mercoledì, luglio 26, 2006


Una proposta decente

Dunque, tutto secondo copione. Dopo la prima, si diceva severa sentenza, la Corte federale ha praticamente passato la spugna sul calcio marcio. La solita soluzione all’italiana insomma, can can iniziale, paroloni, esibizione di muscoli, poi marcia indietro, la salvaguardia degli interessi degli sponsor, gli umori popolari ecc. Si pagano un po’ di multe (spiccioli, visti i bilanci delle squadre e gli stipendi dei dirigenti), si passerà un po’ di tempo in purgatorio, e poi via, tutto come prima.
Tutto normale.
A quanto pare i tifosi sono contenti. Li abbiamo visti manifestare il tv contro le retrocessioni delle proprie, adorate squadre. Questo è l’aspetto più singolare: i tifosi sono i truffati, i turlupinati, eppure si arrabbiano se i loro truffatori sono puniti.
A questo punto viene da dire: volete il calcio marcio? Volete essere truffati e derubati, e siete pure contenti? Bene, tenetevelo. E’ tutto vostro. Non ci vuole molto. Basta eliminare totalmente la cosiddetta giustizia sportiva. Via i tribunali, le Corti federali, basta con le pagliacciate. Che si combinino pure le partite, che si usino arbitri venduti, insomma, che si faccia del calcio una forma di wrestling. Che male ci sarebbe? In campo i calciatori potrebbero anche scatenarsi in risse, tanto sarebbe tutto finto, tutto preparato, nessuno si farebbe male. E tutti sarebbero contenti. Questa può sembrare una provocazione, una boutade, ma non è così. Il calcio è già putrefatto, legalizziamolo come sport finto, facciamone una forma di spettacolo fine a se stesso.
A questo punto all’inevitabile obiezione del tifoso onesto, che vorrebbe andare allo stadio per assistere a partite vere (“e io? Perché devo rinunciare a questo sport che amo?”), si può rispondere: “perché già ci rinunci. Perché sei preso in giro, e questo non è più uno sport” Che mandi tutto a quel paese e si rivolga ai campionati amatoriali, dove ancora si gioca per passione. E lo difenda dai predatori, il calcio amatoriale, perché il calcio-wrestling, non appena si accorgesse che esiste un territorio ancora vergine, si precipiterebbe armato fino ai denti per colonizzarlo immediatamente.

martedì, luglio 25, 2006


Time passed slowly?!?

L’articolo pubblicato lunedi nelle pagine culturali de La Repubblica, dove Michele Smargiassi racconta la storia del re del liscio Secondo Casadei, mi evoca qualche ricordo e anche una riflessione.
Riflessione: ad essere vecchiotti (sono nato nel 1953) si hanno degli svantaggi (acciacchi, stanchezze, la sensazione di avere perduto qualcosa che non tornerà, qualche rimpianto per occasioni mancate ecc.), ma anche qualche vantaggio, come per esempio avere conosciuto personaggi particolari del passato, carichi storia, di eroismi, di epica che i nostri tempi non contemplano più; avere visto luoghi e paesaggi scomparsi per sempre, distrutti dall’industrializzazione e dall’edilizia.
Un ricordo molto nitido è legato proprio al mondo primordiale del liscio. Da bambino i miei mi mandavano spesso in campagna, nei pressi di Lugo di Romagna, dai nonni, di antica famiglia bracciantile e contadina. Una volta, ed erano ancora i ’50, forse il 1958, il 1959, mi portarono a una festa per la mietitura del grano, che si teneva nella grande aia di una casa colonica vicina. Si mangiavano i prodotti della terra, frutta, verdura, e poi i salumi, il pane cotto nel forno domestico, si bevevano i vini del contadino, e si ballava. C'era un sacco di gente, famiglie del posto, ma anche molti giovani venuti da fuori, per ballare e magari “cuccare”. Sul ripiano di un carro per trasporto fieno c’era un complessino formato da una chitarra, una fisarmonica, un clarinetto (o meglio il clarinaccio, che è la versione romagnola) e un tamburo (non c’era la batteria, troppo ingombrante). Suonavano valzer, polke, pezzi veloci, anche se non ricordo il cantato, era tutto musicale. Sono quasi sicuro che eseguissero anche i famosi saltarelli, perché ricordo balli con le persone che si prendevano per mano e giravano in tondo, e non solo abbracciati nei valzer. Da qui Secondo Casadei ha importato il liscio. Ha preso quei ritmi, li ha elaborati, ha vestito i suonatori di lustrini e lamé, come le grandi orchestre leggere americane, ha scritto testi (orripilanti, come ha scritto Michele Serra in un box a corredo dell’articolo) e ha lanciato quel genere che, nel bene e nel male, ha sfondato nel mondo intero, e che oggi viene suonato e ballato in ogni angolo del pianeta, e fa stare in allegria.

martedì, luglio 18, 2006

venerdì, luglio 14, 2006

Schiuma hard-core

C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un ragazzo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue. Era un personaggio mitico, era stato sposato con una ragazza bellissima, molto alta anche lei (circa un metro e novanta), magra, nervosa, atletica. In un paese dove l’altezza media delle persone era di un metro e sessantacinque, loro due formavano una coppia che suscitava sconcerto, e, forse, ammirazione e invidia. Il matrimonio comunque durò meno di sei mesi, perché lei, un giorno, fu ricoverata in ospedale per le percosse ricevute. Almeno così si diceva, e la cosa mi stupì, perché ho sempre considerato Faustone un tipo generoso, un buono, sempre disponibile verso gli altri.

(Continua a leggere su Nazione Indiana) - (Allo stato attuale non è possibile caricare in questa home page l'immagine d'apertura, che compare invece su NI)

martedì, luglio 11, 2006


Ma cosa dicono? Ma dove guardano? Ma a chi parlano?

Ieri guardavo distrattamente la RAI, solito servizio estivo dove parlavano della frutta. Hanno mostrato dei meloni, coi relativi prezzi. A Bologna, hanno detto, il melone costa 0.65 euro, meno che a Milano (0.85) e più che a Roma (0.45).
In serata sono andato alla coop di consumo per la la spesa, e l'occhio mi è caduto sui meloni: 1.88 euro. Ora mi chiedo: ma questi della RAI dove vivono? Dove prendono i prezzi? Sono prezzi all'ingrosso? Ma il programma non era mica per i grossisti. E' come con le temperature: dicono 30 gradi e invece sono sempre 36-38. Che sballo.

lunedì, luglio 10, 2006


Non ce la faccio (e forse non ce la farò mai)

Nei commenti al post precedente “Prepararsi all’evento” pap scrive: “campioni d'italia!!! Qui in questo paesotto romagnolo il dopo partita si è vissuto così, come una piccola grande occasione di sballo, di festa e trasgressione. Carri, carretti, moto auto strane, ma tutti senza casco, tutti imbandierati, pitturati, urlanti e suonanti. C'era di tutto, ragazze fuori dai finestrini, genitori con neonati al collo che avrebbero dormito volentieri nei loro letti, mamme che tiravano per le braccia bambini stanchissimi... Non ho visto vigili, né polizia. Mio figlio 13enne è tornato a casa alle 1145, troppo casino, ma... poi ha preferito chattare con il suo amico; mia figlia 15 enne invece e' rimasta là fino alla mezza, ma c'eravamo tutti... io ero solo impaurita da tanta anarchia stradale.Ma la partita e' stata piacevole, a parte Zidane”.
Questa è la festa, la gioia del 1982. Forse pap – azzardo una ipotesi parapsicologica – ha vissuto quei momenti ed ora cerca una riproposizione di quei sentimenti, che erano positivi, perché anch’io li ho vissuti.
Ma non è come nel 1982.
Io quando l’Italia ha vinto con la Germania sono stato costretto a uscire in macchina con mia figlia. Per strada c’erano gruppi di giovani iper-eccitati che gridavano contro le auto agitando i pugni e le bandiere coi manici. Non ero affatto tranquillo. Altri giovani carambolavano con auto e furgoni sbandierando fuori dai finestrini, col rischio di collisioni. Io non ero tranquillo per niente.
Quando l’Italia ha battuto l’Ucraina ero a Torbole sul Garda, e siamo usciti per una passeggiata. Auto strapiene di giovani sfrecciavano sulla Gardesana e tutti urlavano e agitavano i pugni. C’era anche un camion, col cassone aperto stracarico di giovani con enormi bandiere. Uno particolarmente alterato urlava: “io non sono un tedesco dimmerda, io sono italiano! Italiano!”. Ora, in una zona la cui prosperità deriva dal turismo, soprattutto tedesco – ed è un turismo educato e rispettoso, perché è legato allo sport, windsurf, mountain bike, free-climbing, trekking – si capisce il livello di lumpen-cultura cui fanno riferimento certi personaggi fanatici del calcio. Che non sono una sparuta minoranza, ma parte organica delle cosiddette curve, dove regnano razzismo, violenza, disprezzo per l’avversario. I loro eroi sono i calciatori, che insultano gli altri calciatori; è Totti, che sputò in faccia non ricordo a chi. Un loro eroe è Cannavaro, il capitano, esaltato, incensato in questi giorni oltre ogni limite, ripreso in un video mentre, prima di una partita, si faceva un perone in vena di una “sostanza consentita”.
Non è come nel 1982.
Intorno al calcio si è sviluppata una lumpen-cultura fatta di menzogne, volgarità, furto, prepotenza, vippismo e yuppismo, mafia. Tiziano Scarpa ha scritto un
pezzo di fredda ferocia su primo amore in cui afferma che questa cultura oggi in Italia ha vinto. Nel 1982 queste cose non c’erano, oppure se c’erano non si vedevano, e quindi la pentola non era ancora piena, non traboccava.
No, non è come nel 1982, e Napolitano non è Pertini.
In questi giorni sui media si è scatenato un fanatismo mediatico che mi ricorda il periodo spaventoso dei funerali del papa. Quello fu un esempio di regime totalitario mediatico realizzato. Scrivemmo che i media, la televisione soprattutto, si erano fatti prendere la mano, che avevano “esagerato”. No, non avevano esagerato. Questo è lo stile, questo è il sistema. Era così allora, lo è oggi e lo sarà domani. Il ritorno della squadra è stato salutato con toni di isterismo spinto a livelli estremi. Lippi è “il nostro caro leader Kim Il Sung”; è la televisione di un regime di pazzi, di agit-prop di un miculpop.
Io non ce la faccio a esaltarmi. Non è per snobismo, non è per la solita sindrome del perdente a tutti i costi. Quando guardavo le partite, e vedevo i miliardari italiani che correvano sul campo, con la parte razionale di me riconoscevo che giocavano bene, forse meglio degli altri; ma non ce la facevo a gasarmi, a fare il tifo per loro. Ci ho provato, davvero, mi sono impegnato. Mi sono detto “ma insomma, prova a condividere questa gioia, prova per un attimo a uscire dal tuo solito stato di oscurità critica, di NO a oltranza, che ti rende sempre un po’ eccentrico, anomalo, imbarazzante con gli altri”. Ho provato, con tutte le mie forze, ma non ce l’ho fatta. E so che forse non ce la farò mai. Mi venivano in mente gli striscioni razzisti degli stadi, e “io non sono un tedesco dimmerda”, e il partito trasversale di deputati e Mastella che invocavano l’amnistia in caso di vittoria del mondiale (poi corretto in “atto di clemenza”, ma cosa cambia?). Vale a dire l’accettazione istituzionale del superimputridimento che regna intorno al calcio, nel calcio. Peggio dei condoni di Tremonti.
Intanto c’è un governo di centrosinistra che, per risollevare i conti pubblici, sta per varare misure finalmente nuove, che tengono conto delle speranze di noi che l’abbiamo votato: tagli alla sanità, alle pensioni e al pubblico impiego. Era ora, qualcosa di sinistra.
Già, ma chi se ne frega? L’Italia è CAMPIONE DEL MONDO, si va in giro a urlare “viva l’Italia, grande Italia, sono fiero di essere italiano, non sono un tedesco dimmerda!”. Siamo tutti uniti intorno al nostro “caro leader Kim Il Sung”, con un bandierone in mano e la televisione che urla per noi.

