mercoledì, settembre 26, 2007


Saluti traumatici

Interrompo lo stato di semi-sonno di Baldrus (è un periodo così, troppi impegni, energie insufficienti, ma spero comunque che i lettori ogni tanto buttino un occhio, perché qualche aggiornamento viene fuori) per riprodurre il passo di un intervento che Giuseppe Genna ha pubblicato su Nuovi Argomenti. E’ la più bella, perché la più semplice, definizione di trauma psichico che mi sia mai capitato di leggere. Per l’intero intervento cliccare qui.

Il trauma non sarebbe altro che un’esperienza come le altre, cioè un pacchetto di informazioni percettivo-emotive, che giunge al cervello come fosse una cartellina del nostro pc, contenente i suoi bei files e che viene aperta dal cervello, il quale legge e controlla i files e la stipa laddove è opportuno: nel conscio, nell’inconscio, nel subconscio. Non c’è domanda su cosa sia conscio o inconscio: ciò va sottolineato. Il trauma è una cartellina che, aperta dal cervello, si mostra vuota: nel momento in cui è stata aperta, i files sono spariti, sono finiti in zone che non si conoscono. Curare dal trauma significa riportare i files nella cartellina, in modo che l’esperienza traumatica diventi equivalente a una qualunque esperienza e subisca il suo metabolismo normale, destinale. L’EMDR (Eyes Movement Desensization and Reprocessing
, una tecnica psicoterapeutica antitrauma sviluppata dagli americani per curare i reduci di guerra ndr) è una pratica che, attraverso un numero impressionante di abreazioni (il modo di recuperare i files) ottenute in un tempo ristrettissimo, permette di rivivere l’esperienza traumatica (non necessariamente come scena immaginale) e di liberarsi dal recalling del trauma, che sarebbe il blocco di quella cartellina non digerita dal cervello, la quale va in risonanza con esperienze simili, finché non sia stata definitivamente assorbita. Il secondo elemento fondamentale è che aumenta la presenza di sé a sé e che si finisce quasi sempre in una visione sensitiva interna vuota, colorata ma vuota. Non esiste indagine sulla valenza dei diversi colori che appaiono come stati certificanti il metabolismo definitivo dell’esperienza traumatica.

martedì, luglio 24, 2007

VACANZE
Anche quest'anno andremo in vacanza. Gargano, per la terza volta di seguito. Gargano in agosto, grande baraonda, animatori scatenati, ciapa la galeina coccodè e compagnia bella. Io, per me, andrei in vacanza in settembre, o in giugno, ma un concorso di forze di grande potenza fa sì che i miei desideri passino in secondo piano. Ma sono veri desideri? Stare lontano dalla gente, il mito di un soggiorno in solitudine, è vero desiderio o sentimento di fuga, fantasia che si scontra con la realtà?
Chissà.
Intanto si parte e ci risentiamo a fine agosto o settembre, un caro saluto a tutti dal Baldrus balneare.

mercoledì, luglio 11, 2007


Il santo rogo

Giordano Bruno frate apostata da Nola
(Verbale della Santa Romana Inquisizione)

Giovedi a dì 16 febbraio 1600

A hore due di notte fu intimato alla Compagnia che la mattina si dovea far giustizia d’un in Ponte, et però alle 6 ore di notte radunati li confortatori e cappellano in Sant’Orsola, et andati alla carcere di Torre di Nona, entrati nella nostra cappella e fatte le solite orazioni ci fu consegnato il sottoscritto a morte condannato videlicet.
Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata di Nola di Regno, eretico impenitente; il quale esortato da nostri fratelli con ogni carità e fatti chiamare due padri di San Domenico, due del Giesù, due della Chiesa Nuova e uno di San Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta dottrina mostrandoli per l’error suo, finalmente stette sempre nalla sua maledetta ostinazione, aggirandosi il cervello e l’intelletto con mille errori e vanità, et anzi perseverò nella sua ostinazione che da ministri della giustizia fu condotto in Campo di Fiore e quivi spogliato nudo e lagato a un palo fu brusciato vivo, accompagniato sempre dalla nostra Compagnia cantando le letanie e li confortatori sino al ultimo punto confortandolo a lassar la sua ostinazione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita.

giovedì, luglio 05, 2007


A piedi è meglio ?

