sabato, aprile 15, 2006


Un viaggio nel buio e nel silenzio

[Questo pezzo è uscito su vibrisse il 12 aprile, e ripubblicato da La Sesia, giornale della provincia di Vercelli.]

In questo periodo riceviamo richieste – per strada, per posta – di contributi da parte di varie organizzazioni onlus, quasi tutte valide: l’associazione per la ricerca sul cancro, sulle leucemie, Emergency, Medici Senza Frontiere, Lega Antivivisezione ecc. Questo pressing è un indice di gravi difficoltà sociali, di bisogni, di piccole e grandi tragedie. Ovviamente non possiamo rispondere a tutti, ognuno contribuisce, se vuole, secondo la propria sensibilità.Vorrei parlare di una di queste organizzazioni, perché sono stato coinvolto in prima persona nella sua attività.Qualche tempo fa fui inviato a Osimo (An) per realizzare un servizio fotografico sulla Lega del Filo d’Oro, l’associazione che segue le persone – soprattutto i bambini e i ragazzini – sordociechi. E’ questa una delle menomazioni più pesanti: la sordità e la cecità comportano un isolamento sensoriale quasi assoluto; si è altrove, rinchiusi in uno spazio buio, senza suoni né luce. Anche la propria voce è altrove, aspirata via dalla gola, dalla bocca, perché è un suono generato dal proprio corpo che le orecchie non sentono.
Appena entrai fui colpito da alcune grida che provenivano dal corridoio. Un ragazzo era steso sul pavimento e urlava in maniera scomposta, disarticolata. Era una voce diversa da tutte le voci che avevo sentito prima di allora. Non sembrava umana, e neanche animale. Era una voce aliena. Aveva sonorità, intonazioni che non riuscivo a decodificare coi miei mezzi di uomo “normale”. Un operatore, calmo, per nulla turbato da quella scena che mi aveva colpito nello stomaco, lo aiutò ad alzarsi e lo accompagnò in una delle stanze dove altri ragazzi e ragazze soggiornavano, alcuni seduti, altri che si dondolavano ritmicamente, oppure gridavano, gemevano, si alzavano e si sedevano. Molto evidente era la ricerca del tatto: toccare oggetti, che abbondavano nelle aule, toccarsi le facce a vicenda, le facce degli educatori, le mani, i vestiti. Ogni tanto i ragazzi, a turno, venivano accompagnati in cortile, per brevi passeggiate.
Quando iniziai a scattare foto il responsabile del centro mi chiese di non usare il flash. Quella richiesta mi stupì. Perché? Chiesi. Perché i ragazzi vedevano – o meglio, intuivano – i lampi di luce violenta, e questo li eccitava. Loro non vedono la luce, disse, non la vedranno mai; e questi lampi suscitano in loro aspettative che non potranno mai essere soddisfatte. Quei colpi di luce, della durata di una frazione di secondo, incrinavano un equilibrio già precario, ottenuto al prezzo di un lungo e paziente lavoro. In effetti quando il flash lampeggiava alzavano di colpo la testa, sembravano guardare un punto lontano; quegli occhi fissi, vitrei, si accendevano di una luce improvvisa, di brevissima durata, e allora si alzavano, brancolavano nella mia direzione. Erano come creature che tentavano di uscire da un mondo lontanissimo, ignoto, per entrare nel nostro, per pochissimi secondi. Così conclusi il servizio a luce naturale, sempre incerto, sempre un po’ a disagio, perché anche se loro non potevano vedermi, né sentirmi, avevo la netta sensazione che sapessero di me.


La Lega del Filo D’oro ha sede a Osimo (An) in Via Montecerno 1. Il conto corrente postale è il n. 358606.