E veniamo alla famosa testata di Zidane. Si è trattato di un gesto inqualificabile, ed è stato giusto il provvedimento di espulsione. Non si può rispondere con un’aggressione a una provocazione verbale, per quanto grave sia. Però tra le urla di “siamo italiani!” sarebbe opportuno tentare di chiarire cosa ha davvero detto e fatto Materazzi. Il Guardian ha scritto che gli ha lanciato l’accusa di “terrorista”; poi ha smentito, ma sappiamo il peso che hanno le smentite. Terrorista rivolto a un algerino, con la storia che ha alle spalle, con la guerra di liberazione che è costata migliaia di morti, e la retorica che identifica gli arabi coi terroristi, è una provocazione pesantissima, perdidipiù lanciata a freddo, con cattiveria. Inoltre un gruppo di non vedenti avrebbe letto sulle labbra di Materazzi l’epiteto di “puttana” rivolto alla sorella. Mentre scrivo sono solo ipotesi, ma perché non cercare di fare chiarezza? Perché non attribuirle tutte, le responsabilità?

Già, ma chi se ne frega? Basta agitare le bandiere, bruciare qualche cassonetto, sognare di essere un calciatore miliardario che si cucca le veline e ha la Ferrari e la BMW e la Merceds e il SUV. Mica siamo tedeschi dimmerda noi, italiani siamo, campioni del mondo.

giovedì, luglio 06, 2006


Prepararsi all'evento

Bisogna prepararsi. E’ possibile che l’Italia vinca la finale e quindi il mondiale. Questa non è una previsione ma una semplice constatazione che la Nazionale può competere ad armi pari con la Francia. La TV ci ha mostrato le “feste” nelle piazze d’Italia, dove centinaia di migliaia di persone – soprattutto giovani e giovanissimi – in stato di fortissima alterazione manifestavano la loro “gioia” per le vittorie della squadra.
Se vinciamo la finale questa “gioia” salirà a livelli di parossismo, con episodi anche critici di fanatismo di massa ecc. Ora questo fatto mi induce a una riflessione: qua a Bologna ci sono state polemiche molto accese sul Rave Party che ha sfilato per la città. Musica ad alto volume, gente che grida, balla, espleta bisogni fisiologici, getta rifiuti. La Giunta ha tentato di negareil permesso, adducendo motivi di quiete pubblica, e l’emergenza rifiuti (in sostanza, chi paga per la pulizia); tutte problematiche e obiezioni che hanno riscosso un altissimo consenso da parte dei cittadini.
Dunque, il Rave è rumore, rifiuti. E le notti di baldoria dei dopo-partita? Sempre la TV ha mostrato le piazze letteralmente cosparse di rifiuti. Chi ha pagato? Chi pagherà se la Nazionale vince? E il rumore?
Ma non vi è obiezione che tenga. Il Rave è degrado, mentre le notti di baccanale dei dopo partita, con tutti i loro carichi di rumore, fumogeni, clacson, addirittura gimkane con moto nelle zone pedonali, sono “festa” e “gioia”.
Ma come sarà?

domenica, luglio 02, 2006


La sindrome di Gastone

Quando io e il vecchio Loris, il mio grande amico del 1970, partimmo in autostop verso Amsterdam, non potevamo immaginare ciò che sarebbe successo. Eravamo non solo amici, ma anche soci: soci nel condividere la scelta culturale di quel periodo, una scelta freak, undergound-letteraria, una scelta di rifiuto radicale del Sistema. Io ero kerouchiano, lui ginsberghiano; io ero per una scrittura classica, una scrittura narrativa, lui un surrealista poetico; ci univa l’adorazione per Jimi Hendrix (io poi lo imitavo anche nell’aspetto, e il mio soprannome tra gli amici era proprio Jimi), l’amore per la libertà, per l’apertura delle coscienze.

(Continua a leggere su vibrisse)

mercoledì, giugno 21, 2006


Nascere

(Questo pezzo è sul sito di Wu Ming e fa parte di una recensione di Dies Irae di Giuseppe Genna inclusa nell'ultimo numero di Nandropausa. L'autore è Wu Ming 1)

... perché adesso lo so, so cosa vuol dire avere un figlio (figlia, nel mio caso), io so quanto progetto e fatica, quanta - semplicemente - vita si dedica e si riversa e prende forma in un figlio, il pensiero il sesso la gravidanza il travaglio il parto, l'aria che brucia prima la pelle e poi i polmoni, il pianto, il neonato non sa dove si trova e perché, non sa nemmeno chi è, cos'è, non vede niente, tutto è sfocato, le prime ore accanto alla madre, la fatica della suzione e la mandibola che fa male, e un'ora dopo la prima di tante coliche, aria che preme la pancia da dentro, esperienza di un dolore terribile senza parole per confinarlo, il bimbo non sa cosa né perché, la fame è un demone che morde, l'urlo e il pianto, la testa è pesantissima e il collo non la sorregge, e la fatica del genitore, i risvegli notturni che spezzano il sonno e la schiena, il correre in aiuto al minimo segno, l'ansia, respira?, dorme?, ha mangiato?, e il primo sorriso a farti sapere che ti è grato, cerca di darti in cambio quel poco che può ed è tantissimo, è tutto quel che ti importa, è un mondo intero che ti riempie le arterie, il miracolo di una bocca che si inarca, e il bimbo assimila, impara a tenere alta la testa, intreccia le mani, esplora il proprio corpo, mette a fuoco la vista, si impegna a stare seduto, e l'impresa del gattonare, e l'incubo della dentizione, lame che tagliano le gengive da sotto, la testa segata in due da nuovo dolore, male dentro le orecchie e malanni, e impara ad aggrapparsi e alzarsi in piedi, muove i primi passi, e nel frattempo cresce, impara, supera le malattie, afferra le cose del mondo, estende i campi sinaptici, partecipa all'impresa, s'inventa nuovi modi di ringraziarti per quello che fai, e il primo farfugliare parole immaginarie, fonemi liberi a circondare i primi nuclei di senso, i "mammamma" e "baba", e sempre avanti, sempre meglio, le parole, la corsa, il gioco, l'asilo, gli altri bimbi, la materna, la sfilza dei "perché?", la scuola, la vacanza dalla scuola, il sole, il profumo dell'erba, la mezza sera...

lunedì, giugno 19, 2006

Superimputridimento

Dunque un'altra pentola è stata scoperchiata, e dentro bolle una brodaglia putrefatta, tanto per cambiare: la vicenda di The Prince si colora di tinte sempre più fosche, e vengono fuori i favori dei politici, i ricatti, i voti. Tra l'altro in una intercettazione The Prince e un compare dicevano, tra le risate, che Giuliana Sgrena avrebbero dovuto farla fuori davvero, poi dicevano che dovrebbero darla in pasto alle truppe irachene perché la stuprino a morte, poi farla a pezzi e "buttarla via". Il livello di imputridimento del nostro paese credo sia salito a un livello terminale. La putrefazione è passata ormai nel senso comune, si dà per scontato che la corruzione, il furto, la volgarità, la sciatteria, lo sciacallagio siano "normali", se non giusti, e i furbi e i delinquenti istituzionali che rubano e la fanno franca sono addirittura oggetto di amirazione. Credo che il livello di corruzione e di imputridimento del nostro paese non abbia eguali in Europa, forse in tutto il mondo occidentale. Credo che per trovare qualcosa di simile bisogna fare riferimento a certi regimi tribali dei signori della guerra africani.
Mi chiedo, e non so trovare una risposta, perché è andata così.

sabato, giugno 17, 2006


The Prince

Dunque quest'uomo è stato sbattuto in galera. La sua nuova vita di italiano libero, rientrato in Italia dopo una lunga trafila e lo sblocco dell'esilio costituzionale operato dal gov Berlusconi, è durata quattro anni. L'accusa è pesante: "associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfuttamento della prostituzione". Il figlio, il principe Emanuele Filiberto, che è stato anche opinionista di Piero Chiambretti, grida alla vergogna, ma ci sono le intercettazioni che lo inchiodano.
Quest'uomo trent'anni fa ha ammazzato un ragazzo tedesco, Dirk Hammer, perché nel panfilo vicino al suo il playboy miliardario Nicky Pende faceva rumore, così è uscito con un fucile, ha sparato sulla barca e ha ucciso un ragazzo che dormiva a bordo. Quest'uomo, per quel delitto, non ha fatto neanche un minuto di galera.
Quest'uomo è stato fotografato nel giardino di una delle sue ville da un fotografo di cronaca rosa, un paparazzo, armato come un pistolero. Aveva un cinturone di cuoio con due colt da far west, perché ha la passione delle armi, una passione infantile, però gioca con armi vere, e cariche.
Quest'uomo ogni volta che parla in pubblico manda in fibbrilazione la moglie, l'arcigna principessa Marina Doria, perché si sbaglia, si confonde, dice cose imbarazzanti. Più di una volta la principessa si è arrabbiata in pubblico, è sbottata "ma che dici! ma che dici!" e lui la guardava smarrito, o spaventato.
Quest'uomo, se nel dopoguerra non avesse vinto la Repubblica, oggi sarebbe il nostro Re.

giovedì, giugno 15, 2006

Bisogna essere assolutamente moderni
diceva il Maestro.
Ecco quindi tre titoli (moderni) di libri:
Bella, ricca e stronza
di Giulio Cesare Giacobbe (Mondadori)
Gli uomini preferiscono le stronze - falli soffrire
di Sherry Argov (Piemme)
Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo
di Aldo Busi (Mondadori)
Qualcuno riesce ad essere più moderno di così?

sabato, giugno 10, 2006


Ci togliamo la brutta polvere della necrofilia con questa poesia di Emily Dickinson del 1859.



Portami il tramonto in una tazza,
sommami le caraffe del mattino
e dimmi quante stillano di rugiada.
Dimmi fin dove salta il mattino –
Dimmi fin quando dorme colui
che intrecciò e lavorò la vastità d’azzurro.

Scrivimi quante sono le note
tra i rami incantati
raccolte nell’estasi del nuovo pettirosso –
E quanti viaggi della tartaruga –
E quante le coppe di cui l’ape si nutre,
Baccante di rugiada!

E ancora, chi posò i moli dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con vinchi di morbido azzurro?
E ancora quali dita rinsaldano le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte,
per vedere che non ne manchi nessuna?

Chi costruì questa casupola bianca
e così salde ne serrò le finestre
che al mio spirito non è dato vedere?
Chi mi farà uscire un giorno di gala
e mi darà quanto occorre per volar via
più sfarzosamente di un re?

venerdì, giugno 09, 2006


Viva la Muerte (tua)

Straordinaria incursione nella necrofilia pura di alcuni fogli della destra. La Padania sbatte in prima il ritratto del cadavere di Al Zarqawi e titola: "Adesso brucia all'inferno" (ma chi glielo ha detto? Hanno un canale privilegiato con l'al di là?). Libero, come al solito, ci va ancora più pesante: la stessa foto e il titolo: "Uno in meno". Ovviamente chi scrive queste cose è un paladino delle radici cristiane dell'Europa ecc., e chissà come hanno titolato la strage dei marines in Iraq, coi bambini freddati nei letti. Ma non è questo il punto, nessuno si stupisce più di nulla; invece mi chiedo: se non ci fossero più gli Al Zarqawi, il terrorismo, la guerra, le stragi; se cioè il mondo andasse verso la pace e la tolleranza, il rispetto degli altri e dell'ambiente, costoro dove sfogherebbero la loro devianza necro? Non è che in un mondo finalmente pacificato ci troveremmo un piccolo esercito di serial killers in libertà?

giovedì, giugno 08, 2006


Ma la realtà conta?

