se c’è da descrivere i mostri infernali): fattostà che è un film tostissimo, che può essere criticato, stroncato, che certamente non va visto da chi aborrisce le immagini violente, ma che farà uscire i cultori dei film d’avventura ben pasciuti e soddisfatti.
giovedì, gennaio 11, 2007

Bella scoperta
Sotto l’albero di Natale è arrivato, per mia figlia, un regalo (uno dei tanti). Si è rivelato una cintura, di una marca di gran moda (nel loro ambiente). Ovviamente era un regalo chiesto da tempo, la cintura era stata accuratamente selezionata tra decine di cinture di altre marche.
L’altro giorno guardavo la scatola, in particolare il logo. Ecco, mi ha evocato una certa situazione, diciamo erotica. Così ho detto, a mia figlia: "Ma… il logo della cintura, non ricorda…” e lei, interrompendomi: “se alludi a quella cosa, guarda che noi ragazzi lo sappiamo da vent’anni”.
Ecco, ed io credevo di avere fatto una scoperta, grazie alle mie doti visive…
venerdì, gennaio 05, 2007

"Che fia appiccato"
Non sono facili da dimenticare le immagini dell’impiccagione di Saddam Hussein. Molto si è scritto, articoli quasi sempre permeati di retorica e di polically correct a tutti i costi, quella retorica prevedibile e pedante che rende i giornali poco interessanti, ripetitivi, noiosi, e forse contribuisce a quel calo di vendite di cui si lamentano gli editori.
Certo, siamo contro la pena di morte perché in una società democratica eccetera eccetera; l’impiccagione è stata un’esibizione di pura barbarie e di nuovo eccetera. Sottoscrivo tutto, eppure emozioni contrastanti si alternavano in me mentre assistevo a quella scena ripetuta innumerevoli volte dalle televisioni.
L’uomo è entrato nella camera del patibolo, ha visto i due uomini con un cappuccio nero, i due boia, e ha lanciato una lunga occhiata alla forca, con la grossa corda che gli avrebbe spezzato il collo. Gli incappucciati si sono avvicinati e hanno a iniziato a parlargli animatamente. Oggi sappiamo che inneggiavano a Maometto e ai suoi nemici sciti. Io fissavo il volto del condannato, lo fissavo con un interesse che forse era curiosità morbosa. Sembrava assolutamente tranquillo. Non un filo di emozione passava nei suoi lineamenti. Aveva paura? Aveva la morte dentro? Mi spaventava la sua solitudine, la sua totale mancanza di risorse di fronte all’ineluttabilità della definitiva rovina. Provavo pietà, eppure pensavo che mentre lui rideva, nel pieno del suo potere, ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, mentre sparava in aria di fronte a folle acclamanti, altri uomini e donne venivano massacrati, torturati e impiccati, soli coi loro aguzzini, per suo ordine. Stava pagando per i suoi crimini? Era quello che meritava? E l’uomo che stava per essere impiccato era ancora un criminale, un pluriomicida o un essere senza più risorse, inerme e indifeso che stava per essere trucidato?Non sapevo trovare risposte, e intanto continuavo a fissare le immagini, consapevole di essere immerso nel voyeurismo di cui si nutre la televisione; e pensavo che quell’uomo era uno granitico, uno tosto, che andava incontro alla morte con grande coraggio e dignità.
P.S. Altri due gerarchi del regime di Saddam sarebbero stati impiccati con le stesse modalità. Però per loro niente filmati, niente commenti, niente appelli. Solo la morte, quella vera – e non la retorica della morte, non lo spettacolo della stessa – è davvero uguale per tutti.
giovedì, dicembre 28, 2006

LOVE
di Loris Pattuelli
Hey, è uscito Love, il nuovo disco dei Beatles. Fossero ancora in attività, questo sarebbe il loro bigliettino di auguri per il nuovo millennio. Purtroppo due non ci sono più e gli altri due sono soltanto la metà di un quartetto. A realizzare la bella impresa ci ha pensato il quinto Beatle, George Martin, e ha fatto proprio bene.
La musica popolare, come tutti sanno, è un affare di dischi e non di spartiti, ed è al vinile e ai CD che fanno riferimento tutti quelli che vogliono interpretare le musiche di qualcun altro. Succedeva con il jazz, è successo con il rock, succede anche adesso nell’era di internet. Questo è lo stato delle cose: lo studio di registrazione e il computer sono a tutti gli effetti degli strumenti musicali.Gli interessati a questo gioco non dovrebbero dimenticarlo mai.
Grazie a una trovata del Cirque du soleil, Sir George si è rimesso a fare quello che faceva quarant’anni fa con i Beatles. Da bravo alfiere dell’artigianato estatico, ha preso in mano i nastri originali, i demo, le versioni alternative, e ha incominciato a remixare, a lavorare di taglia-e-cuci, a ripulire, a rimasterizzare, a rimescolare tutto.
Se l’intento era quello di ricreare il repertorio dei Beatles, bisogna proprio dire che è stato bravo. Love, infatti, non è soltanto il nuovo disco di John , Paul, George e Ringo, ma è proprio quello che i quattro di Liverpool avrebbero fatto oggi. Chiuso nei suoi studi di registrazione, il nostro eroe ha realizzato una impresa non molto diversa da quella che sta portando avanti Bob Dylan con il suo Never ending tour.
Etichette di comodo a parte, questo è il rock’n’roll finalmente in cielo con tutti i diamanti, diciamo pure anche la piccola arte della ricreazione e del cantar leggero. Si tratta di prendere il mondo e di rivoltarlo come un calzino, di trasformarlo in una specie di preghierina buona per tutti i santi giorni del calendario. Proprio come facevano un tempo Brian Wilson, i Grateful Dead e Frank Zappa, o come ogni tanto ancora capita ai jazzisti meno ordinari e ai DJ più appassionati.
Riconosci questo giro
così facile e gaio:
è solo onda, flora,
ed è la tua famiglia!
Rimbaud
mercoledì, dicembre 27, 2006