(Come già scritto Claudio Sabelli e Giorgio Lauro sono in viaggio a piedi da Lavarone a Vetralla. Ecco un aggiornamento).

Lattine di Coca Cola, bottiglie di birra, pacchetti vuoti di Marlboro e Ms, cicche, Fanta, Gatorade, scatole di Daygum, bicchieri di Estathè, un'infinità di bottigliette di plastica di acqua minerale. Tutta roba cotta dal sole, una lunga corsia di monnezza che costeggia le strade italiane senza che alcuno si faccia carico di ramazzarla e portarla in qualche piattaforma ecologica. E così noi possiamo inventarci sociologi e fare un inventario che ci consente di tracciare la mappa dei consumi degli automobilisti italiani e della loro maleducazione. Abbiamo trovato anche una confezione di Viagra, due guanti da pittore, qualche pannolino in attesa di essere biodegradato. Nessun preservativo. Viene da chiedersi che cosa pensino i nostri concittadini quando aprono il finestrino e svuotano le loro linde macchinette. E' vero che sono tutti prodotti usa e getta. Ma dopo averli usati, devono proprio gettarli dove capita?
I bordi delle strade provinciali e statali che stiamo percorrendo sono un letamaio. Quand'è che qualcuno si prenderà la briga di pulirli dai tanti cadaveri di ricci finiti sotto le ruote delle macchine? Abbiamo visto bisce, serpentelli, vipere, rospi, topi. Oggi vediamo anche una piccola volpe, lì, in attesa di decomporsi. Sembra che dorma, poverina. Nessun gatto, nessun cane. Si sono fatti furbi? Oppure per loro la pietà umana prevede che vengano spostati? Fine del pippone socio-ecologico.
Le strade, che una volta erano il regno dei pedoni, oggi sono la proprietà esclusiva delle quattro ruote. Le macchine sfrecciano a pochi centimetri dai nostri gomiti e spesso leggiamo sguardi di fastidio negli occhi degli autisti.Qualche volta ci fanno dei gestacci, spesso ci suonano il clacson per invitarci a spostarci ulteriormente, magari dentro la roggia o dentro il fosso. Siamo una presenza fastidiosa, inopportuna, invadente. E' una legge non scritta: le strade non sono per i pedoni, tantomeno per i viandanti. "Ma quand'è che è avvenuto il cambiamento?", chiedo a Giorgio. "Quand'è che le strade sono state scippate ai camminatori?" Giorgio ci pensa un po', aggrotta le ciglia, sembra cercare nella memoria e poi dice: "Non lo so. Sicuramente io non ero ancora nato ma tu forse sì".
In preda a questi pensieri profondi percorriamo lunghi rettifili che ci portano dalla provincia senese a quella perugina. Passiamo il confine regionale. E' la nostra quinta regione, dopo Trentino Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna e Toscana. "Un quarto delle regioni italiane", pensiamo con orgoglio. Il grande tempo libero che abbiamo a disposizione ci spinge a fare fondamentali calcoli. Quante province abbiamo passato? Dieci? Quindici? Quanti passi abbiamo fatto? Più o meno di un milione per uno? Quanti litri di acqua avremo bevuto? 100? 150? Domande senza utilità per risposte che non avremo mai.
Umarells