sabato, aprile 01, 2006


Un film, un libro

Il Caimano è un film comico sulla sofferenza, sul peso e le difficoltà dell’esistenza. Non è su o contro Berlusconi, è anche su e contro Berlusconi. E’ fatto di battute atroci, di citazioni di B-movie (addirittura con una smorfia splatter), ed è forse il meno morettiano dei film di Nanni Moretti. La storia è nota, perché ha avuto molto spazio sui giornali: un produttore di film-trash, interpretato da Silvio Orlando si arrabatta per trovare finanziamenti, è perseguitato dalla banca che reclama l’estinzione di un debito, ha la famiglia in crisi perché si sta separando dalla moglie (la sempre brava Margherita Buy), annaspa per non affondare nella palude in cui si trova a condurre la sua esistenza. Durante la prima del suo film Cataratte una giovane regista esordiente (che ha il bel viso di Jasmine Trinca) gli consegna un copione. Sulla copertina il titolo Il Caimano attira la sua attenzione, e quando la situazione precipita, il regista (che è interpretato da un vero regista, Giuliano Montaldo) lo abbandona, e sta per fallire definitivamente, decide di leggerlo. Tutto il film racconta gli sforzi per realizzare il film nel film, e ricostruisce spezzoni dell’avventura grottesca, minacciosa di Berlusconi: il suo entrare in politica per risolvere il mostruoso debito di 5.000 miliardi delle sue aziende, l’esplosione della televisione commerciale, il tutto intercalato da registrazioni del vero Berlusconi: a Bruxelles, quando insulta il parlamentare tedesco dandogli del kapò, le deposizioni al processo di Milano, alcune dichiarazioni agghiaccianti. Michele Placido, che nel film è un famoso attore semipornografo che deve interpretare Il Caimano, dà forfait all’ultimo minuto (per fortuna, perché nessun attore sarebbe meno indicato di lui per questa parte), così alla fine sarà Nanni Moretti in persona a indossare il doppiopetto berlusconiano-caimanesco. Questo particolare ha fatto infuriare gli antimorettiani, che ci hanno visto l’ennesima autocitazione, l’impulso narcisista.autodistruttivo che caratterizza la maggior parte dei suoi film. Il fatto è che si è morettiani o antimorettiani, è difficile trovare una via di mezzo con uno stile così particolare, così rischioso come quello di Nanni Moretti. A me lui è sembrato splendido nella parte: nei primi piani si sprigiona come una follia, una minaccia, che sono la follia del nostro presente e la minaccia di un futuro vicinissimo e incerto.
All’uscita del cinema, all’una di notte, un particolare altrettanto grottesco chiudeva il cerchio: un drappello di ragazzi distribuiva volantini elettorali di Berlusconi. Vi era qualcosa di comico, ma anche di leggermene spaventoso in tutto questo. E mentre camminavamo verso l’auto il mio amico ed eravamo oppressi da un’angoscia che ci piegava le spalle. Perché ci chiedevamo: Dio, ma se vincono? Se vincono di nuovo?

Il ritorno a casa di Enrico Metz, l’ultimo libro dello scrittore umbro-marchigiano Claudio Piersanti (Feltrinelli 2006, 15 euro), è un libro garbato sul tempo, sulla vecchiaia; è scritto con uno stile semplice, quasi dimesso, da miniaturista, in controtendenza rispetto alle pimpanti scritture dei best-sellers nostrani. Narra la vicenda di un grande dirigente industriale, un avvocato che ha seguito fino alla sua conclusione un colossale crack finanziario e si ritira progressivamente dalle scene internazionali per rientrare nella sua città d’origine (che è, inequivocabilmente, Bologna). Qui, mentre il tempo si dilata, rallenta, e i contorni della vita sociale e mondana si sfocano, entra in contatto con la palude politico-economica della città: personaggi potenti e ambigui vogliono coinvolgerlo, e non sarà facile smarcarsi, trovare una dimensione di secondo piano, un equilibrio fatto di passeggiate, piccoli incarichi di avvocato, giardinaggio, amicizie. Emerge, forte e autorevole, la figura dell’ing. Marani, l’unico capitalista italiano che ha lanciato una sfida ai poteri forti dell’economia e della politica, e per questo è caduto, trascinato dal crack. Noi lo identifichiamo senza ombra di dubbio con Raoul Gardini, il grande finanziere che minacciò addirittura di utilizzare i derivati della soia per produrre un additivo per la benzina, scatenando l’ira omicida dei petrolieri. La notizia del suo suicidio fa precipitare Enrico Metz in una crisi psicologica, perché traspare, evidente, l’ammirazione che lo stesso autore del libro prova per lui. E il racconto, nella sua parte centrale, prende una piega alcolica: Enrico Metz beve di continuo, gin, vino, birra. Vi è qualcosa di carveriano in quel ripetersi ossessivo del bere, in quello stile cosiddetto minimalista; ma la rarefazione del tempo, e il restringersi dello spazio nella villetta di famiglia, con un bel parco e un lussureggiante giardino che Enrico Metz segue con cura maniacale, impedisce di affondare nello straniamento e nella tristezza che, sempre, traspira dalle scritture alcoliche. Vi è anche qualche forzatura: come la segretaria tuttofare che si rivolge all’avvocato col “lei” mentre lui usa il “tu”, e lo cura davvero fino in fondo, anche con qualche fellatio tanto per tirargli su il morale quando alza troppo il gomito e si lascia andare alla depressione. Ma non è un difetto in fondo, non è una visione maschilista: forse è semplicemente un libro scritto con un’ottica e uno stile molto, molto maschili.

lunedì, marzo 27, 2006


Trentesimo anniversario.
Col primo concerto dei Sex Pistols, che si è tenuto il giorno di S.Valentino del 1976 al 100 Club di Londra, nasce ufficialmente il Punk.