Dunque ci siamo: la Nazionale è sbarcata. E’ estremamente interessante vedere come, ancora una volta, un evento che dovrebbe essere formato da una concatenazione di fatti verificabili , viene descritto dai giornali. La realtà ormai è unicamente un argomento di lettura, di libera interpretazione.
La Repubblica e Il Corriere della Sera scrivono che l’arrivo è stato defilato, che il gruppo di giocatori, dirigenti e allenatori hanno deliberatamente evitato i tifosi. “Gli azzurri non si concedono a tifosi e giornalisti – allenamento a porte chiuse” (La Repubblica); “La nazionale in Germania, ma sfugge ai tifosi” (Corriere); La Stampa parla apertamente di contestazioni: “Tifosi arrabbiati: sapete solo rubare”. Echeggiano quindi gli scandali, il discredito che si è abbattuto sul nostro calcio.
Invece vediamo i quotidiani sportivi: Tuttosport enfatizza: “Orgoglio azzurro, la Nazionale trova tanto affetto e aria pulita”; La Gazzetta dello Sport: “Italia, un bagno di entusiasmo, accoglienza calorosa per gli Azzurri”. Sembra inverosimile una tale diversità di vedute, una falsificazione così paradossale della realtà.
I fatti spariscono, restano le opinioni, le favole, le frottole.

venerdì, giugno 02, 2006


Auguri alla Nazionale

Manca ormai una settimana al calcio d’inizio dei mondiali. Il pubblico italiano, calciomane e non, si sta preparando, si sta assestando, sta già pregustando la serie di meritati, sperati, inevitabili (nella fantasia) trionfi della Nazionale. Si sogna di poter gridare, come in anni lontani, “I-ta-lia! I-ta-lia!”. Si augurano una bella figura i tifosi, i dirigenti, i giornalisti, non solo sportivi: una bella figura che faccia soprattutto superare – dimenticare – i recenti scandali.
Bene, quanto dovrebbe avvenire è esattamente il contrario. Io auguro alla Nazionale una figura pessima, una caduta nell’ignominia, nella vergogna di un gioco povero, squallido, le auguro di non superare neanche le qualifiche. Le auguro di tornare in patria a testa bassa, con lo sguardo vitreo, tra i fischi e la delusione.
Glielo auguro perché la profonda involuzione di questo sport nobile, che non è più tale, essendo ormai un’azienda miliardaria governata dal malaffare e dalla corruzione, dal vippismo e dallo yuppismo, dall’ipocrisia e dalla violenza del potere, non può essere superata da una semplice pulizia d’immagine, mentre nel profondo tutto continua come prima; tutto questo non può essere “dimenticato”, magari con effimeri trionfi della Nazionale che riaccendono l’esaltazione di milioni di tifosi. Solo da un azzeramento, a questo punto, possiamo sperare in una rinascita. Solo dalla caduta ci si può rialzare. Niente lifting, ma una vera, sana e coraggiosa rifondazione.

sabato, maggio 27, 2006

Bi-aforisma

1) Nel minimo si esalta la fantasia del massimo.
2) Nel massimo si esalta la fantasia del minimo.

Qual è il migliore?

martedì, maggio 23, 2006


I misteri di Belzebù
Belzebù era il candidato della destra per la Presidenza della Repubblica. Ha perso, si sa.
Belzebù ha votato la fiducia al governo Prodi.
Doppiezza portata fino ai limiti estremi dell’esistenza, doppiezza come pratica definitiva di vita, come vocazione?
Errore nel mettere la croce?
Un disegno a noi imperscrutabile?
Uno sberleffo?
E chi lo sa?

domenica, maggio 14, 2006

Il Premio Strega, i candidati

(Questo è un réportage politicamente scorreto dell'evento, che si è tenuto giovedi 11 maggio a Bologna. Per la versione politicamente corretta si va su vibrisse.)

I grandi patrimoni, si sa, talvolta vengono svenduti, smembrati, sperperati. Un vecchio imprenditore di stampo austro-ungarico lavora tutta la vita dodici ore al giorno compresa la domenica per creare un capitale solido, un plusvalore garantito, poi arriva il figlio, o magari il genero, che se lo distrugge in ballerine, gioco d’azzardo, aereo privato, la villa a Portofino.
Il Premio Strega era uno questi grandi patrimoni. Lo fondò una grande scrittrice, Maria Bellonci, sessant’anni fa, e vi ha dedicato una parte importante della sua vita. Hanno vinto il Premio Strega, tra gli altri: Ennio Flaiano, Cesare Pavese, Elsa Morante, Dino Buzzati, Tomasi di Lampedusa, Paolo Volponi (2 volte, nel 1965 e nel 1991), Guido Piovene, Tommaso Landolfi, Primo Levi, Umberto Eco, Goffredo Parise, la stessa Maria Bellonci (dopo la morte). Insomma, il meglio del Novecento. Poi, arrivano i generi spendaccioni, e progressivamente la qualità cala: premiano persino Margaret Mazzantini, siamo alle mode, ai droga-party. Dopo il premio alla Bellonci, che possiamo chiamare l’anno zero, ha vinto sette volte Mondadori, due volte Bompiani, tre Einaudi, una volta Leonardo, tre Feltrinelli, una Garzanti. Insomma, il taglio della torta, e il padrone di casa si cucca le fette più grosse.
Quest’anno la comunicazione ufficiale dei candidati è avvenuta a Bologna, nel salone dello Stabat Mater (perché i vip vanno ospitati a dovere, devono stare comodi, e rifarsi gli occhi con gli affreschi).
Il pubblico era quello delle celebrazioni trombonesche d’élite: c’era il sindaco d’acciaio Cofferati, che vuole sfrattare i centri sociali, ma non si perde un ricevimento come si deve. C’erano i cumenda col vestito grigio, i baroni e le baronesse, in nero e in lungo (fosse stato inverno avremmo assistito a una sfilata di pellicce). Dopo un saluto balbettato da un esausto assessore Guglielmi è arrivato il distratto, lunatico, felliniano Maurizio Baggiani (così l’hanno chiamato sulle pagine bolognesi dei giornali), che ha iniziato a parlare lontano dal microfono, e non si capiva niente; allora la temibile Anna Maria Rimoaldi, la padrona del Premio (o la segretaria? Avevamo l’impressione che i padroni fossero gli editori), seduta accanto al sindaco d’acciaio, è sbottata con un “non-si-sente-niente!” Allora Maggiani si è avvicinato al microfono, ha traballato e poi ha ripreso a parlare lontano. Così tutti a dire al vicino: “eh? Cos’ha detto?” e il vicino: “boh, non ho mica capito”. Ecco dunque i candidati, con una noticina a margine sui loro libri di uno dei due scrittori che li propongono:

Massimo Cacciapuoti, di Napoli, infermiere, con L’abito da Sposa (Garzanti); di lui Segio Campailla, ha detto: “dei fardelli antichi, che pesano sulle spalle, alla fine si scaricano, esprimendosi”.

Sergio De Santis, di Napoli, giornalista, con Cronache dalla città dei crolli (Avagliano); Raffaele la Capria ha detto: “c’è la caverna primordiale, e gli uomini della caverna. Solo che la caverna è Napoli”.

Francesco Fontana, di Mestre, metereologo, con L’Imitatore di corvi (Feltrinelli); Maurizio Maggiani ha detto: “è la storia di un circo che gira la Germania portando carrozzoni di mostruose meraviglie, è la storia di una reclusione forzata che ridà allo spirito libero e sensuale di Fritz una dimensione inattesa”.

Pietro Grossi, di Milano, con Pugni (Sellerio); Salvatore Nigro ha detto: “uno stile scuro e inconfondibile. I racconti i Pugni ritagliano storie di intima vita quotidiana, e le distruggono là dove tutto incalza e costringe a misurarsi con le incertezze”.

Lucrezia Lerro, poetessa, con Certi giorni sono felice (peQuod); Vivian Lamarque ha detto: “Un lupo dentro la pancia di Cappuccetto Rosso. Un lupo vivo e tra i più affamati e spaventevoli che un lettore abbia mai incontrato”.

Giuseppe Manfridi, di Roma, drammaturgo, con Cronache del paesaggio (Gremese); Alberto Bevilacqua ha detto: “C’è una aspirazione alla totalità di impronta musiliana”.
Massimiliano Palmese, di Roma, autore teatrale, con L’Amante proibita (Newton Compon); Renato Minore ha detto: “mi ha convinto”; e Arnaldo Colasanti: “un libro semplicemente vero. Ne siamo entusiasti”.

Claudia Patuzzi, di Roma, insegnante, con La stanza di Garibaldi (Manni); Vincenzo Consolo ha detto: “è scritto bene, in modo chiaro ed essenziale, comprensibile e mai banale, cosa rara ai nostri giorni”.

Wilson Saba, di Roma e Bologna, attore, con Sole & Baleno (Il Foglio); Paolo Terni ha detto: “Il testo è abitato da un vero e proprio atto di fede, davvero furibondo e appassionato, una testualità forte, significativa, non autoreferenziale, processiva e necessaria”.

Sandro Veronesi, di Firenze, scrittore, con Caos Calmo (Bompiani); Tullio de Mauro ha detto: “Dalla prima pagina del ‘surf’, di pagina in pagina, come tanti, sono stato trascinato dalla corrente del racconto; coglie, mi pare, il correre inutile, vuoto, che ci affligge”.

Rossana Rossanda, giornalista, scrittrice, con La ragazza del secolo scorso (Einaudi); Dacia Maraini ha detto: “si scopre una persona tenerissima, anche fragile, ma capace di una amara e divertita ironia nel racconto dei propri abbagli e di quelli di tutta la sinistra, pur non rinnegando le ragioni di quelle scelte”.

Cioè, voglio dire, non sono mica invenzioni, sono campionamenti delle schede, hanno proprio detto “dei fardelli antichi, che pesano sulle spalle, alla fine si scaricano, esprimendosi”, oppure “una testualità forte, significativa, non autoreferenziale, processiva e necessaria”. E’ tutto documentato nella cartella stampa che mi hanno dato due hostess del Premio che prendevano gli accrediti, e alle quali ho tentato con ogni mezzo a mia disposizione di fare scrivere correttamente l’URL di vibrisse e quella di Nazione Indiana, che non avevano mai sentito nominare in vita loro.
Guardavo tutti quegli scrittori pubblicati da piccoli e medi editori: rappresentavano la faccia pulita del Premio, il contorno, la lattuga: vedete, sembravano dire, non è mica vero che ci sono solo i boss allo Strega, ci siamo anche noi, i piccoli, gli esordienti; è democratico lo Strega, è una cosa seria lo Strega. Chi parla di lottizzazione guardi noi, le nostre facce pulite, la nostra imbranataggine nel parlare (perché quando Maggiani rivolgeva loro una domanda precisa loro mica rispondevano, macché, recitavano a memoria la schedina dei loro libri). In realtà lo sanno anche i muli che vincerà la Rossanda, con qualche chance di Veronesi.
Veronesi era per l’appunto la star, visto che la Rossanda era assente. E io a guardargli sempre le scarpe. Erano sbagliate, sono sicuro, perché l’ha detto Daria Bignardi: Veronesi è elegante, “ma sbaglia sempre le scarpe”. Erano certamente sbagliate, due scarpantibus color cacca di stitico sotto due pantaloni troppo lunghi che gli facevano “il zalappo”. Se ci fosse stato Piperno, invece, lui sì che sarebbe stato in tiro, minimo un doppiopetto o un gessato, perché frequenta il bel mondo Piperno, si tiene a modo Piperno. Ma se ci fosse stato uno del bel mondo poi doveva vincere al mille per mille, e allora come la mettiamo con le belle facce pulite degli scrittori imbranati?
Quando finalmente la trombonata è finita, nell’atrio abbiamo fatto incetta di libri gratis, che erano a disposizione su un banchetto. C’era chi andava via con la schiena curva. Poi tutti nell’enorme bar Le Scuderie, in Piazza Verdi, con tutti i ragazzi e gli studenti e i punk bestia accoccolati sull’asfalto, a ridere, a bere birra, a vivere un po’. C’era l’incontro degli autori col pubblico. Macché incontro. A nessuno importava un accidente, c’erano i cocktails, i beveraggi, lo struscio, nessuno ha fatto domande e tutti si sono strusciati, hanno sbevazzato, e hanno potuto dire “io c’ero”.