lunedì, luglio 02, 2007


I 33 dischi
di Loris Pattuelli

33 dischi senza i quali non si può vivere di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Einaudi Stile Libero 2007) è uno di quei libri che non mettono mai fretta al lettore. Sembra incredibile, ma con la scusa dei 33 dischi da salvare si può parlare di tutto, proprio di tutto. L’eroe di questo libro è un supporto fonografico chiamato ellepì (long playing) che, detto tra noi, è anche la merce più anticonvenzionale che si sia mai vista in giro, una specie di bene primario mezzo individualista e mezzo collettivista, mezzo gaudente e mezzo sacro. E’ prima di tutto un omaggio affettuoso al vecchio disco, all’album: "Noi ragazzi degli anni cinquanta siamo stati testimoni della nascita, dello sviluppo, del successo, del declino e della morte di un supporto che si era confuso completamente con l'opera che conteneva, il disco. E oggi siamo testimoni della nascita , dello sviluppo e del successo di una musica digitale che vive in mille supporti differenti, anche nei dischi ovviamente, ma in un ruolo secondario, minore, sempre più irrilevante. Il nostro libro, insomma, odora di vinile, racconta un'epoca , una maniera di far musica, che in qualche modo è finita. E della quale, almeno per noi, è difficile fare a meno".
Ritornando al libro, la prima cosa da fare (io non ci sono riuscito) è proprio quella di evitare di fargli le bucce, di irrigidirsi sull’essenziale che inevitabilmente manca. Gli autori, com’è giusto, hanno fatto scelte molto personali, molto rispettose di quella cosa chiamata arte pop. Però manca Sergent pepper dei Beatles, manca Hot rats di Frank Zappa, Music for 18 musicians di Steve Reich, My life in a bush of ghosts di Brian Eno e David Byrne; manca quello che, per me (ma soltanto per me), è il più bel disco degli ultimi vent’anni. Fuori il titolo? Eccolo: Michey Hart At the edge Rykodisc rcd 10124.
A questo punto mi permetto di elencare alcune scelte particolarmente azzeccate: Pet sounds dei Beach Boys, Koln concert di Keith Jarrett, Kind of blue di Miles Davis, Electric ladyland di Jimi Hendrix, A rainbow in a curved air di Terry Riley, If i could only remember my name di David Crosby, Highway 61 revisited di Bob Dylan. Ma, visto che ci sono, vorrei anche sapere come si fa a non mettere in lista I am the blues di Willie Dixon: in questo disco il bluesman più saccheggiato dal rock canta e dirige la più sensazionale e gioiosa piccola orchestra mai apparsa sulla faccia della terra. E poi come si possono dimenticare i 29 blues di Robert Johnson? Qui c’è tutto quello che un eventuale marziano dovrebbe sapere di noi terrestri. E Satisfaction dei Rolling Stones? Qualcuno sa dirmi in quale album era? Io non lo so e non lo voglio neanche sapere. Era un 45 giri, sicuramente il 45 giri più sconvolgente di tutto il rock’n’roll. Chissà se qualcuno ha mai stampato un ellepì con soltanto questa canzone. Satisfaction e poi il silenzio per tutto il resto del disco. Più o meno come un coup de dés di Mallarmé: 10 pagine di versi e un altro centinaio di fogli bianchi per le note del lettore.
Il libro di Assante e Castaldo è proprio un gran bel libro. Io ogni tanto lo sfoglio come un almanacco, poi mi metto a sognare e a sragionare senza tanti scrupoli. Prendiamo la pagina dedicata a Revolver dei Beatles. Non è vero che il destino dei sogni è sempre quello di diventare incubi. I quattro di Liverpool la rivoluzione l’hanno fatta sul serio e l’hanno pure vinta, se è per questo: "La più smagliante qualità del gruppo era saper inventare forme del tutto inedite, a volte addirittura sconcertanti, con una sensazione di semplicità, una sorta di avanguardia messa gioiosamente al servizio delle masse. Di più, con loro si compie definitivamente la rivoluzione che era rimasta implicita alla musica popolare, la trasformazione da artigianato ad arte". Mi sono soffermato anche su Remain in light dei Talking Heads e, memore delle mille apocalissi della nostra trasognata quotidianità, ho iniziato a canticchiare qualche ritornello particolarmente azzeccato di questa straordinaria band newyorkese. Eccone uno che, lo confesso, mi ha fatto sentire prima iridescente, poi trasparente, e infine assente. "Come sono arrivato qui?" grida David Byrne. "Una volta nella vita devi farti questa domanda!", risponde il coro. Remain in light è la tribalità che si mischia con l’elettronica, la metropoli che si sposa con il deserto. E come non esaltarsi davanti a My favorite things, l’opera che John Coltrane ha continuamente reinventato negli ultimi sette anni della sua vita?
Il libro di Assante e Castaldo parla dei 33 dischi senza i quali non si può vivere. Meglio dargli un’occhiata ogni tanto, inserirlo nel circuito delle nostre piacevoli abitudini. Intorno a questo pezzo di cartone con dentro un pezzo di plastica c’è ancora molto da dire e da ridire. Potrebbe anche essere un buon inizio.
(Pubblico questo pezzo in contemporanea con la poesia e lo spirito)