Musica festiva
In questi giorni la colonna sonora in casa mia, e in auto, è composta quasi unicamente da questo pezzo, che fa parte di un disco richiesto sotto l’albero da mia figlia di 12 anni. Appena finisce, torna su. Dalla mattina alla sera.
Yeah Uomo.... c’è qualcosa che non và uomo...NON C’E’ NESSUNO! Remix Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ....cosi vicino!!! Fanculo te, Fanculo te, Fanculo questo posto non mi è ancora chiaro il motivo per cui sono qua insieme a tutti questi stronzi che non conosco ho sentito qualcuno parlare di insanità: mentale forse qualcuno vorrà fare male a un frà ma quale peccato ho commesso per meritare di stare qua ad aspettare come un animale in cattività mi fa male la stamina sale carica il peso nella mia testa bro tutta questa gente che entra resta la prendo per non invitati alla mia non festa qualcosa che non voglio e che la mia anima detesta ma appena guardo il nome sul foglio risponde al mio prossimo step: mio Dio! volete sapere di come hanno ucciso mio zio di come pà faceva stare male mà di come mà beveva quando stava fuori città il mio cervello và giù e giù ho risposto alle vostre domande per ore ormai non ce la faccio più datemi un paio di minuti prima di trasalire fatemi rinsavire no bro fatemi uscire!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ....cosi vicino!!! yeah, dat's right uomo DAAM, quando quelle persone sono alla tua porta DAAM, E sai che sono qua apposta per prendere te E trasportarti in un posto dove il sole non c'è! Che sia l’ospedale o la galera non rivedrai i tuoi genitori stasera perciò chiudi gli occhi e pensa a com’era mamma in cucina che prepara qualcosa di caldo ma ora ho un compagno di cella che non sta stare calmo si piscia addosso solo perchè mamma non c’è e sai che se le guardie arrivano puliranno anche te la brutta vita, quella che non vivi senza spacciare frà io ho dato quattro anni all’assistenza sociale sarò preciso io sono un caso aperto da quattro anni e una corte di quattro stronzi non mi ha ancora pagato i danni Che hanno causato alla mia mente Vedi questa gente, pensa che ti basti un assistente a risolverti ogni problema di vita e non sai quante volte l'avrei accoltellato nella schiena con quella matita un marcio è psycho come papà ora mi faccio di lah giro coi frà vendo in città, ahah!!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ...cosi vicino!!! Dicono un Marcio è forte un marcio che non demorde immagini valide per quando sei alle corde è tragico che un ragazzino cosi innocente può arrivare a viaggiare con l’omicidio in mente uomo ho fatto terapia non è finito niente anzi mi ha peggiorato però è servito a quella gente io grido per il mio incubo preferito da sempre uno psichiatra ti ha detto che c’è riuscito? mente!! lo sa perchè non và bene,in questa cazzo di società mettono un sedicenne in catene lasciano un Bubbà libero di fare PA-PA!! sulla sua famiglia mentre i ragazzini chiedono papà, perché perché, papà e scappano nei ripostigli vedi gli errori dei genitori ricadono sui figli a volte mi chiedo che sarebbe stato se quel giorno di dicembre si fosse fermato!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ...cosi vicino!!! (Grazie a Emanuele per questo testo)
Mondo Marcio, Dentro Alla Scatola
sabato, dicembre 23, 2006
E’ il Natale delle famiglie, delle coppie, dei genitori e dei figli; è il Natale dei solitari, dei dimenticati e dei perduti. E’ anche il Natale degli immigrati che annegano nei mari della disperazione, dei precari, dei disoccupati, degli ultimi degli ultimi; degli amici, degli innamorati.
E’ il Natale di chi non perde la speranza e l’ottimismo. Di chi guarda avanti, ma anche indietro.
A tutti, buon Natale.
mercoledì, dicembre 20, 2006