(Nelle foto: le scarpe di Veronesi; Maggiani presenta il libro di Veronesi)

mercoledì, maggio 10, 2006


Alto profilo

Al settimanale Sorrisi e Canzoni è allegato il secondo album di Jimi Hendrix, Axis:Bold as Love. E’ un disco bellissimo, una delle quattro-cinque opere fondamentali di Jimi. In giro per le edicole bolognesi non l’ho trovato, era esaurito già da lunedì sera. Il fatto che un disco come questo, che ha quasi quarant’anni, susciti tanto interesse mi riempie di ottimismo, perché dimostra che la musica immortale continua ad avere un futuro.

lunedì, maggio 08, 2006


Basso profilo

Oggi, nel tardo pomeriggio, ho acceso la tv e ho guardato un programma sui servizi parlamentari (era in atto la prima votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica), condotto dalla mitica Anna La Rosa. Sono note le polemiche che seguono questa giornalista, per le sue evidenti simpatie verso la destra, una certa faziosità e superficialità delle sue conduzioni. A me ha colpito soprattutto la sua insicurezza, e l’incapacità quasi assoluta di districarsi tra la folla di deputati che si affannava a intervistare. Aveva elaborato una domanda, che riguardava la scelta di D’Alema di ritirarsi dalla competizione a favore di Napolitano: “non sarà una mossa tattica per tornare in pista con una forza contrattuale ancora maggiore?” che ha rivolto a tutti, con una ossessione che sembrava demenziale, a Paolo Miei, a due deputati della destra, a Pecoraro Scanio, a Fassino con particolare insistenza, tanto che il segretario DS ha dovuto dire “basta, non la seguo”; in realtà era una risorsa, l’unica, che usava per mascherare la sua quasi totale atonia. Era priva di argomenti, di dialettica, di prontezza, era come balbuziente. Continuava a rivolgersi a Paolo Mieli, che era collegato dal Corriere, per fargli intervistare i politici (e Mieli, da quel gran professionista navigato che è, le toglieva le castagne dal fuoco), e quando il direttore ha detto, per due volte, che doveva lasciarla perché aveva il giornale da chiudere, lo pregava con voce strozzata di restare ancora un poco, di rivolgere qualche altra domanda; e quando proprio non c’è stato più nulla da fare gli ha gridato con disperazione: “ma domani, Paolo, do-ma-ni sarai ancora collegato con noi, ve-e-ro?”. C’era ansia, e terrore nella sua voce, perché lo stava supplicando di non lasciarla sola, in quella fossa di leoni.
Ora, a sua discolpa c’è da dire che non è facile navigare in quel mare di onorevole chiacchieroni, perché sono delle macchine, uno spinge un pulsante e iniziano a snocciolare le loro litanie retoriche, ed è quasi impossibile strappare loro un discorso, una parola non retorica (non ci riusciva neanche Paolo Mieli); ma insomma, questo è il viaggio; e se da un lato ho provato una sorta di tenerezza, di compassione, dall’altro mi sono chiesto come sia possibile che un programma hard come quello parlamentare sia lasciato in mano una giornalista di un tale spessore.

giovedì, maggio 04, 2006


Lavorare stanca

Mia nonna Adelcisa ha lavorato come mondina per tutta la vita. E’ un mestiere, questo, che era molto diffuso nella pianura padana, fino agli anni Sessanta, quando ha iniziato a scomparire per il prosciugamento di molte risaie e per l’introduzione delle moderne tecniche di coltivazione.
Nonna Adelcisa, come tutte le persone anziane, mi raccontava spesso le sue giornate di lavoro. Erano impresse a fuoco nella sua memoria, perché rappresentavano una parte molto importante della sua vita, della sua giovinezza. Lavorava dieci, dodici ore al giorno, per sette giorni alla settimana, sempre coi piedi nell’acqua fino al ginocchio. C’era una pausa per mangiare, a mezzogiorno, e il pasto era composto da due cipolle crude e pane. Insisteva molto su questo particolare delle cipolle, che avevano probabilmente una doppia funzione: un pasto povero, in tempi di miseria, dove la carne, il formaggio, erano un lusso; ma anche un alimento che, con la sua componente basica, funzionava da antidoto all’esposizione prolungata al sole cocente. Ho pensato spesso a queste ragazze giovani e carine (perché guardando le foto dell’impareggiabile Enrico Pasquali, che negli anni Cinquanta ha documentato i lavori agricoli e le condizioni dei braccianti in Emilia Romagna, colpiscono quei visi giovani, allegri, delicati) che mangiavano cipolle come le mele. Che contrasto coi giorni nostri, col trucco sempre perfetto, e l’attenzione all’alito fresco ecc.
Le mondine hanno elaborato dei canti di lavoro molto particolari, canti collettivi con una voce solista cui facevano da contrappunto risposte in ritornello e piccoli cori, sul modello dei blues dei primi raccoglitori di cotone; registrazioni di questi canti sono state raccolte, e pubblicate su disco, da numerosi ricercatori.
Nonna Adelcisa ha fatto questo viaggio, nella sua lunga vita (è morta a 97 anni), che le ha lasciato un’artrite cronica alle caviglie, gonfie come zampe di elefante. E forse la sua giovinezza passata coi piedi nell’acqua, e la schiena curva per piantare il riso, strappare le erbacce, diradare le piantine, ha plasmato una parte del suo carattare, così forte, allegro, caparbio e anche un po’ folle.

(nella foto di Enrico Pasquali le mondine negli anni Cinquanta)

martedì, maggio 02, 2006


Pulp Fiction

Il 25 aprile Letizia Brichetto Moratti è andata al corteo e si è beccata una valanga di fischi e, dicono, di insulti. Sono seguite parole indignate della sinistra e una non dissimulata soddisfazione della destra per lo spot pubblicitario gratuito. Il primo maggio cos’hanno pensato alcuni settori della sinistra? Quale nuova illuminazione hanno avuto, quale intuizione? Invitiamo Letizia Brichetto Moratti. La signora è andata, ovviamente, e si è beccata una seconda valanga di fischi. Sono seguite parole indignate della sinistra e una enorme soddisfazione della destra per il secondo, clamoroso spot pubblicitario gratuito.
Sembra il copione scritto da un comico, tipo Vergassola, Oreglio, uno così.
Non riesco a crederci.
A capire ci ho rinunciato da tempo.

venerdì, aprile 28, 2006


Questa notizia che Tarantino starebbe per iniziare le riprese di un film su Jimi Hendrix è per me enormente, quasi insopportabilmente intrigante.

(nella foto: Jimi a Parigi nel 1966)

mercoledì, aprile 26, 2006


Mapplethorpe, la sfida della ricerca

“Quando fotografo, che il soggetto sia un fiore o un cazzo, faccio sempre la stessa cosa. Solo metto a fuoco un soggetto diverso.”
Parola di Robert Mapplethorpe. E’ una sua dichiarazione, un suo appunto di lavoro, e dobbiamo prenderlo sul serio. Eppure, noi che siamo osservatori distaccati, abbiamo il beneficio del dubbio. Le foto di peni maschili non sono affatto “la stessa cosa” di quelle dei fiori. Sono distanti, e rivelano due approcci molto diversi, talvolta opposti.
Ma procediamo con ordine. E’ tornato in circolazione questo grande portfolio di Mapplethorpe (Artificio Skira), che aveva fatto una prima comparsa durante le feste natalizie come lussuoso oggetto-regalo, ed ora è reperibile nelle librerie specializzate che offrono uno spazio particolare alla fotografia e all’immagine. E’ il catalogo di una grande mostra che si è tenuta a Torino, curata da Germano Celant, ed è un libro impegnativo per dimensioni (21 x 32 x 4,5), peso (3,2 Kg), e prezzo (69 euro). Però è una raccolta abbastanza completa – forse la più completa – della sua produzione. La storia di questo grande e controverso fotografo è nota: realizza i primi servizi negli anni Settanta, réportages-shock nei locali macho-gay di New York, e diventa immediatamente una stella del firmamento off newyorkese. Ha una solida e raffinata educazione artistica classica, avendo studiato al Pratt Institute e al Reserve Officiers Trainig Corps. Dopo i primi esperimenti come pittore, creatore di collages, disegnatore di gioielli, si dedica totalmente alla fotografia. La sua attenzione verso la classicità – le sculture degli antichi greci, i quadri di Caravaggio, le opere di Leonardo, di Michelangelo, di Rodin – occupa uno spazio molto importante nella sua ricerca artistica, e rappresenta, forse, il lato B della sua vasta produzione.

(continua a leggere nella Bottega di lettura di Vibrisse)

mercoledì, aprile 19, 2006


1976-2006, trent'anni di punk

Pubblico in contemporanea con Uffenwanken

Possiamo stabilire la data di nascita del punk? Come tendenza forse no, almeno non esattamente: troviamo tracce dei primi gruppi, ancora scarsamente caratterizzati, agli inizi degli anni Settanta, soprattutto in America. Nascono come reazione allo strapotere delle case discografiche che hanno ormai fagocitato tutta la creatività del decennio precedente. Poche case hanno in mano tutto: la produzione, la distribuzione, persino la fabbricazione dei supporti in vinile. Tutto è sotto controllo, tutto è pianificato: gli accessi alle radio, alle riviste, e chi vuole suonare deve adeguarsi, o tacere.

Continua a leggere in [Uffenwanken]

martedì, aprile 18, 2006


Il lavoro fa male (mobbing 2)
Pubblico in contemporanea con Nazione Indiana
Il capitolo precedente di questo racconto è negli archivi del 25 giugno 2005.