venerdì, giugno 22, 2007

Giù a picco

Ultima puntata ieri sera di Anno zero, prima della cosidettra “pausa” estiva, cioè il vuoto assoluto fatto di telefilm visti e rivisti, repliche di trasmissioni-trash, il tutto in una televisione pubblica per la quale paghiamo fior di canone. La puntata era sull’ambiente, i disastri, le rapine, l’apatia. Angosciante. Certo, Santoro di solito spinge, estremizza, enfatizza: però era impressionante il Po in secca col Lambro che fa confluire liquami immondi che poi finiscono in mare, scarichi prodotti da una metropoli, Milano, che pretende di insegnare la modernità e non ha uno straccio di depuratore. Poi la cascata delle chiacchiere, il volume denso del parlato: tutti discorsi giusti, condivisibili: faceva impressione Rutelli con la sua tecnica raffinata di neodemocristiano: dare ragione all’intervistatore, riconoscere l’entità del disastro, l’assurdità di un’inedia politica che tutto fa marcire: poi l’incalzare del positivismo dei “piccoli passi”: insomma, la situazione è drammatica, però facciamo, proviamo, ci diamo da fare. Una tecnica dialettica collaudata che conquista la complicità dei telespettatori, che dicono “ehi, come parla bene, ha ragione”; poi però arrivava Dario Fo che, fuori dagli schemi, diceva accidenti è da quando ero piccolo che sento parlare di “situazione insostenibile” per gli scavi, le trivellazioni, e siamo ancora qua; poi arrivava Sgarbi abbaiante, che usava parole come “inculati” e via discorrendo; e Marco Travaglio, con la sua sferza, lucido, tagliente; l’unico che diceva cose concrete era il figlio di Dario Fo, Jacopo, che ha raccontato di un gruppo di acquisto per i pannelli fotovoltaici; eppure... eppure erano chiacchiere, parole liberate, retorica. Intanto le parole di Dario Fo - parole, parole nel coro - si abbattevano come una scure sul cicaleccio: è da una vita che si dicono sempre le stesse cose, che non si può andare avanti, eppure si va avanti, si affonda, e si sprofonda.

mercoledì, giugno 20, 2007

Ho dormito?
Mentre guardavo No Direction Home, il bellissimo film di Scorsese su Bob Dylan, con quelle interviste laconiche, ironiche, dove un Bob Dylan scontroso parla pochissimo, perlopiù con battute che prendono in giro l’intervistatore, e smorza ogni slancio retorico, pensavo ai nostri gruppi e cantanti intervistati su Videomusic, dove traspare l’ansia o il piacere di apparire, di compiacere l’intervistatore e il pubblico, e fanno i bravi, i simpatici, i brillanti. E mi sono chiesto: ma è lo stesso mondo? Oppure mi sono addormentato e mi sono svegliato in un altro segmento spazio-temporale?

venerdì, giugno 15, 2007

Una estate di molti anni fa
di Loris Pattuelli
da sabato 16 giugno su la poesia e lo spirito

giovedì, giugno 14, 2007

lunedì, giugno 11, 2007


A piedi è meglio

Claudio Sabelli Fioretti, già direttore di Cuore, e mio direttore ai tempi di Panorama Mese quando io ero uno dei fotografi di redazione, è partito per un viaggio a piedi da Lavarone, dove vive, a Roma, insieme all’amico Giorgio Lauro (uno dei redattori di Catersport, il programma sportivo di Radio 2). Poiché ricevo un diario di viaggio sotto forma di mail, ho pensato di pubblicare questi tre pezzulli; i numeri 2 e 3 riguardano l’acquisto e la preparazione dello zaino, evento fondamentale e delicatissimo per ogni viaggiatore.

