venerdì, aprile 20, 2007


L'informazione al Bar Sport


Leggo, sul numero 17 de L’Espresso, in un articolo intitolato “Lo statale non fa la dieta”, a firma di Paola Pilati: “Dimagrire, che impresa impossibile. Soprattutto per la pubblica amministrazione, sebbene sia provato che, su dieci dipendenti, quattro lavorano per far funzionare il resto dell’apparato, cioè gli altri sei, mentre nel settore privato ne bastano due”. Alla parola “provato” ho avuto un sobbalzo: provato da chi, e come? Non viene citato alcuno studio, o ricerca, che possa “provare” quest’affermazione così d’effetto. Ma poi, quale studio serio arriverebbe a una tesi del genere? E a chi si riferisce? La polizia? L’esercito? La sanità? Quindi, su dieci poliziotti ne andrebbero eliminati sei; su dieci infermieri, idem. Vorrei vedere poi la sorte dei malati negli ospedali. Il fatto è che L’Espresso, che pure è un giornale con grandi reportages (poco più in là leggiamo un buon articolo sugli ogm), è da tempo in prima fila in una battaglia demagogica contro “gli statali”, e invoca a gran voce la possibilità di licenziare “i fannulloni”; questa campagna – politica – è partita dalla destra, e viene cavalcata con entusiasmo da alcuni giornali, per conto, ovviamente, di larghi settori del capitalismo nostrano, che vedono nello smantellamento di ciò che resta di pubblico grandi e ghiotte occasioni di business. Intanto l’informazione va allo sfascio, e alla notizia, al commento serio, vengono sostituiti il proverbio e il pettegolezzo da Bar Sport.

martedì, aprile 17, 2007

giovedì, aprile 12, 2007


Va' pensiero

Noi controlliamo i nostri pensieri? Sì, ma non totalmente. La psicanalisi ci ha insegnato che esistono le ossessioni, le pulsioni, che sono dinamiche prodotte dal cervello ma che possono assumere forme proprie, sorta di personalità ospiti della struttura madre, cioè noi stessi.
Sta di fatto che spesso, camminando, o lavorando, o in autobus, mi accorgo che i pensieri se ne vanno per strade ignote o eccentriche, e mi stupisco della stranezza dei percorsi.
Per esempio, se cammino lungo il fiume immagino di vedere una persona che si dibatte in acqua, e chiede aiuto. Io mi butto nella corrente gelida, e a rischio della mia vita riesco a tirarlo a riva. Chiamo un’ambulanza, e l’uomo – perché è un uomo, mai una donna – si salva. Qualche giorno dopo arriva una grossa berlina scura a prendermi sotto casa e scopro che l’uomo è un famoso imprenditore, ricchissimo e potente. Vengo condotto al suo cospetto e lui, gentile, anche se ancora provato dalla terribile esperienza, dice che mi deve la vita, mi chiede di cosa ho bisogno, qualsiasi cosa. Io dico che mi sono buttato per salvare una persona senza conoscerne l'identità, che non mi deve niente. Lui dice che questo mi fa onore, ma insiste, dice che senza di me ora lui non sarebbe qui a parlare. Ed io, alla fine, gli chiedo una casa. Sì, una casa, finalmente, per uscire dalla schiavitù dell’affitto. E lui solleva il telefono, scambia poche parole e stringendomi la mano dice di rivolgermi alla tale agenzia per ottenere qualsiasi tipo di casa io desideri, appartamento, villa, tutto.
Mica male, eh?
Oppure penso che ho un documento word importante, che serve per una indagine delicata. Non sono un poliziotto, né un magistrato, però sono coinvolto nell’indagine, non so perché. E’ un dettaglio insignificante. Ma il doc è protetto da password, una complessa sequenza alfanumerica andata smarrita. La polizia postale tenta senza successo di aprirlo, ma i tempi incalzano, così viene spedito in America, all’FBI, ma neanche lì riescono. Solo alla Microsoft, pare, sono in grado. Per questo dovrò andare a parlare con Bill Gates.
Questi pensieri strampalati emergono da chissà dove, spesso mentre cammino nel parco. Rido, ma non so se devo anche preoccuparmi.