Scampagnata in moto prenatalizia
racconto di Fabio Baldrati
Presto sarà Natale, ancora una volta.
Mentre ascolto musica osservo dalla finestra merli, passeri e pettirossi calare silenziosi sulle briciole di pane che quotidianamente spargo in giardino. Pochi sanno che il pettirosso è un solerte messaggero invernale e preannuncia il freddo con infallibile puntualità, non esiste meteorologo più efficiente.
Fuori una mattinata “norvegese”: molto fredda ma limpida, illuminata da un sole vincitore sulla coriacea nebbia della bassa Romagna, e questo è un evento inconsueto negli inverni color piombo di queste zone.
Un pensierino crescente mi stuzzica senza darmi pace; cerco di autoconvincermi che fa un freddo maledetto, che è meglio abbandonare quell’idea, che certe stupidate si pagano a caro prezzo,…ma non riesco a sopprimere la vocina: che sarà mai! Per un po’ di freddo! E poi non è davvero freddo: zero gradi. Ma sì!
Quando scendo le scale con la tuta invernale addosso e il casco infilato in un braccio ecco che arriva puntuale un coro unanime: “Hei!... sei diventato matto?” E rispondo serafico: “Da legare!”. Tutti scuotono la testa fra il rassegnato e il compatito (compreso Lillo, il cane).
Pochi minuti e sono in garage. Appena apro il portone la luce del mattino scaccia via l’oscurità ed ecco apparire, come al solito, la sagoma inconfondibile della mia Guzzi California. Mi chiudo addosso cerniere e bottoni automatici, con cura metodica indosso il sottocasco a lambire il colletto della giacca, poi il casco, infine gli spessi guanti i cui “manicotti” sormontano abbondantemente i bordi-maniche. Quando si va in moto in inverno nulla deve essere sottovalutato, un solo spiffero può fregarti. Non si scherza col Generale Inverno.
In paese i coloriti addobbi natalizi celebrano un innocente concorso di fastosità. Poi, finalmente davanti al manubrio la campagna: costeggio a bassa velocità brulli frutteti canuti, fossi ghiacciati, i vitigni “inzuccherati” di brina mi ricordano certe stampe giapponesi. Le scure terre hanno ormai vinto gli ultimi residui di una passata nevicata, qua e là ancora resistono poche chiazze bianche.
Non c’è anima viva, tutto è immobile e imprigionato nel freddo, qualche passero frulla fra i cortili e spero di non essere l’unico a spargere granaglie in terra.
L’aria fredda mi punge il volto mentre gli occhi lacrimano, se chiudo la visiera del casco questa si appanna…ecco, così va meglio, un po’ aperta ma non troppo.
Un vecchio luogo comune impone alla moto una collocazione esclusivamente estiva… be’, forse una volta era davvero così e bisogna ammettere che le moto cosidette “naked” (nude ed essenziali) avvallano un simile preconcetto; ma oggi vi sono tute termiche e accessori efficaci, così come la protezione aerodinamica adottata in molte moto difende il motociclista da quella brutta bestia (il vento) che spinge in mezzo al petto.
Eppure nemmeno l’inverno è il diavolo, non è poi così cattivo se ne abbiamo rispetto: scegliamo possibilmente le giornate soleggiate, equipaggiamoci con metodo, soprattutto evitiamo di strafare. Chi ha partecipato a qualche edizione del mitico raduno germanico dell’ Elefanten-Treffen, oppure si è sottoposto a lunghi viaggi nella stagione rigida, non è affatto pazzo, al contrario denota l’intelligenza di chi sa programmare.
Presto sarà Natale, ancora una volta. E per l’occasione qui dalle mie parti, nella Romagna del “mutòr”, due rossi Babbo Natale infiocchettati a bordo di un Sidecar portano caramelle e dolcetti ai bambini; oggi mi piacerebbe davvero incontrarlo quel Sidecar.
A circa trenta chilometri, in direzione nord, esiste una autentica rarità: una vasta zona disabitata in cui lo sguardo si estingue in orizzonti ancora liberi da costruzioni. Per molti chilometri la strada panoramica di “via Agosta” costeggia la valle di Comacchio (l’ultima rimasta), mentre sulla sinistra c’è la distesa del “Texas”: così chiamano quella infinita pianura agricola strappata all’acqua valliva nel dopoguerra. Dopo cinquant’anni quelle terre asfittiche a causa dei residui salini nemmeno rendono il valore del concime usato, mentre la vallicoltura con i “lavorieri” per le anguille e le spigole avrebbe potuto costituire una importante economia. La bonifica delle antiche valli comacchiesi fu una scelleratezza che solamente oggi possiamo comprendere.
Sui lunghi rettilinei “texani” di queste strade, tanti anni fa, venivano a sfidarsi in furiose riprese i motociclisti di mezza Romagna; fra di essi il mitico Silèzi (silenzio) con la sua rossa (e quasi imbattibile) Le mans 850. Sembra ieri…ma quanto tempo è passato. Qui dalle mie parti chi va in moto da molti anni ricorda i bei tempi del “mutor” con nostalgia.“Coraggio, il meglio è passato” diceva Flaiano.
Più volte nel corso dell’anno torno a lambire le “mie” valli, sempre vi sono uccelli di ogni specie in acqua oppure in volo ma oggi anche qui, dove la “vita” è sempre caparbia, tutto è immobile e stregato dal freddo. La valle di Comacchio è una grande distesa azzurrognola piatta come se fosse di olio, alcune “lame” gelate lungo le rive sembrano specchi che riflettono un debole sole in difesa.
E’ una splendida giornata luminosa, ovunque guardo trovo l’orizzonte senza fine. Ma guai a me se oltrepasso i cento orari, il gelo è spietato e non fa sconti, mi fustiga ogni volta in cui provo ad “uscire” oltre la protezione dello schermo trasparente.
Il sommesso borbottare del bicilindrico è l’unico rumore esistente. Per decine di chilometri non incontro anima viva e ciò rende questi luoghi ancora più surreali. E gli uccelli? germani, folaghe, trampolieri…dove saranno finiti? Solo qualche gabbiano vola nell’azzurro pallido. I vecchi pescatori comacchiesi hanno sempre raccontato dell’esistenza di particolari angoli di valle: microclimi meno rigidi in inverno e più freschi d’estate. Chissà quanti segreti custodiscono le valli di Comacchio.
Forse conosco uno di questi luoghi, ci arriverò fra cinque o sei chilometri.
Oltre la valle di Comacchio, dopo il bacino idrovoro, c’è l’oasi Zavelea: un triangolo di valle a carattere paludoso con ampie estensioni di canneti. Per gli appassionati naturalisti è uno dei luoghi più interessanti di tutto il Delta.
Che spettacolo! Subito dopo il bacino idrovoro, sulla destra, una meraviglia degna del National Geografic. Scalo una marcia dopo l’altra e accosto, fermo la moto lungo il ciglio, spengo il motore, apro l’asta laterale, tolgo casco e guanti, poi scendo e vado freneticamente a cercare il binocolo tascabile nella borsa. Questa veduta mi riscalda corpo e anima.
Oltre i canneti dorati dal debole sole… lungo la linea dell’orizzonte in cui l’azzurro dell’acqua e quello del cielo si fondono insieme, c’è la meraviglia del popolo volatile: migliaia di uccelli vallivi si sono dati appuntamento qui per il loro raduno. Scure folaghe sguazzano in una sfida a chi solleva più spruzzi, legioni di germani spiccano il volo creando veloci ventagli nel cielo terso, mentre sugli isolotti i numerosi aironi grigi ritti sulle lunghe zampe sembrano guardiani severi, immobili, con quel loro strano collo ricurvo.
Ma sono le oche selvatiche il vero spettacolo in arrivo dal cielo: sono disposte in ordinati stormi a “V” di dieci o dodici esemplari, la prima oca sulla “punta” fronteggia la resistenza dell’aria e quando è stanca passa in coda, poi un’altra compagna più riposata le dà il cambio. Arrivano dalla Siberia dove vi sono 25 gradi sotto zero per svernare in questa oasi, scivolano esauste sull’acqua con le ali aperte dopo migliaia di chilometri percorsi a chilometri d’altezza, dove l’aria rarefatta richiede meno dispendio di energie. La natura, ha risparmiato solamente le più forti fra loro: saranno forse duecento le temerarie viaggiatrici.
La frustrazione mi assale quando penso che in questa zona cova il progetto di una nuova autostrada (da anni se ne parla: la E-55 Civitavecchia-Mestre). Un’altra.
Prima o poi arriveranno nuovi capannoni, nuovi insediamenti, nuovo “sviluppo”. E’ questione di tempo: ci prenderanno anche il “Texas”, l’ultimo spazio libero rimasto. Infrastrutture, infrastrutture, infrastrutture… tutti le bramano, da destra e da sinistra ne viene rivendicata la paternità, mentre lo scempio perpetrato al nostro paesaggio altro non è che un male necessario, un congruo sacrificio da tributare alla nostra prima divinità: Turismo & Sviluppo.
Non siamo soli, altri popoli ci accompagnano nel viaggio dell’esistenza e dobbiamo averne rispetto, non abbiamo il diritto di devastare i loro abitat, le loro dimore, per soddisfare le nostre onnipotenti necessità.
Ripongo il binocolo e metto il casco, infilo le mani nei guanti, monto in sella e giro la chiave…gnignigni…Wrumm! Un’ultima occhiata alla valle festosa di vita. Clock della prima, via, a casa.
Buon Natale! Tutti i giorni un po’.
lunedì, dicembre 18, 2006
E' andata cosìSe qualcuno mi chiedesse se ho dei rimpianti, cose che non ho fatto, che non ho vissuto, forse risponderei che un piccolo rimpianto è di non avere mai visto un concerto di James Brown. Due-tre ore di sound ad alta tensione, dove il corpo partecipa con la mente, sono un’esperienza indimenticabile. E da questo punto di vista il vecchio James è sempre stato insuperabile.
lunedì, dicembre 11, 2006