1) Chissà perché quel giorno io gli dissi: "Mi piacerebbe andare a Roma a
piedi". Di cazzate io ne dico spesso. La settimana prima avevo detto:
"Vorrei fare la transiberiana da Leningrado a Pechino". E la settimana
prima andavo dicendo: "Compro un camper di lusso e giro per un anno
l'Africa". Oppure: "Prendo un aereo per la Norvegia e mi faccio tutte
le tappe della nave postale". Nessuno mi dava retta e nessuno mi
rispondeva. Al massimo qualcuno si faceva una risata e mi diceva: "Io
invece vado al Polo Sud". Gente che non sa sognare. Invece quel giorno
che gli dissi che avrei voluto andare a Roma a piedi Giorgio Lauro mi
ascoltò con grande attenzione e mi rispose: "Anche io". Bastano due
parole a volte per dare una svolta alla propria vita. Figuriamoci se
non bastano a cambiare il programma di un'estate. E allora niente
fiordi, niente camper, niente transiberiana. Via verso la Capitale. A
piedi. Lentamente.
Con Giorgio non è difficile mettersi d'accordo. Ma mentre io sono in
anno sabbatico, lui lavora. "Fino a quando?", chiedo. "L'ultima
partita è mercoledì 6 giugno", dice Giorgio. La vita di Giorgio è
scandita dal campionato di calcio. Ci sono disgrazie peggiori ma mica
tante. Giorgio, insieme a Sergio Ferrentino e Marco Ardemagni, tutte
le domeniche che dio manda in terra, e quasi tutti i mercoledì, si
occupa di calcio. Lo pagano per questo. E anche bene. Ma basta per
rovinarsi l'esistenza? L'umanità ha questa splendida vocazione ad
autodistruggersi, il calcio. "Bene", dico io. "Si parte l'otto
giugno". "No", dice lui. "Partiamo il sette". Guai a perdere un
giorno. Le Grandi Scelte hanno bisogno di tempi rapidi. Cotte e via.


2) E così siamo partiti il 7 giugno 2007. O meglio, abbiamo deciso che saremmo partiti il 7 giungo 2007. Giorgio mi aveva detto: "Stai tranquillo, arrivo la notte prima, appena finita la partita della nazionale contro la Lituania. Dormiamo e la mattina dopo facciamo gli ultimi preparativi e verso mezzogiorno partiamo". Si è presentato la mattina dopo a mezzogiorno. Ha parcheggiato la macchina, è sceso e ha detto: "Un attimo, devo prendere il mostro". Il mostro è il suo zaino. Il mio zaino invEce si chiama Millet. E' grigio ed ha dovuto superare un'incredibile serie di esami. Doveva essere leggero, grande, pieno di tasche, elegante, economico. Comprare uno zaino è un'arte. Un'arte nella quale ci sono degli esperti tremendi e pignolissimi. Ne avevo trovato uno bellissimo che soddisfaceva a tutti i requisiti. Ma era nero, calamita per tutti i calori che si aggirano dalle parti dei camminatori.

Niente. Nero non si può, ha sentenziato mia moglie e ne ha proposto uno chiaro, stupendo e molto raffinato. Ho cominciato a riempirlo e mi sono fermato subito. Erano rimasti fuori: golf rosso, computer, materassino autogonfiabile, sacco a pelo. Non va bene, ho sentenziato io. Lei è uscita ed è tornata col Millet. Ho detto: "Splendido".