lunedì, marzo 26, 2007

Navigazioni

Sempre più frequenti le integrazioni tra editoria e web. Esiste una casa editrice unicamente in rete, vibrisse libri, che ha pubblicato quattro opere, scaricabili gratuitamente in formato pdf; ma le integrazioni, o commistioni, o contaminazioni, sono nel sito di wu ming sull’ultimo romanzo storico Manituana, dove è possibile leggere lavorazioni parallele al romanzo, racconti laterali, non inseriti nel libro, ma che permettono una ulteriore navigazione nel testo. Vi è poi Medium, romanzo on line di Giuseppe Genna, con una serie di collegamenti ipertestuali che rende questo testo praticamente sterminato. Insomma, scrittura è mobile.
Eran trecento, eran giovani e forti...
su vibrisse

venerdì, marzo 23, 2007

Su Manituana, l'ultimo libro dei Wu Ming appena uscito in libreria, segnalo una interessante intervista agli autori su Lipperatura.

mercoledì, marzo 21, 2007


Nuovi fondamentalismi

Spaventosa – e mi scuso per questo termine che può apparire eccessivo – la vicenda di Sircana ricattato per alcune foto che lo ritraggono mentre a bordo della sua auto si ferma per parlare con un trans. Spaventoso il fango che viene sparso dai soliti giornali fogna che alludono, fanno l’occhiolino, fingono di indignarsi. Spaventosa la malafede, la falsa morale, la creazione dello scandalo sul nulla. Ma la cosa più spaventosa è che anche in Italia ora si speculi sui comportamenti privati di qualcuno. Tempo fa da noi si rideva degli scandali americani o inglesi, dove vige da sempre un certo riserbo pruriginoso e ipocrita, derivato dal puritanesimo (gli americani sono i maggiori produttori mondiali di film ed editoria pornografica); da noi, si diceva, popolo di libertini, questa robaccia non avrebbe seguito, perché ognuno, nel suo privato, è libero di fare ciò che vuole; del sesso, poi, non ne parliamo. Spaventoso è che questo scandalismo invece stia sfondando, che venga usato come arma di ricatto. Sono i fondamentalismi che avanzano, l’aggressività rinnovata delle false morali, di chi manovra le religioni, sono gli effetti degli attacchi alle unioni “contronatura”. E’ la caduta a picco, in atto da anni, nell’involuzione sociale, politica, culturale.

lunedì, marzo 05, 2007


Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Chi ha amato Jane Austen apprezzerà la prima parte di questo libro. Vi è, infatti, una narrazione molto inglese sui rapporti familiari e matrimoniali, all’interno del sistema convenzionale e formale britannico che tutto modella e plasma: quell’aplomb all’apparenza garbato e signorile che in realtà è totalitario e violento, perché soffoca le emozioni, i desideri, gli ideali, le speranze.