Delitti e castighi
Dunque è morto il tiranno fascista Pinochet. Aveva 91 anni, era gravemente malato, gonfio, incapace di muoversi e di parlare. C’è chi ha festeggiato, chi ha manifestato, chi ha innalzato cartelli a favore del Libertador. Come accade sempre in questi casi ci sono stati disordini, scontri di piazza. Il giudice Garzon, l’unico che sia riuscito a incriminarlo, ma non a condannarlo, ha detto che non ha pagato per i suoi crimini.
E’ vero. E’ una verità triste, inquietante. La giunta Pinochet fu una delle più feroci del dopoguerra, e anche se recentemente i tiranni hanno metodi più scientifici per massacrare, come le bombe ai gas velenosi, fu spaventoso come questa cricca prese il potere con il sostegno palese dell’America, che finanziò, organizzò il golpe.
Non dimenticherò mai, finché avrò un briciolo di memoria, un filmato girato clandestinamente nello stadio di Santiago in cui il cantautore e poeta Victor Jara fu ucciso a calci dagli sgherri di Pinochet. Ancora oggi provo un senso di dolore estremo pensandoci. Il solo nome del tiranno mi evoca immagini di morte, di torture, e la foto della cricca dei generali, minacciosi, arroganti.
Pinochet non ha pagato per i suoi crimini. Se siamo atei, è difficile accettare questa verità immediata e materiale, che certi criminali vivono alla grande, rubano (è stato anche accusato di evasione fiscale), sfruttano, uccidono, e se ne vanno serviti e riveriti nelle loro ville. E tutto finisce lì. Da atei, viene una rabbia cosmica, fanno impressione – spaventano – le parole di Dostoevskij "se Dio non esiste, tutto è permesso".
Se siamo credenti ci consoliamo col fatto che, essendo la giustizia divina una giustizia giusta, il tiranno, come tutti i tiranni, arrostirà all'inferno, perché è chiaro e limpido il rapporto tra colpa e castigo.
Se non siamo né atei né credenti, perché non troviamo il coraggio di fare una scelta, i nostri pensieri sono alterni, ci consumiamo di rabbia per l’ingiustizia terrena e speriamo che in qualche modo, in qualche luogo lontano e misterioso, un briciolo di giustizia sia ancora possibile.
giovedì, novembre 30, 2006