3) Insomma siamo partiti, come dio ha voluto, il 7 giugno alle due e mezza. Il meteo, ossessione di Giorgio, ci aveva avvertiti. Temporale a mezzogiorno. Il meteo è un sistema per dividere gli ottimisti dai pessimisti. Gli ottimisti leggono il meteo che dice "Tifone" e commentano: "Vedrai, ci sarà un sole splendente". I pessimisti dicono: "Se dice tifone sarà tifone". Così all'ennesimo tentennamento di Giorgio io la sparo: "Il meteo, qui a Lavarone, non ci becca mai". E gongolo quando a mezzogiorno compare il sole. Ci dedichiamo così alla preparazione degli zaini. Anche la preparazione dello zaino divide gli ottimisti dai pessimisti. L'ottimista compra uno zaino piccolo e dice: "Ci starà tutto". Il pessimista compra uno zaino enorme e poi lo chiama "mostro". L'ottimista, una volta verificato che nel suo zaino non ci sta niente, ne compra uno più grosso. Ma sempre più piccolo di quello del pessimista. Alla fine però ce l'ho fatta. Mutande due, pantaloni tecnici due, magliette tecniche due, t-shirt tecniche due, calzini tre, fazzoletti due, mantella impermeabile, coprizaino, cachimiro rosso, ventina, cappello, foulard da esploratore sahariano, crema solare, autan, piastrine e macchinetta antizanzare, sandali mefisto, corda per stendere i panni, blixen, aciclovir, shampo, beauty, tenda di emergenza, racchetta da trekking, sacco a pelo e materassino autogonfiabile. E poi l'elettronica: videocamera, macchina fotografica, registratore, telefonino. E l'ossessione dei viaggiatori leggeri: i caricabatteria. Quattro. All'inizio pensavo che me la sarei cavata con quattro chili. Sono arrivato a dieci chili di zaino e tre chili di grosso marsupio addominale. E col miracolo della compenetrazione dei corpi c'è stato tutto. Sapete come si fa a fare entrare tutto in uno zaino? Bisogna parlarci e convincerlo. Una volta visto che rimane fuori un po' di roba bisogna svuotarlo completamente e riempirlo di nuovo dopo averlo pregato di impegnarsi di più. La seconda volta ci sta tutto. Giorgio che se la tira con i libri che ha letto e mi ricopre di noiosissime citazioni ne spara una di qulle che abbaterebbero un elefante. Ha letto anche un fondamentale testo per i camminatori quello di Le Breton che a sua volta cita Toeffer: "un uomo si riconosce dal suo zaino". A me sembra una stronzata ma non mi sento di dirglielo.

domenica, giugno 03, 2007

Imperdibile Dylan

Per ora sono usciti due dei tre bootleg series di Bob Dylan allegati all’Espresso + Repubblica. In teoria bisogna acquistare l’intero pacchetto, ma se si trova un edicolante anticonformista si può avere il solo CD per euro 6.90 senza l’aggravio del settimanale più quotidiano. E vale la pena. Sono due dischi interessantissimi, direi imperdibili per gli appassionati di Dylan. Il primo è tutto acustico, duro e puro, pezzi del 1962, 1963, atmosfere da club n ewyorkese, c’è il Dylan guthriano, chitarra, voce, armonica, scarno, tirato, rauco, distratto, freddamente rabbioso. Il secondo ha una parte acustica e una elettrica, arriva fino al 1974, e contiene pezzi stratosferici con Mike Bloomfield alla chitarra, inconfondibile, e Al Kooper all’organo. E’ il Dylan del '65 che faceva impazzire il giovane Jimi Hendrix vagabondo al Greenwech Village, che lo faceva vestire e pettinare con la messa in piega come lui, che gli faceva scrivere cover come Like A Rolling Stones, come All Along The Watchtower. Superlativa una versione di It Takes a Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, che sarà ripresa dal trio Bloomfiel-Kooper-Stills nel leggendario Super Session, da strippo I Shall Be Released. Ascoltare questi dischi è, in fondo, compiere un’operazione letteraria: sono registrazioni realizzate nel corso dei lavori per gli album The Freewelin’ Bob Dylan, The Times They Are A Changin’, Bringing It All Back Home, Higway 61 Revisited, Blonde On Blonde; si riconoscono sonorità, ritmi di molte canzoni poi raccolte dei dischi. Insomma, è come stare nel back stage di un grande romanzo.

martedì, maggio 29, 2007


Indietro tutta

Piccolo scorcio su un pezzo di società italiana: i cosiddetti “statali” (termine improprio usato dai media per descrivere tutti coloro che lavorano nel settore pubblico, con condizioni economiche e lavorative molto diverse), e il contratto dei pubblici dipendenti di cui si è tanto parlato (i famosi 101 euro). Stanotte si sono concluse le trattative. In sintesi, sono stati concessi i 101 euro promessi (lordi, vanno decurtati di circa il 30%), ma è partita una sperimentazione che porta la durata dei contratti da biennale a triennale. Ci sono pochi dubbi sul fatto che un anno in più significa una perdita dei salari (che non vengono adeguati anche per il terzo anno); salari che, ricordiamo, sono da fame: attualmente un dipendente comunale di categoria C con cinque anni di servizio (ex sesto livello) guadagna circa 1000 euro; uno di categoria D (ex settimo, per accedere dall’esterno è richiesta la laurea) non arriva a 1200. Ci si chiede perché il sindacato arretri di continuo; per debolezza? Perché è in atto un attacco mediatico, molto violento nei toni, contro tutto ciò che è pubblico (le polemiche demagogiche sugli “statali fannulloni ” che lavorano “la metà” dei privati)? Oppure - ed è un’ipotesi particolarmente inquietante - perché c’è il governo amico? E’ certamente l’ipotesi del sindacato autonomo RDB, molto critico verso il sistema, e nel sistema inserisce anche il sindacato confederale. Ecco il comunicato RDB:

UN ACCORDO INDEGNO
NO AI CONTRATTI DI TRE ANNI !!!

Cgil, Cisl,Uil e Governo Prodi hanno firmato un accordo che modifica e peggiora la struttura dei contratti, oggi per i lavoratori del pubblico impiego, domani per tutti gli altri.
Un accordo che trasformando i contratti attualmente biennali, in triennali diminuisce i salari e calpesta la dignità dei lavoratori.
Il Governo smentisce quanto sottoscritto con l'accordo del 6 aprile scorso in cui si manteneva l'assetto contrattuale e le risorse dei contratti per i dipendenti pubblici riguardavano tutto il 2007.
E' chiaro che le chiacchiere sulla “sperimentazione” e sul fatto che riguarderà solo i lavoratori del pubblico impiego non reggono: un tale accordo e la previsione di rivedere l'intera struttura del contratto entro dicembre si riferiscono ovviamente a tutto il mondo del lavoro
La triennalizzazione dei contratti era un obbiettivo perseguito da tempo da Confindustria su cui si era già cimentato senza successo Berlusconi, ci volevano un Governo di centro sinistra e i sindacati "amici" per riuscire in questo capolavoro!
La mancanza di uno strumento di adeguamento automatico dei salari all’inflazione reale (la scala mobile) rende l'allungamento dei contratti di un anno un elemento di ulteriore impoverimento delle famiglie dei lavoratori dipendenti che già non arrivano alla quarta settimana.
Apriamo immediatamente la mobilitazione in ogni luogo di lavoro e respingiamo questo accordo vergognoso.
Chiediamo l’immediato avvio della discussione in Parlamento della legge di iniziativa popolare per una nuova scala mobile su cui abbiamo raccolto e consegnato al Senato oltre 100.000 firme.

Ecco invece un passo del freddo, burocratico comunicato del sindacato confederale CGIL CISL e UIL:

“L’essere riusciti a salvaguardare questo patrimonio, ed anzi, grazie proprio a questo straordinario fattore, essere riusciti a raggiungere l’accordo tra mille difficoltà e tensioni, che pure fino all’ultimo hanno traversato il tavolo, è per noi motivo di orgoglio e di fiducia per il lavoro che ci aspetta a partire dalle prossime ore”.

venerdì, maggio 25, 2007


Ricconi-smart

Il presidente-smart degli industriali italiani, i peggiori d’Europa come li ha definiti una volta Prodi (che li conosce bene perché ci ha pomiciato per tutta la vita), i peggiori del mondo dico io, tra le altre cose ha detto che loro hanno “dato” molto, e ora tocca alla politica dare (a loro), perché nella barca sono quelli "che remano". Ma guarda un po’. Credevo che avessero soprattutto “preso” nella lunga storia di finanziamenti a fondo perduto, assistenzialismo selvaggio, cassa integrazione a volontà con la quale hanno devastato l’INPS, attentati ai diritti del lavoro, truffe mondiali come il caso Parmalat e molto altro. Deve essere come scrivono i giornali, cioè che il presidente-smart, dopo varie soffiate, allusioni, e continue smentite da parte sua, sta davvero per entrare in politica. Così alle prossime elezioni dopo Briatore questo paese dovrà farsi carico anche del presidente-smart. Che avrà un successo clamoroso, perché è noto che noi italiani adoriamo i ricchi, i potenti, diamo fiducia a chi ostenta il lusso, lo sfarzo. Li ammiriamo e li votiamo. Infatti siamo l’unico paese al mondo ad avere ancora un sultano.