Ho il camion rotto, stamattina non è partito. Il Carnivoro, dopo avere sbraitato “te Trapattoni, tutte le mattine ci hai un casino!” ha consultato il foglietto dei viaggi, ha scosso il testone e ha detto: “non ho neanche un camion libero. Va’ in cantiere a dare una mano”.
Gli autisti-cortigiani hanno ridacchiato. In cantiere a dare una mano: è lo spauracchio di tutti i camionisti. E’ dura, negli scavi. Si sgobba, ci si cuoce al sole, ci si congela nella nebbia invernale. E poi si è gli ultimi degli ultimi, senza uno straccio di prospettiva. I capicantiere, che non spostano un chiodo, si prendono tutto il merito e soprattutto intascano il premio di produzione. In cantiere si è pagati poco, non si avanza nella carriera, a meno di non fare parte di una delle mafie vincenti. Piuttosto che dare una qualifica a un operaio fuori dalle mafie i vertici della cooperativa lo lasciano morire d’inedia nello scavo. E questo vale anche per gli autisti e per gli operatori di ruspe, pale, scavatori. Il capobastone è Il Carnivoro in persona: o si è nelle sue grazie o si è destinati a sopravvivere in uno stato di inferiorità, senza mai avanzare di qualifica, fino alla pensione.
Salgo sul pulmino di una delle squadre in partenza. Sono tutti ferraresi e rovigotti, come la maggior parte degli operai del resto. Il capocantiere è Il Ranocchio, soprannome attribuito dal Carnivoro ovviamente, ma gli operai l’hanno cambiato in Il Rospo. Non so perché: non ha un volto rospesco, assomiglia piuttosto a una scimmia. Ma Il Carnivoro ha una visione tutta sua della fisiognomica, e nessuno si sognerebbe di metterla in discussione.
Il cantiere è a Mezzalega, un misto edilizia-infrastrutture. Per la verità la parte edile, la costruzione di un grande capannone industriale, è quasi terminata, ed ora si stanno completando gli impianti: gli allacciamenti, le canalizzazioni, i pozzetti.
Vengo assegnato allo scavo dell’Enel. Devo stare di fronte alla benna dello scavatore e controllare che non vi siano cavi o tubi che si potrebbero tranciare. Nessuno conosce esattamente i tracciati preesistenti dei fili della luce, o dei tubi del gas. Si procede a tentoni, e non appena c’è qualcosa di sospetto, un blocco di calcestruzzo per esempio, il manovale dello scavo, cioè io, va a controllare col badile o col piccone.
Dopo mezz’ora arriva il camion che deve caricare la terra che lo scavatore asporta durante lo scavo. E’ quel pellagroso dell’Ortolano. Si piazza di fianco al tracciato, sulla destra, a portata del braccio della macchina. Quello sfigato però non spegne il camion, e siccome la marmitta è a sinistra mi scarica in faccia i gas di scarico.
Cerco di attirare la sua attenzione, urlo “o’ scemo, spegni quel camion!” ma L’Ortolano, che si è subito stravaccato con la musica a tutto volume, non sente, o fa finta di non sentire. “Spegni il camion!” urlo di nuovo, sbracciandomi. Niente. Fa il sordo e il cieco. Mi avvicino alla cabina, caccio un pugno sulla portiera. L’Ortolano mi guarda coi suoi occhi piccoli, acuminati. Abbassa il vetro elettrico. “O’ Trapattoni che cazzo fai? Sei fuso?”.
“Sei fuso tu” grido, per farmi sentire nel frastuono dello scavatore, del camion e della musica di Gigi D’Alessio che esce dall’impianto stereo. “Spegni quel camion, ho la marmitta praticamente in bocca!” L’Ortolano sghignazza. “Urca, come sei delicato Trapattoni. Che cazzo spengo, lo scavo è piccolo, non vedi che mi devo fare avanti ogni minuto? Cosa vuoi, che abbia solo il da fare di accendere e spegnere perché te sei delicato?”
“Fai come cazzo ti pare! Io non posso respirarmi i gas della tua marmitta fino a sera!”
L’Ortolano ghigna, dice “Trapattoni, io dico che te sei troppo delicato per fare questo lavoro” e tira su il finestrino.
Sono schiumante di rabbia. Prendo una pietra, se non spegne il camion gliela scaglierò contro la cabina. E chi se ne frega se spaccherò il vetro. In quel momento arriva Il Rospo, che grida “ma che cazzo succede, perché lo scavo è fermo?”
Indico il camion con la mano che stringe la pietra. “Quell’asino dell’Ortolano non spegne il camion, guarda un po’ dov’è la marmitta!”
Il Rospo guarda il camion, lo scavo, guarda me. Non è un tipo bilioso Il Rospo, non perde mai la calma. Procede in silenzio, tiene un profilo basso. Ma intanto fa correre gli operai come matti, gli aspira il sangue, il midollo. Forse è per questo che Il Carnivoro l’ha chiamato Ranocchio? Si rivolge all’Ortolano, dice “e spegni quel camion, va là”. L’Ortolano tira giù i piedi dal cruscotto, abbassa il vetro e scaglia la cicca di sigaretta nello scavo. “Come faccio” dice, “devo avanzare ogni minuto. Cosa accendo e spengo per la bella faccia di questo qui?”. Il Rospo sbuffa, allarga le braccia. “O’ Trap, non puoi sopportare? Vedi pure che si deve spostare di continuo”.
Lascio cadere la pietra a terra. La rabbia mi è passata ma sono deciso a risolvere questa storia. Mi bruciano gli occhi e la gola con lo scarico del camion. “Perché non provi a scendere qui dentro?” dico. “Ho la marmitta in bocca, non vedi?”.
Il Rospo continua a lanciare occhiate allo scavo, al camion, fa la faccia lunga. Si gratta il mento, borbotta tra sé. Probabilmente sta imprecando a bassa voce. “O’ sentite, voi due, cercate una soluzione perché lo scavo non può fermarsi”.
Una soluzione. L’unica possibile è che L’Ortolano spenga il motore, ma non lo farà mai. E non avrà problemi con nessuno. E’ il superfavorito del Carnivoro, è un intoccabile, può fare quello che vuole.
“Senti un po’” dico, “non si può respirare questa roba, lo capisci? Se quello scemo non spegne vengo fuori dallo scavo. Poi fai quel cazzo che ti pare”.
Il Rospo guarda di nuovo lo scavo, guarda il camion, borbotta. Lo sento che bestemmia, che dice “te Trapattoni se non spacchi le palle non sei contento”. Poi lancia occhiate in varie direzioni e dice, rivolto all’Ortolano: “allora mettiti di là, sulla sinistra. Così la marmitta spara dall’altra parte”.
L’Ortolano sembra riflettere intensamente su quella proposta, poi sospira, guarda in alto e dice “vacca troia, te Trapattoni devi andare in montagna, a fare le passeggiate, mica qua in cantiere.” Si ricompone con lentezza esasperante, ingrana la marcia e fa il giro dello scavo, piazzandosi alla mia sinistra. Così va meglio. Sento ancora la puzza della marmitta, ma almeno è dalla parte opposta. E’ tutto quello che posso ottenere. O così o me ne vado a casa.

Lavoriamo allo scavo tutta la mattina, poi andiamo a mangiare in una piccola mensa e all’una si riprende. Lo scavo si è fermato, lo scavatore deve spostare dei tubi di cemento, che è un lavoro che probabilmente avrei fatto io con la gru, se il mio camion non fosse in officina. Il Rospo mi manda dentro al capannone, a “dare una mano ai pavimentisti”, dice.
Qui la situazione è peggiore, molto peggiore. Stanno realizzando un pavimento speciale, che si crea in opera con un cemento mescolato con una sostanza a base di cristalli di quarzo; viene steso da due operai col badile e tirato a livello con la staggia. E’ un lavoro delicato, perché l’impasto, che viene preparato da un operaio che ha come unico compito quello di aprire i sacchi per rovesciarne il contenuto in una betoniera, deve avere una consistenza perfetta, altrimenti si formano dei grumi che rendono difficoltoso il tiraggio.
Il problema è la polvere: il materiale a base di quarzo è finissimo, e si spande nell’aria come un aerosol. Sembra che nel capannone sia scesa la nebbia.
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.
Io, sempre io. Io devo protestare. Da solo.
Vado dal Rospo. Mi sembra di non avere più forze, di essere svuotato, rassegnato. Eppure non posso respirare quella roba tutto il pomeriggio. Questa è l’unica certezza.
“Che cazzo fai qui Trapattoni?” dice Il Rospo, sorpreso di vedermi fuori dal capannone.
Inspiro una boccata d’aria. “Senti, là dentro è impossibile stare senza una mascherina. Il quarzo fa una polvere pazzesca”.
“Cosa?” Esclama Il Rospo, guardando verso il capannone con le sopracciglia aggrottate.
“Sì” dico. “quella roba si spande nell’aria, c’è da prendersi la silicosi là dentro. Tra l’altro nessuno ha la mascherina, mi sembra una cosa assurda”.
“Che? La silicosi? Ma che cazz... Porco cane, Trapattoni, ma come fai te a creare dei problemi tutti i minuti? Ma ti rendi conto?”
“Senti, ci vuole la mascherina. Non è possibile una cosa così, devi capirlo. Va’ dentro a vedere”.
Il Rospo sbarra gli occhi, si altera leggermente, il che è un fatto abbastanza singolare considerando i suoi modi da anfibio. “E dove me la prendo una mascherina adesso? Ma lo sai cosa stai dicendo Trapattoni?”
“Sì che lo so. E ti dico anche: ma come si fa a non avere le mascherine in cantiere?”
“Come si fa?” sbotta. “Sai quante cose mancano qua dentro, attrezzi, macchine? Ascolta, Trapatttoni” dice, calmandosi di colpo, abbassando lo sguardo a terra. “Quello è un pavimento ad alta resistenza. I pavimentisti mi hanno chiesto due omacci per preparare la roba, perché da soli non ce la fanno. Sono trenta centimentri di spessore, capisci? E devono finire entro stasera, perché domani cambiano cantiere. Se non finiscono come facciamo? Siamo nella merda, siamo!”
In quel momento una voce nasale, inconfondibile, arriva dalle nostre spalle. E’ lui, il Presidente della coop in persona, detto Johnny Profumo, perché dicono che abbia il vezzo di deodorarsi ogni mattina e si lascia dietro la scia. Non l’ho mai visto di persona, ma solo in fotografia, e in televisione, mentre stringeva la mano a Massimo d’Alema durante un convegno su “L’etica del lavoro: i valori della cooperazione”. “Che cosa succede qua?” dice. Fa un passo verso di noi coi piedini che calzano un paio di scarpette con la frangia, muove con grazia la manine femminili che reggono una cartella di pelle. “Va tutto bede?” dice.
Il Rospo guarda a terra, sbuffa. Sta pensando come introdurre il problema, cioè io. Lo precedo, ormai sono lanciato. “Il fatto è, Presidente, che c’è da lavorare dentro al capannone senza mascherina, e c’è una polvere di quarzo incredibile”.
Johnny Profumo strabuzza gli occhi dietro gli occhiali di tartaruga e guarda il capannone. “Ah. E perché sedza bascherida?” dice. Il Presidente è famoso anche per le sue adenoidi: sono così grandi che gli impediscono persino di respirare.
Il Rospo si gratta la testa. “Non ne abbiamo” dice, “giovedì Roberto in magazzino era senza”. Probabilmente è una balla. E’ impossibile che il magazziniere, uno dei pochi personaggi normali qua dentro, fosse senza maschere.
“Oh” dice Johhny Profumo. Si è avvicinato ancora, adesso sento l’olezzo di acqua di colonia. “E dod si può risolvere id qualche bodo?”
Il Rospo allarga le braccia. “E come, Presidente? Sai che problemi abbiamo qua. I pavimentisti hanno bisogno di due omacci, io gliene ho dato uno. Stasera devono cambiare cantiere, e se non finiscono il pavimento siamo nella merdaccia. E siamo già in ritardo sui tempi lo sai anche te”.
Johnny Profumo ondeggia. Voglio prevenire la sua richiesta, ovvia, di sopportare fino a sera per cause di forza maggiore. Le sue cause, e del Rospo, non le mie. Ci sono io nella merda, non loro. “Sì, ma è impossibile lavorare là dentro senza una mascherina” dico. “Presidente, va’ a vedere. Tra l’altro anche quelli là non dovrebbero...”.
Il Rospo sbotta, mi interrompe. “Ma cosa vuoi Trapattoni, quelli sono artigiani, sono cazzi loro”. Non è così. Lui è il responsabile del cantiere, lui deve obbligare chi ci lavora a usare i sistemi di sicurezza.
Johnny Profumo intanto strabuzza gli occhi, lancia occhiate verso il capannone che non so definire se di puro terrore o di assoluta ferocia. “Questo ragazzo ha ragiode” dice. Tira fuori dalla cartella un cellulare e compone un numero. “Sodo io, Bercalli” dice. “Badda subito, ba subito, delle bascheride qua a Bezzalega... cosa?... Dod b’idteressa se dod c’è uda bacchida, ho detto subito!” Fa una pausa, dice una serie di “sì” e “do”, poi si arrabbia, dice “dod b’idteressa! Preddi la tua bacchida e viedi qua subito!” Poi chiude il telefonino e lo rimette nella cartella. “Tutto a posto” dice, ma non vi è traccia di sollievo nella sua voce: gli occhi continuano a roteare dietro le lenti, e la faccia è una maschera di pietra. “Staddo arrivaddo le bascheride”.
Il Rospo allarga di nuovo le braccia, sospira. “Bene” dice. “Allora Trapattoni, intanto che arrivano... vedi quei sacchi di plastica?” indica un cumulo di sacchi vuoti, quelli che proteggono i bancali di cemento. “Va’ là e bruciali”. Bruciare la plastica. Altra porcheria. Fa un fumo pestilenziale, e libera nell’aria delle sostanze cancerogene. Ma non ho più energia per contestare anche questo incarico. Sarebbe davvero la rottura definitiva, tanto varrebbe piantare tutto e andarmene a casa. Prenderò tempo. Fingerò di radunarli, di accatastarli finché non arrivano le mascherine.