Da Jane Austen sappiamo che una donna, nell’Inghilterra dell’Ottocento, aveva come unica possibilità di realizzazione quella di sposarsi. Da sola, era perduta; una delle grandezze della Austen è di avere mostrato donne indipendenti, tenaci, anche se bene inserite nel sistema. La storia – ci racconta Somerset Maugham – non è affatto cambiata nel primo Novecento, l’epoca in cui è ambientato Il velo dipinto, famoso romanzo apparso nel 1925 dal quale fu tratto un film interpretato da Greta Garbo, e un
remake da poco uscito nelle sale.
Kitty è giovane, bella, brillante, spiritosa, e deve – assolutamente deve – sposare un buon partito. L’ha deciso la madre, una donna dura, caparbia, che si consuma nell’insoddisfazione, col marito giudice che non riesce ad avere un incarico abbastanza elevato che gli/le permetta, finalmente, di salire la ripida scala sociale. Kitty va ai balli, ai ricevimenti, ma il tempo passa e nessun pretendente degno di rispetto si fa avanti: solo sbarbatelli spiantati o uomini maturi, vedovi con figli a carico. Ma com’è possibile? si adira la madre. Intanto la sorella minore, più bruttina, e scialba, sposa addirittura un baronetto. Kitty ha già 25 anni, un’età pericolosa, perché si avvicina quella tragica della zitella ormai irrecuperabile. La madre è di pessimo umore, atterrita all’idea di ritrovarsi una figlia anziana tra i piedi. Così fa pressione sulla figlia. Vuole decidersi a sposarsi? Kitty avverte questa pressione su di sé, e va in crisi, ma non può materializzare dal nulla un valido uomo inglese con una professione abbastanza prestigiosa e un solido conto in banca.

Poi arriva Walter Fane. E’ "un batteriologo" (oggi si direbbe virologo), il che non è certo il massimo per le ambizioni della madre. Inoltre è un tipo poco brillante dal punto di vista mondano, è un tipo chiuso, modesto; però ama Kitty, e poi non si può andare tanto per il sottile, vista l’età non più giovanissima della figlia. Inoltre Walter lavora nella colonia cinese, a Hong Kong, e se la porterebbe via, eviterebbe la minaccia di una figlia non sposata in giro per casa. Il matrimonio viene combinato e Kitty parte per la Cina.

E qui inizia la seconda parte, quella che viene definita "esotica". Troviamo Kitty amante del più bel tomo di Hong Kong, Charles Townsend, il vicesegretario della colonia, un incarico che promette un futuro radioso. I loro incontri avvengono in una stamberga in affitto, ma talvolta anche nella casa di lei, quando il marito è al lavoro. Ma Walter, che non è uno stupido, mangia la foglia, e le dà un ultimatum: o la segue in una città dell’interno, dove è in atto una grave epidemia di colera, oppure chiederà il divorzio, tirando dentro anche Townsend. Kitty è adirata, ma anche disperata. Un divorzio significherebbe tornare a Londra, dalla madre. Così ne parla a Charles, che l’ama follemente: perché non accettare il divorzio, e coronare così il loro sogno d’amore? Ma Charles, come da copione, rivela la sua vera natura: un divorzio? Uno scandalo? E il lavoro? E i figli? Insomma, Kitty deve adeguarsi, non deve avere atteggiamenti estremi. Kitty capisce che Charles è in realtà un mollusco, un essere meschino, ed è stata una sciocchezza credere in lui. Amareggiata, delusa, decide di seguire Walter.

A questo punto passiamo alla terza parte, la più dura. Il romanzo infatti assume le sembianze di trattato edificante, la morte, la sofferenza, e la lotta senza quartiere contro il male. Ci sono le suore, che mettono a repentaglio la loro vita, col personaggio trasfigurato della Madre Superiora, descritta come una figura sovrumana, sia nel carattere sia nell’aspetto fisico: la sua faccia è sempre "bella" e "austera" e "maestosa", mentre la sua personalità "era simile a una terra che al primo approdo appare grande ma inospitale, e in cui poi si scoprono piccoli villaggi ridenti in mezzo agli alberi da frutta nei recessi delle montagne maestose, e fiumi leggiadri che scorrono lenti tra praterie rigogliose". E’ il corpo centrale del libro, il più problematico, perché i numerosi, imbarazzanti virgulti lirici spingono ad abbandonare la lettura. Infastidisce anche un certo razzismo serpeggiante, i cinesi sono sempre e solo i musi gialli, i "coolie", figure indistinte, ombre senza identità, mentre il mondo è rappresentato unicamente dagli algidi inglesi, anche se descritti in tutte le loro bassezze e contraddizioni. Il racconto prende un po’ di respiro quando si addentra nel rapporto tra Kitty e Walter, un rapporto senza amore, fatto di silenzi, incomprensioni, rancori, e procede con alti e bassi fino al finale, prevedibile, particolarmente adatto a un dramma da trasporre nella versione cinematografica.