martedì, maggio 01, 2007

venerdì, aprile 20, 2007


L'informazione al Bar Sport


Leggo, sul numero 17 de L’Espresso, in un articolo intitolato “Lo statale non fa la dieta”, a firma di Paola Pilati: “Dimagrire, che impresa impossibile. Soprattutto per la pubblica amministrazione, sebbene sia provato che, su dieci dipendenti, quattro lavorano per far funzionare il resto dell’apparato, cioè gli altri sei, mentre nel settore privato ne bastano due”. Alla parola “provato” ho avuto un sobbalzo: provato da chi, e come? Non viene citato alcuno studio, o ricerca, che possa “provare” quest’affermazione così d’effetto. Ma poi, quale studio serio arriverebbe a una tesi del genere? E a chi si riferisce? La polizia? L’esercito? La sanità? Quindi, su dieci poliziotti ne andrebbero eliminati sei; su dieci infermieri, idem. Vorrei vedere poi la sorte dei malati negli ospedali. Il fatto è che L’Espresso, che pure è un giornale con grandi reportages (poco più in là leggiamo un buon articolo sugli ogm), è da tempo in prima fila in una battaglia demagogica contro “gli statali”, e invoca a gran voce la possibilità di licenziare “i fannulloni”; questa campagna – politica – è partita dalla destra, e viene cavalcata con entusiasmo da alcuni giornali, per conto, ovviamente, di larghi settori del capitalismo nostrano, che vedono nello smantellamento di ciò che resta di pubblico grandi e ghiotte occasioni di business. Intanto l’informazione va allo sfascio, e alla notizia, al commento serio, vengono sostituiti il proverbio e il pettegolezzo da Bar Sport.

martedì, aprile 17, 2007

giovedì, aprile 12, 2007


Va' pensiero

Noi controlliamo i nostri pensieri? Sì, ma non totalmente. La psicanalisi ci ha insegnato che esistono le ossessioni, le pulsioni, che sono dinamiche prodotte dal cervello ma che possono assumere forme proprie, sorta di personalità ospiti della struttura madre, cioè noi stessi.
Sta di fatto che spesso, camminando, o lavorando, o in autobus, mi accorgo che i pensieri se ne vanno per strade ignote o eccentriche, e mi stupisco della stranezza dei percorsi.
Per esempio, se cammino lungo il fiume immagino di vedere una persona che si dibatte in acqua, e chiede aiuto. Io mi butto nella corrente gelida, e a rischio della mia vita riesco a tirarlo a riva. Chiamo un’ambulanza, e l’uomo – perché è un uomo, mai una donna – si salva. Qualche giorno dopo arriva una grossa berlina scura a prendermi sotto casa e scopro che l’uomo è un famoso imprenditore, ricchissimo e potente. Vengo condotto al suo cospetto e lui, gentile, anche se ancora provato dalla terribile esperienza, dice che mi deve la vita, mi chiede di cosa ho bisogno, qualsiasi cosa. Io dico che mi sono buttato per salvare una persona senza conoscerne l'identità, che non mi deve niente. Lui dice che questo mi fa onore, ma insiste, dice che senza di me ora lui non sarebbe qui a parlare. Ed io, alla fine, gli chiedo una casa. Sì, una casa, finalmente, per uscire dalla schiavitù dell’affitto. E lui solleva il telefono, scambia poche parole e stringendomi la mano dice di rivolgermi alla tale agenzia per ottenere qualsiasi tipo di casa io desideri, appartamento, villa, tutto.
Mica male, eh?
Oppure penso che ho un documento word importante, che serve per una indagine delicata. Non sono un poliziotto, né un magistrato, però sono coinvolto nell’indagine, non so perché. E’ un dettaglio insignificante. Ma il doc è protetto da password, una complessa sequenza alfanumerica andata smarrita. La polizia postale tenta senza successo di aprirlo, ma i tempi incalzano, così viene spedito in America, all’FBI, ma neanche lì riescono. Solo alla Microsoft, pare, sono in grado. Per questo dovrò andare a parlare con Bill Gates.
Questi pensieri strampalati emergono da chissà dove, spesso mentre cammino nel parco. Rido, ma non so se devo anche preoccuparmi.