Alla sera arrivo a casa alle sette. Ho fatto due ore di straordinario, per aiutare gli artigiani albanesi, che sono ancora in cantiere, a tentare di finire il lavoro. Ho detto loro di mettere le mascherine, ma non mi hanno neanche risposto. E’ gente taciturna, dura, che lavora senza un attimo di pausa per dieci, dodici ore di fila, compresi il sabato e la domenica.
Mia moglie è in piedi nel minuscolo soggiorno con un foglio in mano. Continua a leggere mentre mi tolgo gli scarponi e la tuta, che lascio cadere sul pavimento. Poi me lo porge. E’ un telegramma della cooperativa. All’inizio non riesco a capire il contenuto, devo rileggerlo “siamo spiacenti di comunicarle che il suo periodo di prova non ha avuto esito positivo. Non è quindi possibile riconfermare la sua assunzione a tempo indeterminato. Può passare dal nostro ufficio personale ecc.”
Rimango col foglio in mano, senza parole e senza fiato. Ma che significa? Che mi hanno buttato fuori? Ma com’è possibile? Il mio periodo di prova non è ancora concluso, mancano ancora due mesi. Quindi mi hanno cacciato prima del tempo. Ma come ha potuto Johnny Profumo, in così poco tempo, non più di due ore... Sono incredulo, in stato confusionale. Devo sedermi sul divano, per non perdere l’equilibro.
“E’ meglio così” dice mia moglie. “Sono contenta. Avresti dovuto farlo prima”.
“Cosa?” dico, quando riesco a riprendermi, e a capire il significato delle sue parole. “Ma... ma... è un grosso guaio invece. Cosa faremo adesso?”
“Qualcosa faremo. Ma è meglio. Tornavi sempre nervoso, la notte dormivi male, ti lamentavi. Portavi a casa del negativo, della sofferenza. E’ una benedizione del cielo”.
Già. Una benedizione. E’ accaduto ciò che non avevo il coraggio di fare accadere. Adesso sono di nuovo in strada, di nuovo senza lavoro. Accartoccio il foglio, lo lancio nel cestino vicino al lavello della cucina. “Non abbiamo un quattrino” dico, con voce grave. Un caos di sentimenti contrastanti si agita in me. Sollievo, paura, rabbia, incredulità. Di nuovo in strada...
“Ce la faremo. Tra un po’ mi metterò anch’io a cercare”.
“Tu?” dico. “Tu devi badare a lei”. In quel momento mia figlia si sveglia. La sollevo dalla culla, la prendo in braccio. Mi molla un pugno sul naso.
“Io sono contenta. Chiederemo dei soldi ai genitori, per un po’. Ma è una liberazione. Se non fosse arrivato il telegramma ti avrei chiesto io di licenziarti”.
La piccola si mette a piangere, protende le braccine verso sua madre. Probabilmente vuole mangiare. Gliela passo. Mi stendo sul divano, fisso un punto del soffitto. E’ una liberazione ha detto mia moglie. E’ vero. Non dovrò più vedere Il Carnivoro ogni mattina e ogni sera, né gli autisti cortigiani, né quei capicantiere... Intanto potrei andare al sindacato e denunciarli per mobbing... macché. Il delegato sindacale è uno dei più schifosi imboscati di tutta la mafia là dentro, non mi appoggerebbe mai.
E poi, chi se ne frega?
La cooperativa stradini e muratori è il passato adesso. E’ la Tenebra, il Buio, ed è alle mie spalle.

(foto di August Sander: carbonaio berlinese, 1929)

sabato, aprile 15, 2006


Un viaggio nel buio e nel silenzio

[Questo pezzo è uscito su vibrisse il 12 aprile, e ripubblicato da La Sesia, giornale della provincia di Vercelli.]

In questo periodo riceviamo richieste – per strada, per posta – di contributi da parte di varie organizzazioni onlus, quasi tutte valide: l’associazione per la ricerca sul cancro, sulle leucemie, Emergency, Medici Senza Frontiere, Lega Antivivisezione ecc. Questo pressing è un indice di gravi difficoltà sociali, di bisogni, di piccole e grandi tragedie. Ovviamente non possiamo rispondere a tutti, ognuno contribuisce, se vuole, secondo la propria sensibilità.Vorrei parlare di una di queste organizzazioni, perché sono stato coinvolto in prima persona nella sua attività.Qualche tempo fa fui inviato a Osimo (An) per realizzare un servizio fotografico sulla Lega del Filo d’Oro, l’associazione che segue le persone – soprattutto i bambini e i ragazzini – sordociechi. E’ questa una delle menomazioni più pesanti: la sordità e la cecità comportano un isolamento sensoriale quasi assoluto; si è altrove, rinchiusi in uno spazio buio, senza suoni né luce. Anche la propria voce è altrove, aspirata via dalla gola, dalla bocca, perché è un suono generato dal proprio corpo che le orecchie non sentono.
Appena entrai fui colpito da alcune grida che provenivano dal corridoio. Un ragazzo era steso sul pavimento e urlava in maniera scomposta, disarticolata. Era una voce diversa da tutte le voci che avevo sentito prima di allora. Non sembrava umana, e neanche animale. Era una voce aliena. Aveva sonorità, intonazioni che non riuscivo a decodificare coi miei mezzi di uomo “normale”. Un operatore, calmo, per nulla turbato da quella scena che mi aveva colpito nello stomaco, lo aiutò ad alzarsi e lo accompagnò in una delle stanze dove altri ragazzi e ragazze soggiornavano, alcuni seduti, altri che si dondolavano ritmicamente, oppure gridavano, gemevano, si alzavano e si sedevano. Molto evidente era la ricerca del tatto: toccare oggetti, che abbondavano nelle aule, toccarsi le facce a vicenda, le facce degli educatori, le mani, i vestiti. Ogni tanto i ragazzi, a turno, venivano accompagnati in cortile, per brevi passeggiate.
Quando iniziai a scattare foto il responsabile del centro mi chiese di non usare il flash. Quella richiesta mi stupì. Perché? Chiesi. Perché i ragazzi vedevano – o meglio, intuivano – i lampi di luce violenta, e questo li eccitava. Loro non vedono la luce, disse, non la vedranno mai; e questi lampi suscitano in loro aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Quei colpi di luce, della durata di una frazione di secondo, incrinavano un equilibrio già precario, ottenuto al prezzo di un lungo e paziente lavoro. In effetti quando il flash lampeggiava alzavano di colpo la testa, sembravano guardare un punto lontano; quegli occhi fissi, vitrei, si accendevano di una luce improvvisa, di brevissima durata, e allora si alzavano, brancolavano nella mia direzione. Erano come creature che tentavano di uscire da un mondo lontanissimo, ignoto, per entrare nel nostro, per pochissimi secondi. Così conclusi il servizio a luce naturale, sempre incerto, sempre un po’ a disagio, perché anche se loro non potevano vedermi, né sentirmi, avevo la netta sensazione che sapessero di me.


La Lega del Filo D’oro ha sede a Osimo (An) in Via Montecerno 1. Il conto corrente postale è il n. 358606.

sabato, aprile 01, 2006


Un film, un libro

Il Caimano è un film comico sulla sofferenza, sul peso e le difficoltà dell’esistenza. Non è su o contro Berlusconi, è anche su e contro Berlusconi. E’ fatto di battute atroci, di citazioni di B-movie (addirittura con una smorfia splatter), ed è forse il meno morettiano dei film di Nanni Moretti. La storia è nota, perché ha avuto molto spazio sui giornali: un produttore di film-trash, interpretato da Silvio Orlando si arrabatta per trovare finanziamenti, è perseguitato dalla banca che reclama l’estinzione di un debito, ha la famiglia in crisi perché si sta separando dalla moglie (la sempre brava Margherita Buy), annaspa per non affondare nella palude in cui si trova a condurre la sua esistenza. Durante la prima del suo film Cataratte una giovane regista esordiente (che ha il bel viso di Jasmine Trinca) gli consegna un copione. Sulla copertina il titolo Il Caimano attira la sua attenzione, e quando la situazione precipita, il regista (che è interpretato da un vero regista, Giuliano Montaldo) lo abbandona, e sta per fallire definitivamente, decide di leggerlo. Tutto il film racconta gli sforzi per realizzare il film nel film, e ricostruisce spezzoni dell’avventura grottesca, minacciosa di Berlusconi: il suo entrare in politica per risolvere il mostruoso debito di 5.000 miliardi delle sue aziende, l’esplosione della televisione commerciale, il tutto intercalato da registrazioni del vero Berlusconi: a Bruxelles, quando insulta il parlamentare tedesco dandogli del kapò, le deposizioni al processo di Milano, alcune dichiarazioni agghiaccianti. Michele Placido, che nel film è un famoso attore semipornografo che deve interpretare Il Caimano, dà forfait all’ultimo minuto (per fortuna, perché nessun attore sarebbe meno indicato di lui per questa parte), così alla fine sarà Nanni Moretti in persona a indossare il doppiopetto berlusconiano-caimanesco. Questo particolare ha fatto infuriare gli antimorettiani, che ci hanno visto l’ennesima autocitazione, l’impulso narcisista.autodistruttivo che caratterizza la maggior parte dei suoi film. Il fatto è che si è morettiani o antimorettiani, è difficile trovare una via di mezzo con uno stile così particolare, così rischioso come quello di Nanni Moretti. A me lui è sembrato splendido nella parte: nei primi piani si sprigiona come una follia, una minaccia, che sono la follia del nostro presente e la minaccia di un futuro vicinissimo e incerto.
All’uscita del cinema, all’una di notte, un particolare altrettanto grottesco chiudeva il cerchio: un drappello di ragazzi distribuiva volantini elettorali di Berlusconi. Vi era qualcosa di comico, ma anche di leggermene spaventoso in tutto questo. E mentre camminavamo verso l’auto il mio amico ed eravamo oppressi da un’angoscia che ci piegava le spalle. Perché ci chiedevamo: Dio, ma se vincono? Se vincono di nuovo?

Il ritorno a casa di Enrico Metz, l’ultimo libro dello scrittore umbro-marchigiano Claudio Piersanti (Feltrinelli 2006, 15 euro), è un libro garbato sul tempo, sulla vecchiaia; è scritto con uno stile semplice, quasi dimesso, da miniaturista, in controtendenza rispetto alle pimpanti scritture dei best-sellers nostrani. Narra la vicenda di un grande dirigente industriale, un avvocato che ha seguito fino alla sua conclusione un colossale crack finanziario e si ritira progressivamente dalle scene internazionali per rientrare nella sua città d’origine (che è, inequivocabilmente, Bologna). Qui, mentre il tempo si dilata, rallenta, e i contorni della vita sociale e mondana si sfocano, entra in contatto con la palude politico-economica della città: personaggi potenti e ambigui vogliono coinvolgerlo, e non sarà facile smarcarsi, trovare una dimensione di secondo piano, un equilibrio fatto di passeggiate, piccoli incarichi di avvocato, giardinaggio, amicizie. Emerge, forte e autorevole, la figura dell’ing. Marani, l’unico capitalista italiano che ha lanciato una sfida ai poteri forti dell’economia e della politica, e per questo è caduto, trascinato dal crack. Noi lo identifichiamo senza ombra di dubbio con Raoul Gardini, il grande finanziere che minacciò addirittura di utilizzare i derivati della soia per produrre un additivo per la benzina, scatenando l’ira omicida dei petrolieri. La notizia del suo suicidio fa precipitare Enrico Metz in una crisi psicologica, perché traspare, evidente, l’ammirazione che lo stesso autore del libro prova per lui. E il racconto, nella sua parte centrale, prende una piega alcolica: Enrico Metz beve di continuo, gin, vino, birra. Vi è qualcosa di carveriano in quel ripetersi ossessivo del bere, in quello stile cosiddetto minimalista; ma la rarefazione del tempo, e il restringersi dello spazio nella villetta di famiglia, con un bel parco e un lussureggiante giardino che Enrico Metz segue con cura maniacale, impedisce di affondare nello straniamento e nella tristezza che, sempre, traspira dalle scritture alcoliche. Vi è anche qualche forzatura: come la segretaria tuttofare che si rivolge all’avvocato col “lei” mentre lui usa il “tu”, e lo cura davvero fino in fondo, anche con qualche fellatio tanto per tirargli su il morale quando alza troppo il gomito e si lascia andare alla depressione. Ma non è un difetto in fondo, non è una visione maschilista: forse è semplicemente un libro scritto con un’ottica e uno stile molto, molto maschili.