Ricordiamoci di ricordare
Questo è un autoritratto di Gianluca Lerici, alias Professor Bad Trip, pittore, grafico e illustratore morto il 25 novembre all’età di 43 anni. Sulla vita e le opere del Professor segnalo un articolo di Giuseppe Genna su Carmilla.

La verità?
In questo paese si saprà mai la verità sui fatti che vedono coinvolti pezzi dello Stato, le forze dell'Ordine, le stragi, le inchieste scomode? Si nominano commissioni, coordinamenti, poi tutto svanisce nel nulla, e nessun procedimento viene mai concluso. Sulla morte di Carlo Giuliani, durante i fatti del G8 di Genova, segnalo una intervista a Mario Placanica, l'ex carabiniere che fu accusato di avere sparato il colpo di pistola che uccise Giuliani. Su Carmilla.
martedì, novembre 21, 2006

Manuale del leccaculo
Mentre sfrucugliavo tra i libri della libreria Sala Borsa, che offre tutto con lo sconto del 30% (probabilmente in previsione della prossima, annunciata chiusura per contrasti insanabili col padrone di casa, il Comune di Bologna), mi è capitato tra le mani questo Manuale del Leccaculo, autore Richard Stengel (Fazi). Ma guarda, ho pensato, il solito titolo moderno (tipo il libro di Aldo Busi Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo). L’ho sfogliato, letto qua e là e, sorpresa, mi è sembrato alquanto interessante. E’ una sorta di storia dell’adulazione, dall’antichità fino ai giorni nostri. L’autore segue l’adulazione attraverso la filosofia, la religione, la scrittura, i comportamenti, in un mix interessante di leggerezza, ottima documentazione, divulgazione e riflessione storica. Insomma, sono stato lì per comprarlo. Poi ero un po’ carico e ho lasciato perdere, ma mi è rimasta la curiosità, e non è detto che non la soddisferò.
lunedì, novembre 20, 2006
giovedì, novembre 16, 2006

Con le spalle al muro
Mia figlia, che ha 12 anni, con altre ragazzine ha visto, durante una festicciola per Halloween, L’Esorcista. E’ stata una visione sconvolgente. Una di loro lo guardava in piedi vicino alla porta, e ogni tanto usciva, quando non reggeva certe scene. Le altre si coprivano gli occhi, e si facevano coraggio a vicenda con grida e abbracci. Erano sole, perché la madre della ragazzina padrona di casa era al lavoro.
Mia figlia continua a essere impressionata, e alla sera non vuole andare a letto con la luce spenta.
Noi non siamo per nulla contenti di questa storia, e siamo un po’ irritati con la madre padrona di casa perché le ha mollate a loro stesse con quella cassetta.
E’ un film, questo, che suscita fortissimi sensi di colpa. E’ questo il suo segreto, il segreto della paura che evoca e del suo successo. Mia figlia continua a fare domande sul diavolo, e non è facile dare delle risposte. Io dico con estrema nettezza che il diavolo non esiste, che è tutta un’invenzione delle religioni, che sono state inventate dall’uomo. Ma sono spiegazioni che non convincono (me stesso per primo), perché il film ha smosso paure che vengono dal profondo. Mia moglie, che è psicologa, fa un discorso più complesso, che verte sostanzialmente sul fatto che sono tematiche che non riguardano nostra figlia, perché la cosa fondamentale è condurre una vita serena, una vita allegra a contatto con la realtà quotidiana. In questo modo nessun diavolo potrà mai minacciarla. Cerca, insomma, di agire sul senso di colpa perché, dice, dichiarare semplicemente che il diavolo non esiste, in questa fase, non serve a nulla. E credo che abbia ragione, perché nostra figlia alle mie dichiarazioni reagisce con una non-reazione, mentre cerca di parlarne con sua madre. Perché ha bisogno di scaricare tensione, di parlare della sua paura, mentre la mia posizione finisce per essere una censura.
Poi è tornata a casa schifata perché un ragazzino suo coetaneo ha dei filmati porno scaricati nel telefonino. "Ma che schifo!" dice, e chiede, pur senza chiederlo apertamente, se io e sua madre facciamo quelle stesse cose "schifose".
E’ tutto maledettamente difficile, perché ci sono da prendere delle posizioni che non sono per nulla chiare. Poi viene un senso di rabbia, perché dei ragazzini di questa età dovrebbero avere contatti meno traumatici con questi aspetti della vita e delle emozioni così violentemente cannibalizzati dal mercato dello show-businness.
mercoledì, novembre 15, 2006
sabato, novembre 04, 2006