martedì, febbraio 27, 2007

A tutti
Mi scuso coi lettori e gli amici di Baldrus, ma sto trascurando questo spazio.
Impegni, deliri vari mi sottraggono tempo ed energie.
Non è facile mantenere alta la tensione.
Però sono sempre qui, anche se in stato di semisonno. Ogni tanto emergo dalle nebbie.
Come si suol dire, teniamoci in contatto. Restiamo connessi.
Un caro saluto a tutti.

mercoledì, febbraio 14, 2007


Criptoblog

Loris Pattuelli

Cucù. Cucù. E se spengo la televisione cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Ne convengo. Accendo internet explorer e faccio un giro per i blog letterari. Questa sera ho voglia di frugare nei cassetti degli altri, voglio vedere se c'è ancora qualche scarabocchio da leggere. Buon Natale, buon Natale per tutto l'anno. Il coro di with a little help from my friends dice che sono "affari miei", ma io non demordo. Quando spegni la luce, queste cose esistono, incominciano ad esistere per davvero. "Je suis jeune, tendez moi la main", diceva Rimbaud. Io entro nei blog in un modo non molto diverso da come entro nelle botteghe dei barbieri. E cioè spero che il titolare non abbia mai letto i Delitti esemplari di Max Aub. Per adesso mi è andata bene, ma non si sa mai. La letteratura fa meraviglie. Le fa sopratutto con i suoi homeless più rinomati. Entro nei blog e cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Vado avanti. Ma siccome Rimbaud è così giovane e ha ancora bisogno che qualcuno gli tenda una mano, forse è il caso di ricordare che la televisione fa molta luce ma non abbronza e che le botteghe dei barbieri e delle parrucchiere sono sempre piene di debuttanti assoluti. Per il resto è notte, notte fonda. Basta un piccolo cambio di consonante e il blog diventa un blob. E il mondo va avanti, avanti, sempre più avanti. Stesse compagnie di giro, stesse ronde, stesse comari armate di spranga e cestino della merenda. E poi che altro, perché c'è dell'altro, non è vero? Adesso faccio un complimento a Baricco, a Faletti, a Serra, a Sofri, a Galimberti e vediamo chi abbattono per primo. Cucù. Cucù. E se li mandassimo tutti in gita da Bruno Vespa?

domenica, febbraio 04, 2007


Fuga

Quello che sto per dire non è una boutade o un artificio letterario ma la pura verità. Rovistando in uno scatolone ho trovato una busta con dentro un dattiloscritto di tre facciate. La carta era ingiallita, i caratteri quelli di una macchina per scrivere che corrispondono a quelli della macchina che avevo prima di passare il computer. In cima il titolo “Fuga”, in coda una data: ottobre 1970. L’ho letto con emozione e con stupore. Sono quasi certo di averlo scritto io all’età di 17 anni e quattro mesi, ma non ne sono assolutamente sicuro. Ho un vago ricordo di me stesso che sto scrivendo questo racconto, ma potrei sbagliarmi. Sembra strano ma è così. L’ho ricopiato integralmente e così lo pubblico, anche se avrebbe bisogno di qualche intervento – seppure lieve – di editing.