lunedì, marzo 27, 2006


Trentesimo anniversario.
Col primo concerto dei Sex Pistols, che si è tenuto il giorno di S.Valentino del 1976 al 100 Club di Londra, nasce ufficialmente il Punk.

lunedì, marzo 20, 2006


The Jimi Hendrix Experience, la storia

(Pubblico in contemporanea con Vibrisse)
Per chi ammira Jimi Hendrix, per chi lo considera un musicista geniale la cui opera passa indenne attraverso le mode e i gusti generazionali, questo Jimi Hendrix, di Sharon Lawrence, Mondadori 2006, € 18,00 è un prezioso documento che non solo fa rivivere il suo personaggio, ma apre finestre luminosissime su un periodo e una parte di mondo – gli anni Sessanta, la swinging London, la West Coast californiana – che non hanno mai perso una sola sfumatura di fascino, e sono continuamente oggetto di rivisitazione, di riscritture, di citazioni. Quel mondo, quegli anni, brillano di luce vivida, una luce a tratti abbacinante, e riemergono – come in un lungo filmato di qualche regista underground dell’epoca – con tutti i loro suoni, i colori, la carica di follia visionaria e distruttiva che ha coinvolto, spesso travolto, i suoi protagonisti. Dove i protagonisti non sono solo le stelle di quel firmamento caotico, ma tutti coloro che si sono trovati a frequentare quei locali leggendari, il Wha?, il Whisky A Go Go, il Bag O’Nails, a partecipare a quei concerti, a essere presenti a quelle feste dove la coca riempiva insalatiere poste al centro di tavoli orientali e l’acido polverizzava ogni realtà e ogni coscienza.
Ma per chi ha amato Jimi Hendrix, chi aveva i suoi poster psichedelici appesi in camera, e ascoltava strabiliato Hey Joe, Purple Haze, Crosstown Traffic pensando che non aveva mai sentito nulla di simile nella pur vivace produzione musicale di quegli anni, questa è più che una biografia: Jimi Hendrix si muove, parla, interagisce con straordinaria presenza scenica con l’ambiente e la folla di personaggi strambi, talvolta aggressivi, che lo hanno circondato nei suoi sette anni scarsi di attività creativa. E creativa è un tutt’uno con la vita, breve e frenetica, che lo ha portato, a ventisette anni, a passare alla storia della musica come i Beatles, Charlie Parker, Louis Armstrong, Elvis Presley. Questo libro ricostruisce, con molti dettagli inediti, la nascita, la formazione e l’esplosione di un mito, e indaga su come il mito, e la tribù di avventurieri che cercavano di trarre nutrimento da esso, si sono impadroniti di un ragazzone americano un po’ sempliciotto, ingenuo e generoso, con un enorme talento creativo, fino a ridurlo una creatura alla deriva che precipita nella più completa autodistruzione.
Sharon Lawrence era una giornalista americana specializzata in musica, cinema, eventi culturali, amica e confidente di Jimi Hendrix. Nel libro si sente la sua presenza di narratrice, benché discreta; Jimi la cercava, le apriva il suo cuore. Era una figura importante, una donna speciale, per lui che era continuamente assediato da ragazze bellissime, le groupies che seguivano ovunque i musicisti famosi per farsi fotografare in loro compagnia, vivere un pezzetto della loro favola, infilarsi nei loro letti, farsi le loro droghe. Forse Jimi cercava in lei quell’equilibrio e quell’ordine mentale che gli mancavano; la cercava per trovare un rimedio a quella fragilità interiore che lo teneva in bilico sull’orlo di un precipizio.

La formazione

Nel libro si trovano le tracce di questa fragilità nei capitoli che ne ricostruiscono l’infanzia. Jimi nasce a Seattle il 27 novembre 1942 in una famiglia che immediatamente si configura come disastrata. La madre Lucille è una ragazza giovanissima e spaventata; il padre Al è un menefreghista che insegue solo i piaceri che gli danno il gioco d’azzardo, l’alcool, le donne facili. Si separano immediatamente e il piccolo Johnny (questo è il nome scelto dalla madre, poi cambiato in Anagrafe dal padre in James - Jimmy, perché temeva che Lucille lo avesse dedicato a un amante) vive sbandato col fratellino Leon da zie, cugini, vicini di casa. Gli mancano i vestiti, una vera famiglia, e spesso non mangia regolarmente.
Presto si interessa di musica, con un entusiasmo totalizzante. Strimpella di continuo una vecchia chitarra, ascolta il blues, che sarà la sua grande passione per tutta la vita e che rivoluzionerà nel profondo con la sua ricerca compositiva e il suo virtuosismo. Frequenta la scuola, ma con scarso profitto; poi, forse alla ricerca di un futuro possibile che lo strappi finalmente al suo stato di ragazzo emarginato e povero, il 31 maggio 1961 si arruola nell’esercito come paracadutista. Ma impiega pochi mesi per rendersi conto dell’errore. Non è fatto per la vita militare, ama la chitarra e il blues, ama la libertà. Così il 4 luglio 1962, dopo la frattura di una caviglia, riesce a ottenere il congedo. Gli consegnano 400 dollari, una somma enorme per lui, che sperpera subito in baldorie e spacconate varie. Di nuovo al verde, inizia a suonare la chitarra nei locali per un paio di dollari a sera. Viaggia, conosce altri musicisti più meno spiantati come lui, attraversa l’America in lungo e in largo suonando con musicisti consolidati come Sam Cooke, Wilson Pickett, Gli Isley Brothers, Little Richard. Sono due anni durissimi, un periodo nero di povertà, di mancanza di prospettive. Poi con Curtis Knight, un valido chitarrista nero, nel 1965 è a New York, dove suona in alcuni locali abbastanza prestigiosi. Sta portando avanti un buon apprendistato, ma Jimi freme, vuole uscire dal ruolo di semplice strumentista. Scrive, compone, ha già sviluppato uno stile blues suo. Nel 1966, al Greenwich Village, il quartiere di Bob Dylan, che sarà sempre uno dei suoi idoli, fa un salto di qualità con King Kurtis e con Lonnie Youngblood, due ottimi sassofonisti blues.
E qui, come talvolta sembra decidere il caso con alcuni personaggi che tiene d’occhio, incontra l’ex bassista degli Animals, Chas Chandler, che, da mediocre strumentista qual era, sta cercando di riconvertirsi come produttore e manager. E’ un incontro fondamentale per Jimi. Chas capisce che quel ragazzo timidissimo, educato, che sul palco si trasforma in una creatura dotata di una potenza travolgente, ha un futuro. E’ una persona a posto Chas. Certo, vuole fare i soldi, vuole sfondare, proprio come Jimi, ma sarà sempre corretto e onesto, sarà anche un amico. Purtroppo il caso non è sempre e solo bendisposto coi suoi pupilli; mette sulla sua strada anche due personaggi loschi, Ed Chalpin e Mike Jeffery, che gli faranno firmare contratti capestro che lo perseguiteranno per tutta la vita e lo getteranno nell’ansia e nella disperazione, fino a destabilizzarlo psicologicamente.
Chas ha solidi agganci a Londra, e poiché Jimi in America non decolla, decide di farlo provare in quella città, che in quegli anni è la culla del british sound e del british blues, che Jimi ammira. Gli cambia anche nome, da Jimmy a Jimi: suona meglio, è più affascinante. A questo punto il ragazzo è pronto. Così nel settembre del 1966, Chas e Jimi volano a Londra.

Nascita di un mito

La svolta avviene il 29 settembre in uno dei locali preferiti dei Beatles, il Blaises: Jimi suona con l’organista Brian Auger, e tra il pubblico c’è l’idolo del pop europeo Johnny Halliday, il cosiddetto “Elvis francese”. Halliday, che sta cercando un gruppo che apra il suo prossimo concerto all’Olympia di Parigi, rimane impressionato da questo americano esplosivo che suona la chitarra addirittura coi denti! Sarà il nuovo gruppo degli Experience, messo su rapidamente con Noel Redding al basso e Micth Mitchell alla batteria, due ragazzi inglesi che portano i capelli con la permanente come Jimi, ad aprire i concerti di Halliday in Francia. E sarà il fulmineo, irresistibile decollo.
Tornati a Londra i Jimi Hendrix Experience diventano un gruppo-culto, oggetto di una fanatica ammirazione. Quei suoni che Jimi tira fuori dalla Fender Stratocaster, la sua incredibile presenza scenica, quella forza dirompente, quel suo riscrivere il blues con sonorità inedite: non si era mai sentito – e neanche visto – nulla di simile. Così dice Eric Clapton, un chitarrista che Jimi adorava e col quale ha fatto alcune jam sessions memorabili: “suonava in un modo così incredibile che mi spaventava. Credo che ci fosse di mezzo anche un po’ di gelosia. Ci sentivamo tutti minacciati da lui, ed eravamo dannatamente in soggezione”. E Pete Townshend, chitarrista degli Who: “aveva una capacità quasi alchimistica; quando era sulla scena si trasformava. Diventava incredibilmente bello e pieno di grazia. Lui aveva un potere che quasi ti placava se stavi viaggiando in acido. Era più potente dell’LSD”.
Tutti rimangono senza parole di fronte a Jimi, tutti lo ascoltano come ipnotizzati: i Rolling Stones, i Beatles, John Mayall, Jeff Beck. Ovunque va diventa oggetto di un culto sfrenato, se entra in un locale l’attenzione si catalizza immediatamente su di lui; averlo tra il pubblico a un concerto è motivo di grande onore per il gruppo. Il 19 ottobre 1969 a Inglewood, California, al concerto d’addio dei Cream c’è Jimi in platea, con Mitch Mictchell e George Harrison; così dice Russ Shaw, discografico: “hai visto come reagiscono di fronte a Hendrix? Anche quando se ne sta seduto, è favoloso!” Quando esce Are You Experienced? è un evento. Da dove veniva quella musica, quel misto di aggressività, eleganza, blues riscritto dall’interno? E’ un disco così originale che schizza immediatamente in testa alle classifiche.
Nei tre anni che seguono, anni frenetici, dove il tempo sembra consumarsi a una velocità tripla, quintupla, la fama dei Jimi Hendrix Experience cresce fino al parossismo. Lo seguiamo sbalorditi nella sua nuova vita: eccolo che va a una festa degli Who con due conigliette di Playboy sottobraccio; eccolo entrare nei locali più esclusivi seguito da un piccolo esercito di adoratori e di groupies; eccolo continuamente cercato, invitato alle feste, alle jam sessions.
Tornati in America, preceduti dalla fama conquistata a Londra, i Jimi Hendrix Experience vivono praticamente in tournée. Il manager Mike Jefferey vuole spremere ogni goccia di plusvalore dal suo artista di punta. Jefferey ha in mano l’organizzazione, i soldi, Jimi non percepisce che compensi modesti, mentre sono a suo carico tutte le spese dei concerti, le spese legali, i compensi ai musicisti ecc. E’ perseguitato dalle richieste di denaro, e i tour massacranti non gli danno tregua. Le registrazioni di Electric Ladyland, un doppio album che segna una svolta molto importante nella sua ricerca, ed è uno dei grandi capolavori del Novecento, sono continuamente interrotte dai concerti in giro per il mondo.
Benché sia ormai assediato da orde di parassiti che lo seguono ovunque per spillargli soldi e notorietà, Jimi è continuamente impegnato in una ricerca sulla musica, le parole, i suoni. Così dice Chris Stamp, il fratello dell’attore Terence, che lavorò con Jimi come specialista del suono: “Jimi continuava a levare lo sguardo in alto e a dire qualcosa su un suono. Come il suono sul disco... il suono del televisore, il suono di un taxi là fuori. Dopo dieci minuti mi rendo conto che il ragazzo percepisce i suoni come nessun altro. Stava estraendo brandelli da una enorme fonte sonora”.