E' Tornato Martin Scorsese
Sì, Scorsese è tornato, dopo gli ultimi film un po’ indeterminati, zoppicanti, per quanto lussuosi, Gangs of New York e The Aviator. Si pensava che gli action movies americani duri fossero ormai estinti, annacquati irrimediabilmente dalla broda hollywoodiana che tutto omologa, ma è arrivato questo atteso prodotto del regista di Taxi Driver, Mean Street, Quei bravi ragazzi.
Ora, chi dice: “mah, a me il cinema americano non piace”, può restare a casa andarsi a vedere la Comencini (e non vi è qui alcuna critica alla Comencini, è solo una questione di scelta). Perché The Departed è un film americano puro, di quelli scorsesiani che “spaccano il culo”, va detto così: violento, paradossale, con quella dose di humor nero che lo contraddistingue, ma che non deborda, non disturba; il film di un regista americano che ama gli attori belli, ben diretti, ben vestiti, con belle armi, grandi sfondi, e grandissime musica (la colonna sonora, ricca di pezzi dei Rolling Stones e hard rock passati a volume altissimo, è da cardiopalma); un film con un ritmo che tiene avvinghiati ai braccioli, con colpi di scena, violenza esibita ma non ostentata, alla Scorsese appunto, e poi pazzia, una discesa negli inferi del Male e dell’Antiumano.
La storia narra di due giovani simulatori, Leonardo Di Caprio (che qui dà una delle sue più alte interpretazioni e lo laurea definitivamente come uno degli attori più interessanti della nuova scena) e Matt Damon: il primo è un poliziotto infiltrato nella banda di un noto criminale irlandese (interpretato da un Jack Nicholson d’annata, ringiovanito, con facce mefistofeliche, ferocia, pazzia e sentimentalismo), schizzato, impasticcato, violento e spaventato; il secondo invece è un infiltrato dello stesso gangster nella polizia di Boston, bel bambolotto americano dall’animo ultracriminale. Vi è questa doppia finzione, questa battaglia a distanza nell’ignoto dove l’uno cerca di identificare - e di fregare - l’altro. Su di loro, accanto a loro, vi è il capitano della polizia, uomo d’altri tempi, interpretato magnificamente da Martin Sheen (l’ufficiale che insegue Kurz in Apocalypse Now). E poi i doppi e i tripli giochi del Potere, i giochi sporchi e clansdestini del FBI, l'intrigo che ovunque serpeggia. Il tutto è diretto e fotografato con grande forza, eleganza e decisione.
Il finale, di assoluta tragedia, ricorda Le Jene di Tarantino.
Un film imperdibile per gli amanti del genere e del regista italoamericano, finalmente, e per chi teme Hollywood si tranquillizzi: Scorsese è e resta un newyorkese di pura razza.
martedì, ottobre 24, 2006