Non eravamo mai stati in Città prima d’ora, Johnny ed io, i due lupi fottuti.
“Senti, io non mi sono ancora ripreso, ho bisogno di farmi curare” disse con la sua barba unta.
“Mi spiace, ma temo che si dovrà aspettare. Siamo appena arrivati, non possiamo bussare alla prima porta che capita.”
Guardai i suoi occhi vitrei, secchi di lacrime e di espressione, osservai il pallore del suo volto.
“Dico sul serio...” ansimò, “hai visto la mia colica”.
“Ora vediamo cosa si può fare”.
Ficcai una mano in tasca estraendone un foglietto sbrindellato.
“Ecco, questo è un indirizzo che mi ha dato un tipo. Pare che abbia certe conoscenze”.
Ci fermammo nel grigiore di una piazza e appoggiammo pesantemente a terra il nostro bagaglio.
“Aspetta” dissi a Johnny mentre si accoccolava tremante, “ora ti compro una porcheria calda”.
Mi diressi verso un sudicio bar, una specie di tavola calda col pavimento cosparso di segatura, dove una baldracca arruffata sciacquava bicchieri lanciando occhiate folli a destra e a manca. Le porsi la mia borraccia pregandola di riempirla di brodo caldo; me la strappò dalle mani e prima di rendermela volle accertarsi che il pagamento fosse corretto.
Uscii nuovamente in quella tragica piazza rabbrividendo a una folata gelida e umida. Johnny era piccolo, piccolo, con la testa tra le mani, e si dondolava tristemente fra i due grossi sacchi da montagna. La gente passava, chi col cappello sugli occhi chi col bavero alzato e i pugni in tasca. Nessuno si curava di lui. Notai che aveva vomitato.
“Cristo, bevi, ma lentamente. Ora si va da costui” dissi guardando il foglietto.
Non mostrò di avere udito la mia voce. Sussultava e tossiva. Sorbì penosamente un sorso di brodo.
“Andiamo via” disse con gli occhi fissi a terra, “via, via! Fa un freddo fottuto. Oh, sono stufo di continuare così. Voglio fermarmi per un po’. Penso...”
“Piantala ora. Qui è freddo. Dici giusto, ma ne parleremo più tardi. Andiamo”.
Lo aiutai a rialzarsi in piedi e presi anche il suo bagaglio. Ora si doveva trovare quell’indirizzo. Ci vollero quasi tre ore, tutti coloro cui chiedevo passavano oltre cercando goffamente di non sentire i miei “scusi”, o scuotevano la testa spaventati o isterici. Di tanto in tanto Johhny restava indietro squassandosi il petto tossendo. Finalmente suonai il campanello di un palazzone scuro, con tutte le finestre accuratamente sbarrate. Suonai una, due, tre volte senza risultato. Eppure dall’interno giungevano voci, musica,. Stavo per fare il giro della casa quando il portone si spalancò con violenza e un gigante biondo, sudaticcio e barcollante, con la faccia violacea a egli occhi ebeti, apparve sulla soglia con un rutto disumano. Una valanga di urla, fumo, musica e tintinnare di bicchieri precipitò fuori dal portone spalancato, infrangendo il silenzio nebbioso e innaturale del quartiere.
“Ehm” attaccai, muovendo un passo verso di lui, “ci dispiace disturbare durante una festa, ma il mio amico non si sente bene. Questo indirizzo mi è stato dato...”
“Bah!” mi interruppe boccheggiante, “entrate, un bicchiere e tutto passerà”.
Entrammo cauti e Johnny, che durante tutto il tempo aveva continuato a tossire, sputare e gemere, stramazzò come un cencio.
Corsi a sollevargli la testa e mi girai per chiedere aiuto al tipo di prima, ma lo vidi tuffarsi tra le braccia di una ragazza muscolosa, e sparirono come risucchiati dal mucchio. Fu allora che mi soffermai a guardare all’interno dello stanzone, con la testa inerte di Johhny sul palmo della mia mano.