La caduta
Ma la situazione precipita. Il caos della sua vita, le sue case sempre affollate da persone sconosciute che festeggiano a tutte le ore del giorno e della notte, strafatte di droga, le minacce di Ed Chalpin, che ha in mano uno dei contratti capestro, lo mandano in uno stato confusionale, lo atterriscono (“perché non posso occuparmi solo della mia musica, perché!”). Essere la personificazione di un mito, un simbolo, una macchina di desiderio, e la pressione continua dello sfruttamento, distruggono il suo già precario equilibrio. Il gruppo si sfascia. Jimi fonda i Gypsy Sun and Rainbow, con Mitch Mitchell e Billy Cox (il gruppo che si esibirà a Woodstock), si interessa di teatro, sogna di fondare una comunità di musicisti che possano occuparsi unicamente della loro musica (e avere dei manager finalmente onesti), cerca di sfuggire all’incubo che è diventata la sua vita, ma il sistema che si è creato è ormai troppo potente. Anche Billy Cox, incapace di sostenere lo stress della vita sregolata e caotica che è costretto a condurre, lo abbandona.
Vi sono alti e bassi, Jimi sembra riprendersi: forma la Band of Gypsys, con Buddy Miles alla batteria e di nuovo Billy Cox al basso, ma il 28 gennaio 1970 al Madison Square Garden il concerto è un disastro. Jimi, stravolto da un “acido scadente”, è incapace di suonare e abbandona il palco.
Il 18 settembre 1970, a Londra, Jimi Hendrix muore per l’inalazione del proprio vomito causato dall’ingestione di 9 pillole di un potente barbiturico. Una ragazza di nome Monika Dannemann, che era con lui, aspettò più di due ore prima di chiamare un’ambulanza, perché, disse, “ero terrorizzata per quello che avrebbe detto la stampa”. E mentre rantola, probabilmente gli versa in gola del vino rosso, perché “credevo di fare bene”. Jimi aveva 27 anni e dieci mesi.
Sharon Lawrence ha interpretato il particolare delle 9 pillole come l’indizio inequivocabile di una morte voluta. Jimi infatti era un appassionato di numerologia, e il 9, diceva, era il suo numero, il numero perfetto.
La parte finale del libro è una lunga, spietata ricostruzione di oltre un trentennio di cause legali, scannamenti di avvocati, sentenze di tribunali per mettere le mani sui diritti d’autore e sull’eredità. Un caso complicatissimo, anche per la presenza di documenti che Jimi, nella sua ingenuità, firmava, talvolta in bianco. Emerge, inquietante, la figura del padre, e della sorella adottiva Janie, avida e priva di scrupoli, che ha messo su una fiorente azienda, l’Experience Jimi Hendrix, che ha fatto affari d’oro con la vendita di gadget, palle da golf, magliette, pubblicazioni remixate di registrazioni che Jimi probabilmente non avrebbe mai approvato.
E’ una vicenda molto triste, grottesca, per certi aspetti macabra, e costituisce un esempio perfetto di come il sistema possa sfruttare, distruggere e uccidere un grande artista.

(Nella foto: i Jimi Hendrix Experience a Parigi nel 1967)

giovedì, marzo 16, 2006


Ultra expanded text

Sfogliando libri qua e là, leggendo e curiosando, mi sono chiesto spesso perché molti scrittori moderni [e tra questi molti italiani (e tra questi molti giovani)] non riescono a superare le 200 pagine di testo. Oppure, se ci riescono, questo avviene per pochi, faticati fogli. Trecento pagine sono un traguardo notevole, quattrocento e oltre quasi un record. Ora nessuno ha stabilito che un romanzo di 180 pagine sia “minore” di uno di trecento, però mi chiedo perché non si riesce a gestire fino in fondo una storia lunga, con tutte le sue variabili, ma si cerca di chiudere senza troppe complicazioni e incognite.
Ho pensato che il concetto è quello dell’espansione. Il testo è una materia che prende forma mentre è in lavorazione, è duttile; l’autore lo plasma, e si accorge che prende forme diverse da quelle che aveva, o credeva di avere progettato. E mentre è nel vivo della lavorazione il testo ha bisogno di espandersi. Lo chiedono i personaggi, lo chiedono i luoghi, lo chiede quell’entità talvolta contraddittoria, o spaventata, o arrabbiata che è il narratore. L’espansione è quasi sempre una scommessa, un azzardo, perché i risultati non sono mai scontati ed è in agguato il fallimento. Eppure con l’espansione si possono toccare vette molto alte di qualità anche con pochi elementi. C’era un gruppo negli anni Sessanta, un trio, che creava una musica potente con soli tre strumenti: erano i Cream, con la chitarra di Eric Clapton, l’enorme batteria di Ginger Baker e l’ultra expanded bass di Jack Bruce. In tre generavano un materiale sonoro estremamente denso, si lanciavano in lunghe jam session dove l’espansione musicale procedeva inarrestabile.
Credo che questo dovrebbe – potrebbe – avvenire anche nella scrittura: lasciarsi andare al gusto dell’avventura, permettere alla storia e ai personaggi di espandersi, superare la tentazione di ricondurre tutti i casa prima che cali la notte.
(Nella foto: Sport am Bauhaus 1927)

venerdì, marzo 10, 2006


Scrittori, siete a posto?
Sull’inserto Uomo dell’Espresso c’è un manualetto (una tassonomia) di Daria Bignardi per gli scrittori che si affacciano sul mondo. Ci sono i segreti e le regole del look, che a quanto pare è il requisito più importante per farsi notare, e quindi leggere. “In principio fu Alessandro Baricco” dice la bordeggiatrice de Le invasioni barbariche, “la sua camicia bianca con le maniche arrotolate aprì un mondo”. Baricco, la storia. E oggi? “Oggi è il look di Sandro Veronesi, jeans sformati, finta noncuranza, immagine tradizionale di scrittore-tipo”. Carlo Lucarelli è “metropolitano ipertrasandato” mentre Raoul Montanari porta “magliette aderenti da iperpalestrato, però fa errori madornali, scarpe sbagliate per esempio”; all’estero si segnala “la scuola di Nock Hornby, hip metropolitano all’inglese, t-shirt, jeans neri, scarpe Doc Maartens”; e Paul Auster, “con il suo meraviglioso casual non casuale”. Tutto questo è importante, perché oggi “lo scrittore moderno fa vita da scrittore, televisione, readings, presentazioni, tournée”.
Quindi, scrittori, siete avvertiti: o curate l’immagine, e siete fotogenici, oppure è meglio che, come diceva Burroughs, vi ritiriate davanti al caminetto a cuocere salsicce sulla griglia. E usate pure le pagine dei manoscritti per accendere il fuoco.

(Nella foto: un autoritratto di Robert Mapplethorpe in versione "drag queen".)

mercoledì, marzo 08, 2006


Straordinario? No grazie!

E’urgente un decreto, un editto, un’enciclica, una proposta di legge, qualunque cosa pur di eliminare questa parola dalla nostra sventurata lingua. Leggo che Panariello, durante tre serate di Festival (e dal dato manca la quarta), l’ha ripetuta 34 volte (venti in una sera); era la parola preferita da Maurizio Costanzo che, durante i Costanzo Show, la ripeteva almeno una dozzina di volte in due ore; ne trovai una quantità durante la lettura di Va’ dove ti porta il cuore; poco fa alla radio l’attrice Sharon Stone ha detto “è straordinario che scelgano me”; i presentatori televisivi poi, quando vogliono fare i kulturali, la tirano fuori e iniziano a declamarla selvaggiamente. Insomma, è una jattura, un pericolo mortale. Scriviamo a Ciampi per avere un DPR, almeno a Prodi quando vincerà le elezioni per un DL!

(Nella foto: Baldrus quando sente la parola inkriminata)

mercoledì, marzo 01, 2006


Uccelli 2

Quasi ogni mattina, dalla finestra della mia cucina, assisto a una scena che si ripete. Raccolgo le briciole di pane o dei biscotti della colazione, le unisco alle briciole del giorno prima, qualche vecchia brioche scaduta, pezzi di panettone che compriamo dopo le feste in offerta al supermercato, e lancio il tutto sul prato del condominio, quattro piani più sotto.
I lettori fedeli di questo sito sanno che dove abito, un parco lungo il fiume Reno, vivono e viaggiano molto uccelli. Vi sono i passeri, chiassosi, che saltellano e becchettano con una specie di furore; i merli, timidissimi, che fuggono per un nonnulla; poi i piccioni, ma da quegli autentici fricchettoni che sono al mattino presto non sono ancora arrivati, ed è una fortuna, perché si muovono in grandi branchi fricchettoni e divorano tutto in pochi minuti e agli altri non resta più niente; e c’è la temibile ghiandaia, protagonista del precedente racconto Uccelli (si trova nell’archivio di giugno); ci sono le gazze, ma non scendono mai, passano tutto il tempo sugli alberi a fare un gran baccano (la gazzarra, appunto); infine ci sono le tortore, che arrivano di solito in numero di due, o di tre, o quattro.
Prima di lanciare il becchime però scruto con attenzione il prato, gli alberi, i cespugli, per accertarmi che in giro non ci sia l’assassino. E’ un gatto nero, che vive nel palazzo di fianco, che caccia gli uccelli per puro divertimento. Li assale, li tormenta, li strazia lentamente e li molla lì a brandelli senza mangiarli. La sua padrona, che è una animalista che talvolta porta d’urgenza alla LIPU gli uccelli feriti dal suo assassino, gli ha legato al collo una campanella che dovrebbe annunciare il suo arrivo; ma lui è così attento, così felpato che ha imparato a muoversi senza farla tintinnare. Ma è improbabile che sia in circolazione. Questo per lui è un territorio con divieto di accesso. Lo sa, e quando deve attraversare il cortile compie un giro largo con la coda e le orecchie basse. Sa che in questa porzione di prato rischia grosso. Una volta che l’ho visto in agguato mentre gli uccelli planavano gli ho rovesciato addosso una pentola d’acqua. E qui ho potuto constatare la fantastica prontezza di riflessi del gatto. Benché fosse con tutti i muscoli in tensione, concentrato sulla preda, con uno scatto bruciante è schizzato via un attimo prima di essere investito dal bolo d’acqua. Forse ha sentito una goccia, o lo spostamento d’aria, e la sua risposta è stata fulminea.
A questo punto lancio il cibo, e subito i passeri, che mi stanno aspettando sparsi su vari alberi, atterrano e si mettono a saltellare. Poi arrivano o merli, alla spicciolata, ma fuggono subito, spesso senza avere afferrato neanche un boccone.
Ed ecco le tortore. Ecco il loro gioco, la loro performance; la sua performance, della tortora che ho chiamato la Numero Uno: questo esemplare, che non è neanche il più grosso, ma è la più aggressiva, la più prepotente, ha come unico scopo quello di scacciare le altre per impedire loro di mangiare. Si avventa sulla Numero Due, sbatte le ali per spaventarla, grida, la fa fuggire. Poi passa alla Numero Tre, ripete la sceneggiata, e se è necessario la insegue con brevi voli furiosi. Torna immediatamente in zona cibo e si occupa di nuovo della Numero Due, che approfitta dell’inseguimento per tentare di afferrare qualche briciola. Va avanti così senza mai cedere, senza rassegnarsi.
Il risultato è che nel frattempo gli altri uccelli mangiano tutto e per lei non resta nulla. Anche per le altre, però qualche volta qualcuna riesce a rimediare un bocconcino mentre lei è impegnata negli inseguimenti.
E’ una storiella esemplare, che potrebbe essere usata da un guru indiano o buddhista per rispondere a una domanda sui massimi sistemi della vita. E’ una parabola perfetta sulla vita, la prepotenza, l’istinto di potere.
(Nella foto la temibile ghiandaia protagonista del precedente Uccelli)