Artista di strada
di Loris Pattuelli
Bob Dylan è un busker alla rovescia, un artista che, se si escludono gli spostamenti, si esibisce quasi tutti i giorni dell’anno. Certo lui non suona per campare, ma molto difficilmente credo riuscirebbe a sopravvivere senza strimpellare il suo concertino quotidiano. L’impresa si chiama Never ending tour e consiste nello suonare sempre e dovunque. Stop. Non c’è altro da aggiungere. Solo così, a quanto pare, gli spiritelli della ricreazione possono scatenarsi come si deve e mantenere anche una certa dose di equilibrio. Qualcuno pensa che questa sia una roba da matti, qualcun altro è convinto invece che si tratti del vezzo di un artista molto geloso della propria libertà. Io propendo per la seconda ipotesi, ma questo poco importa. Per chi volesse saperne di più, si consiglia la visione di No direction home di Martin Scorsese, davvero una delle opere più belle di questo nuovo millennio.
Il busker suona per le strade delle grandi città, Bob Dylan te lo ritrovi direttamente dietro l’uscio di casa. Io l’ho visto a Ravenna, a Bologna, a Modena, in piazza a Ferrara, al palazzetto dello sport di Casalecchio, alla festa dell’unità di Correggio. Adesso in America sta girando per centri commerciali, sale bingo ed altri luoghi di aggregazione e di svago. Giusto qualche giorno fa si è messo a dire che lui canta come Frank Sinatra, ma in realtà il nostro eroe è sopratutto un bravissimo DJ. Un DJ? Sì, proprio così, un DJ in libera uscita che si diverte a voltare e rivoltare tutto quello che pop e avanguardia neanche hanno mai sospettato esistesse.
Se il busker riporta la musica in strada, lui riporta la strada nella musica. Giusto quello che stanno facendo i DJ oggi nel mondo. Ovviamente tutto questo non significa un bel niente, ma è esattamente proprio quello che succede. L’ultima volta che l’ho sentito cantare era, se non ricordo male, al palazzetto dello sport di Casalecchio di Reno. Roberto Dilani e la sua orchestra, giusto quello che ci voleva per una bella serata in stile romagnolo. La scenografia era una tenda da teatro con un cielo stellato vagamente natalizio. A tre-quattro metri di altezza c’erano un paio di faretti viola e un paio di faretti bianchi. E poi basta. Lui tutto vestito di nero e gli orchestrali in completo grigio. Moltissimo rock-blues con appena una spruzzatina di cose più svagate e campagnole. Voce tranquilla. Pochi giochetti di laringe e faringe, poche piroette sulla galaverna e sulla carta vetrata.
Bob Dylan è un busker alla rovescia e nel suo ultimo disco, Modern Times, riporta tutto a casa. Ma non l’aveva già fatto quarant’anni fa con un album così intitolato? Sì, allora l’aveva detto, ma adesso (autunno 2006) si è deciso a farlo veramente. “Tutti vanno e anch’io voglio andare", dice la prima canzone del disco. La copertina mostra un taxi che attraversa una notte piena di luci.” Non sto parlando, sto solo camminando”, dice la canzone di chiusura. In mezzo ci sta un’ora abbondante di “tempi moderni”, tempi sfocati, veloci e confusi, tempi buoni giusto per dire che, per un busker alla rovescia, tutte è passato e tutto sta ripassando nella più semplice e pura delle mobilità.
venerdì, ottobre 20, 2006

Oh, quanto mi piace
Ho appena visto l’intervista a Oliviero Diliberto alle Invasioni Barbariche (La7).
Sono, i dirigenti dei Comunisti Italiani, particolarmente sensibili alla seduzione della televisione. Sono brillanti, scafati, salottieri. Quell’uomo cattivo e malevolo che è Gianpaolo Pansa, nella sua rubrica sull’Espresso dal titolo Bestiario li sbertuccia spesso. Rizzo lo chiama “il Pelatone”, ma una volta ha colto nel segno (spesso i malevoli colgono nel segno, vi è anche del genio nella malevolenza), quando li ha coperti di sarcasmo perché criticavano la presenza di Bertinotti a un dibattito alla festa di AN, proprio loro, che sono sempre in televisione a godersi la mondanità.
Diliberto è intelligente, colto, spiritoso. Il cosiddetto calcolo politico è chiaro: la televisione è “un mezzo” importante in Italia, e bisogna usarlo per acquisire visibilità, e quindi consensi. Però si intuiva, a pelle, il piacere di essere intervistati, vezzeggiati da quella conduttrice leggera e brava che è Daria Bignardi, si vedeva il narcisismo – normale, umano – che riceveva nutrimento e gratificazione.
E’ così la storia, è così il mondo, e la politica: televisione, mondanità, salotti, criticando ferocemente gli avversari e poi andando insieme nei locali “in” a bere e scherzare.
E’ così che va, per tutti.

Ku... Ku... Ku... Kultura?!
Amore Mio carissimo, ti ho chiesto, se hai bisogno di cacio e cavallo, di caciotta etc ma non mi hai risposto. Senti, io ho chiesto in'attesa tre caciotti una da 2 chili e due da un chilo una me la volevo tenere io.
Mà sono tentato di mandarla a mio fratello S. Non so il perché, so che può essere provocatorio, mà se i nostri figli ce la portano per voi vi teneti quella di 2 chili e quella da un chilo, non so se può manciare, ma se i nostri figli ce la portano ci danno i miei saluti, e questo pensiero che ce lo mando io. Se i nostri figli non ce la vogliono portare mi resta il mio pensiero e basta tienetimo accorrente di quello che fati. In'attesa di vostri nuovi e buoni riscontri smetto augurandovi un mondo di bene e inviandovi i più cari Aff. Saluti, abbracci, baci, e la Santa Benedizione di Dio. Vi benedica il Signore e vi protegga!
(Uno dei "pizzini" di Bernardo Provenzano, pubblicato su Specchio de La Stampa)
venerdì, ottobre 13, 2006
sabato, ottobre 07, 2006