Non una sola persona era in piedi, ed erano tante, tante, e mi parve che nessuno fosse completamente vestito. Una magnifica donna coi riccioli rossi, sfolgoranti sotto il pazzesco lampeggiare di luci colorate, ballava, o meglio, si contorceva, sulla superficie lucida di un enorme tavolo rotondo. Un grassone ingioiellato fino alle caviglie le solleticava le natiche con un bastone da passeggio. Alcuni battevano il tempo con le mani, i piedi, i bicchieri, di una muscia indefinibile, inascoltabile per il volume assurdo. Un ragazzino esile, dallo sguardo frenetico e sanguigno, tracannava un liquido rossastro, gettando via il bicchiere ogni volta. I mobili erano pochi, ma tutti molto grandi: un tavolaccio rustico, lunghissimo, qualche cassapanca massiccia, ripiani carichi di bicchieri, bottiglie e siringhe; poi c’era un lugubre credenza e tante sedie rovesciate. E poi il mucchio: una catasta di carne guizzante in pozze di liquidi, vetro, sangue, capelli fradici, mani adunche, bocche bavose e scene di un erotismo agghiacciante.
I tremiti di Johhnny mi scossero da quella fissità. Una bava verdastra gli orlava le labbra. Gli sistemai qualcosa sotto la testa e mi avventurai in quella palude umana, alla ricerca di un goccio di cognac. Mi feci strada con calci, spinte, sottraendomi a fatica a tutte quelle braccia viscide che tentavano di afferrarmi. Scovai una bottiglia e tornai nel vestibolo. Accanto a Johhnny c’era un uomo, nudo all’infuori di una lunga pezza rossa infilata in una cintura di stoffa. Non sembrava sbronzo, solo un po’ alticcio. Una guancia era segnata da un profondo graffio.
“Eroina?” disse indicando il corpo esangue con un cenno del capo.
Negai con un rapido cenno del capo.
“Non dovresti farlo bere, gli fa male”.
“E cosa dovrei fare? Lasciarlo crepare? O portarlo in ospedale, per vederlo trasportare in galera? Mi è stato detto che qui avrei ricevuto aiuto...”
L’uomo sospirò, fissando lo sguardo nello stanzone.
“Foste arrivati solo stamattina... guarda, quello è un medico, pensi che potrebbe aiutarlo? Guardalo, quello con la canottiera rossa”.
Supino, l’uomo che mi aveva indicato succhiava il collo di un fiasco ormai vuoto, allungando ogni tanto un ceffone a un altro individuo quasi privo di sensi.
“Comunque vedo se trovo qualcosa” disse l’uomo scomparendo nella stanza.
Cercai di praticare un po’ di respirazione artificiale a Johhnny. Sempre più smunto e inerte. Forse conveniva portarlo davvero in ospedale, sembrava in agonia. Forse avevo sbagliato tutto, ancora una volta. Sorseggiai del cognac, cercando di riflettere, ma tutto quel rumore, quel fumo denso... lo guardai con indifferenza: da quando eravamo insieme mi aveva dato solo un sacco di grane.
Il campanello suonò, come una fucilata. Chi poteva essere? Udii una voce secca e balzai in piedi. Polizia! Il campanello suonò ancora, doloroso, assassino. Poi, silenzio. Un istante dopo sentii rumore di vetri infranti, e da un finestrone irruppero cinque o sei giganti in divisa, afferrando i presenti terrorizzati per i capelli. Ecco, quello che temevo stava accadendo: farmi pizzicare stupidamente, senza difese. Dovevo svignarmela. Ma come? E Johnny? Lo coprii con alcuni cappotti. Non potevo portarlo con me. Raggiunsi una porticina, sganciai il catenaccio e socchiusi il portone. Tre di loro erano lì. Allora mi nascosi alla meglio tra i soprabiti nell’attaccapanni. Come prevedevo un poliziotto dall’interno andò a chiamare gli altri, che entrarono sbuffanti, fermandosi nell’atrio a godersi il pestaggio.Ecco il momento buono. Impegnati dalla scena e dalle urla non guardavano l’uscita e sgattaiolai fuori. Un altro poliziotto stava facendo il giro della casa. Aspettai nell’ombra e poi via!
Fuori, una notte gelida, maligna, deserta. Le luci delle case erano assediate dalla nebbia, dalla solitudine delle strade, delle piazze. Nelle case si mangiava, si parlava, si stava nascosti. Uno sparo proveniente dal palazzo si rifiutò di lacerare l’abbraccio freddo e nero del silenzio e morì nel vuoto.
La notte mi risucchiò senza curarsi di me.

lunedì, gennaio 29, 2007

La Prima Repubblica Marinara di Montagna di
Frigolandia

(nella foto: il Presidente e Fondatore Vincenzo Sparagna
con un gruppo di bambini durante una installazione a Spoleto
curata da alcuni artisti della Repubblica).
su vibrisse

lunedì, gennaio 22, 2007


Ci accontentiamo?

Bisogna prendere Casino Royale per quello che è: un film commerciale, un po’ cartoon e gioco playstation, con buoni effetti speciali, buona fotografia, buon ritmo, zeppo di primissimi piani degli attori-star, come vanno di moda oggi i pizzardoni hollywodiani; tuttavia è meno peggio di come molti, forse, si aspettano. Dopo le varie parodie di 007 che hanno rovinato irrimediabilmente il personaggio interpretato da Sean Connery, questo nuovo episodio è un action-movie con caratteristiche di spy-story (mi scuso per il tripudio di termini inglesi, ma come tradurre spy-story? Storia di spie?) di buona qualità, interpretato con discreta classe da un attore che lo rende serio, con qualche sfumatura dark (e come tradurre dark?). Certo, la sceneggiatura ha dei buchi, delle sciatterie, e ogni tanto perdiamo il filo, o sorridiamo per le ingenuità; gli inseguimenti, ormai inflazionati, sfiorano la noia (però non si sbraca eccessivamente), e le marche, delle auto, dei telefonini, degli orologi (ma che orologio hai? chiedono a 007, un Rolex? E lui, no, un Omega) imperversano; però se l’accettiamo per quello che è, un prodotto di pura evasione, con tutte le componenti che ci divertono, azione, violenza, bellezza degli attori, abbastanza al punto giusto, in mancanza di meglio – e purtroppo siamo in tempi di cronica mancanza di meglio – possiamo trascorrere un paio d’ore tutto sommato non-sgradevoli, e quando usciamo dal film, se non abbiamo dormito, ci sentiamo persino moderatamente non-insoddisfatti.

sabato, gennaio 13, 2007


Apocalittico

Apocalypto, l’ultimo film del maniaco religioso-antisemita nonché genio del marketing Mel Gipson, rimane impresso anche il giorno dopo la visione, il che, coi tempi (cinematografici) che corrono, è un risultato più che notevole. Forse è per la violenza di cui è permeato (Mel Gibson ama la rappresentazione della violenza), forse per il sangue che scorre (Mel Gibson adora il sangue che sprizza dalle ferite), forse per il ritmo elevato, per l’alta qualità delle immagini, delle scenografia, per l’ottima sceneggiatura, per il fascino delle ricostruzioni storiche-scenografiche, per la contrapposizione bene-male, semplicità-orrore; forse è per la scelta di mantenere la lingua originale, lo Yucateco, l’antico idioma Maya tutt’ora utilizzato da molte comunità della penisola messicana, senza cedere alla dissennata mania tutta italiana di doppiare anche i colpi di tosse; forse per la grande bellezza degli attori, molti dei quali non professionisti; forse per tutte queste cose, unite a una verosimiglianza della città Maya, che è un girone infernale, un luogo di morte, di terrore, di disperazione (Mel Gibson, come fanatico religioso, stravede per lo spettacolo dell’inferno), il film non molla un istante lo spettatore, che resta incollato alla poltrona, e sobbalza ai colpi di scena, e si arrabbia, si indigna, si stupisce; e perdona anche il ricorso al puro mestiere, come nella lunga corsa dell’eroe fuggitivo, che ripropone copioni scritti e riscritti dell’eroe buono inseguito dagli assassini, dai mostri (Mel Gibson va in brodo di giuggiole se c’è da descrivere i mostri infernali): fattostà che è un film tostissimo, che può essere criticato, stroncato, che certamente non va visto da chi aborrisce le immagini violente, ma che farà uscire i cultori dei film d’avventura ben pasciuti e soddisfatti.