La Dalia Nera
The Black Dahlia, l’ultimo evento hollywoodiano, è un film fatto in larga parte di primi e primissimi piani. In questo è alla moda, perché sembra che il pubblico moderno sia vorace dei visi delle star, ultrafotografate dai giornali di tutto il mondo, riprese dalle televisioni, intervistate, spettegolate. Così, di Scarlett Joahnnson, che ha in effetti un viso molto interessante, con una bocca esagerata che sembrerebbe tutta naturale, conosciamo la trama della pelle, alcuni piccoli foruncoli mascherati dal trucco e dalla luce, i capillari degli occhi. E Mia Kirshner, la Dalia, ha occhi straordinari; anche dei due attori, Aaron Eckhart e Josh Hartnett, conosciamo nel dettaglio le rughe, i piccoli sorrisi, i peli sottopelle della barba. Altri due visi interessanti, va detto, visi plastici, non-territoriali, in cui ciascuno di noi può vedere l’espressione che preferisce, può proiettare il suo sogno segreto.
The Black Dahlia è anche un film sulle sigarette. Fumano tutti come dei turchi, accendono sigarette di continuo, con cadenza ossessiva. Ricorda l’ossessività demente di Carver con l’alcool, quando i personaggi si versano in continuazione da bere. Alla fine della visione si prova un vero e proprio disgusto per le sigarette, sembra di avere il mal di testa mattutino del fumatore incallito, e in questo senso, forse, è un film anti-fumo
The Black Dahlia è un film complicato, come lo è il libro di Ellroy da cui è tratto. Ma il libro ha a disposizione centinaia di pagine per sbrogliare le matasse, per aiutarci a ricordare i nomi dei personaggi, per guidarci nel cammino tortuoso delle indagini. Il film ha solo due ore (per di più da conciliare coi primissimi piani hollywoodiani), e questo lo porta a correre a perdifiato, a comprimere con violenza le storie, gli indizi, e ci perdiamo per strada. Ogni tanto brancoliamo, perché non sappiamo più chi è il tale, da dove sbuca fuori e dove diavolo va, e le storie diventano convulse, sembrano esplodere e poi svaniscono nel nulla.
The Black Dahlia è un film che vorrebbe essere maledetto, come lo è il libro di Ellroy da cui è tratto. Si impegna a fondo per esserlo, per mostrare i volti oscuri dei personaggi, per chiuderci sotto la cappa soffocante del crimine e della corruzione che tutto contamina e infetta, come nei romanzi di Ellroy. Ma è pur sempre un film hollywoodiano, e quindi deve avere, al suo interno, un navigatore americano buono, onesto, che rappresenti il Bene, come vogliono le regole; ma il navigatore dei libri di Ellroy è sempre a sua volta corrotto, disonesto, piegato dal male, e quindi vi è come una schizofrenia di fondo, una voglia proibita di sporcare il navigatore del film, di andare contronatura, col risultato di creare situazioni e stati d’animo poco credibili, fine a se stesse.
The Black Dahlia è curato nei dettagli, gli anni ’40, le auto, i vestiti, la fotografia, e si vede lo stile di quel grande regista che è Brian De Palma, ma se qualcuno va a vederlo con la speranza di scoprire che, una volta tanto, i grandi noir girati dai registi tosti di una volta sono ancora possibili, è destinato a uscire con un velo di delusione nel cuore, come sempre.
giovedì, ottobre 05, 2006

Pacchi (ma non postali)
Una volta, tanto tempo fa, un mio amico ed io comprammo un disco di Frank Zappa appena uscito. Cioè, lo comprò lui, che era un grande appassionato di situazionismo, e stravedeva letteralmente per il vecchio Frank. Anch'io, ovviamente, lo amavo, specialmente per alcuni dischi che trovavo - e trovo tutt'ora - stratosferici, come Hot Rats, per esempio; dunque ci precipitammo a casa e mettemmo l'ellepi sul piatto del giradischi: fu uno shock: si sentivano solo dei suoni disarticolati, qualche pernacchia, urletti, risate. Era troppo anche per un situazionista di pura razza. Un "pacco" spaventoso, non tanto per i rumori, che potevano avere una loro valenza provocatoria, ma per durata: dopo non più di dieci minuti (cinque per facciata) era già terminato. E costava come un ellepi normale, era questa la beffa! Dopo una serie di maledizioni, però, il mio amico scoppiò a ridere. Da una pellaccia come il vecchio Frank si poteva anche accettare questo sberleffo. Così lo infilò nello scaffale, che conteneva più di trecento LP, e non ci pensò più.
In questi giorni c'è un altro pacco spaventoso in giro, ed è il libro di Veltroni. Non tanto per i contenuti, o la scrittura, che non conosco e dubito conoscerò mai, ma per la cosiddetta foliazione: sono 150 pagine, ma con margini molto larghi, che in una impaginazione normale si ridurrebbero di circa la metà. Si tratta di un racconto dunque, e neanche tanto lungo. Ma il bello è che costa 16 euro, come un romanzo normale.
Un'altra beffa, una sorta di bariccata (Baricco è un altro grande specialista di romanzi finti a prezzo intero, caratteri grandi, pagine di carta grossa, all'apparenza libroni, in realtà racconti). Ma: col vecchio Frank potevamo ridere, perdonare, stare al gioco.
Ma con Veltroni?