giovedì, gennaio 11, 2007


Bella scoperta

Sotto l’albero di Natale è arrivato, per mia figlia, un regalo (uno dei tanti). Si è rivelato una cintura, di una marca di gran moda (nel loro ambiente). Ovviamente era un regalo chiesto da tempo, la cintura era stata accuratamente selezionata tra decine di cinture di altre marche.
L’altro giorno guardavo la scatola, in particolare il logo. Ecco, mi ha evocato una certa situazione, diciamo erotica. Così ho detto, a mia figlia: "Ma… il logo della cintura, non ricorda…” e lei, interrompendomi: “se alludi a quella cosa, guarda che noi ragazzi lo sappiamo da vent’anni”.
Ecco, ed io credevo di avere fatto una scoperta, grazie alle mie doti visive…

venerdì, gennaio 05, 2007


"Che fia appiccato"

Non sono facili da dimenticare le immagini dell’impiccagione di Saddam Hussein. Molto si è scritto, articoli quasi sempre permeati di retorica e di polically correct a tutti i costi, quella retorica prevedibile e pedante che rende i giornali poco interessanti, ripetitivi, noiosi, e forse contribuisce a quel calo di vendite di cui si lamentano gli editori.
Certo, siamo contro la pena di morte perché in una società democratica eccetera eccetera; l’impiccagione è stata un’esibizione di pura barbarie e di nuovo eccetera. Sottoscrivo tutto, eppure emozioni contrastanti si alternavano in me mentre assistevo a quella scena ripetuta innumerevoli volte dalle televisioni.
L’uomo è entrato nella camera del patibolo, ha visto i due uomini con un cappuccio nero, i due boia, e ha lanciato una lunga occhiata alla forca, con la grossa corda che gli avrebbe spezzato il collo. Gli incappucciati si sono avvicinati e hanno a iniziato a parlargli animatamente. Oggi sappiamo che inneggiavano a Maometto e ai suoi nemici sciti. Io fissavo il volto del condannato, lo fissavo con un interesse che forse era curiosità morbosa. Sembrava assolutamente tranquillo. Non un filo di emozione passava nei suoi lineamenti. Aveva paura? Aveva la morte dentro? Mi spaventava la sua solitudine, la sua totale mancanza di risorse di fronte all’ineluttabilità della definitiva rovina. Provavo pietà, eppure pensavo che mentre lui rideva, nel pieno del suo potere, ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, mentre sparava in aria di fronte a folle acclamanti, altri uomini e donne venivano massacrati, torturati e impiccati, soli coi loro aguzzini, per suo ordine. Stava pagando per i suoi crimini? Era quello che meritava? E l’uomo che stava per essere impiccato era ancora un criminale, un pluriomicida o un essere senza più risorse, inerme e indifeso che stava per essere trucidato?Non sapevo trovare risposte, e intanto continuavo a fissare le immagini, consapevole di essere immerso nel voyeurismo di cui si nutre la televisione; e pensavo che quell’uomo era uno granitico, uno tosto, che andava incontro alla morte con grande coraggio e dignità.


P.S. Altri due gerarchi del regime di Saddam sarebbero stati impiccati con le stesse modalità. Però per loro niente filmati, niente commenti, niente appelli. Solo la morte, quella vera – e non la retorica della morte, non lo spettacolo della stessa – è davvero uguale per tutti.