lunedì, marzo 20, 2006


The Jimi Hendrix Experience, la storia

(Pubblico in contemporanea con Vibrisse)
Per chi ammira Jimi Hendrix, per chi lo considera un musicista geniale la cui opera passa indenne attraverso le mode e i gusti generazionali, questo Jimi Hendrix, di Sharon Lawrence, Mondadori 2006, € 18,00 è un prezioso documento che non solo fa rivivere il suo personaggio, ma apre finestre luminosissime su un periodo e una parte di mondo – gli anni Sessanta, la swinging London, la West Coast californiana – che non hanno mai perso una sola sfumatura di fascino, e sono continuamente oggetto di rivisitazione, di riscritture, di citazioni. Quel mondo, quegli anni, brillano di luce vivida, una luce a tratti abbacinante, e riemergono – come in un lungo filmato di qualche regista underground dell’epoca – con tutti i loro suoni, i colori, la carica di follia visionaria e distruttiva che ha coinvolto, spesso travolto, i suoi protagonisti. Dove i protagonisti non sono solo le stelle di quel firmamento caotico, ma tutti coloro che si sono trovati a frequentare quei locali leggendari, il Wha?, il Whisky A Go Go, il Bag O’Nails, a partecipare a quei concerti, a essere presenti a quelle feste dove la coca riempiva insalatiere poste al centro di tavoli orientali e l’acido polverizzava ogni realtà e ogni coscienza.
Ma per chi ha amato Jimi Hendrix, chi aveva i suoi poster psichedelici appesi in camera, e ascoltava strabiliato Hey Joe, Purple Haze, Crosstown Traffic pensando che non aveva mai sentito nulla di simile nella pur vivace produzione musicale di quegli anni, questa è più che una biografia: Jimi Hendrix si muove, parla, interagisce con straordinaria presenza scenica con l’ambiente e la folla di personaggi strambi, talvolta aggressivi, che lo hanno circondato nei suoi sette anni scarsi di attività creativa. E creativa è un tutt’uno con la vita, breve e frenetica, che lo ha portato, a ventisette anni, a passare alla storia della musica come i Beatles, Charlie Parker, Louis Armstrong, Elvis Presley. Questo libro ricostruisce, con molti dettagli inediti, la nascita, la formazione e l’esplosione di un mito, e indaga su come il mito, e la tribù di avventurieri che cercavano di trarre nutrimento da esso, si sono impadroniti di un ragazzone americano un po’ sempliciotto, ingenuo e generoso, con un enorme talento creativo, fino a ridurlo una creatura alla deriva che precipita nella più completa autodistruzione.
Sharon Lawrence era una giornalista americana specializzata in musica, cinema, eventi culturali, amica e confidente di Jimi Hendrix. Nel libro si sente la sua presenza di narratrice, benché discreta; Jimi la cercava, le apriva il suo cuore. Era una figura importante, una donna speciale, per lui che era continuamente assediato da ragazze bellissime, le groupies che seguivano ovunque i musicisti famosi per farsi fotografare in loro compagnia, vivere un pezzetto della loro favola, infilarsi nei loro letti, farsi le loro droghe. Forse Jimi cercava in lei quell’equilibrio e quell’ordine mentale che gli mancavano; la cercava per trovare un rimedio a quella fragilità interiore che lo teneva in bilico sull’orlo di un precipizio.

La formazione

Nel libro si trovano le tracce di questa fragilità nei capitoli che ne ricostruiscono l’infanzia. Jimi nasce a Seattle il 27 novembre 1942 in una famiglia che immediatamente si configura come disastrata. La madre Lucille è una ragazza giovanissima e spaventata; il padre Al è un menefreghista che insegue solo i piaceri che gli danno il gioco d’azzardo, l’alcool, le donne facili. Si separano immediatamente e il piccolo Johnny (questo è il nome scelto dalla madre, poi cambiato in Anagrafe dal padre in James - Jimmy, perché temeva che Lucille lo avesse dedicato a un amante) vive sbandato col fratellino Leon da zie, cugini, vicini di casa. Gli mancano i vestiti, una vera famiglia, e spesso non mangia regolarmente.
Presto si interessa di musica, con un entusiasmo totalizzante. Strimpella di continuo una vecchia chitarra, ascolta il blues, che sarà la sua grande passione per tutta la vita e che rivoluzionerà nel profondo con la sua ricerca compositiva e il suo virtuosismo. Frequenta la scuola, ma con scarso profitto; poi, forse alla ricerca di un futuro possibile che lo strappi finalmente al suo stato di ragazzo emarginato e povero, il 31 maggio 1961 si arruola nell’esercito come paracadutista. Ma impiega pochi mesi per rendersi conto dell’errore. Non è fatto per la vita militare, ama la chitarra e il blues, ama la libertà. Così il 4 luglio 1962, dopo la frattura di una caviglia, riesce a ottenere il congedo. Gli consegnano 400 dollari, una somma enorme per lui, che sperpera subito in baldorie e spacconate varie. Di nuovo al verde, inizia a suonare la chitarra nei locali per un paio di dollari a sera. Viaggia, conosce altri musicisti più meno spiantati come lui, attraversa l’America in lungo e in largo suonando con musicisti consolidati come Sam Cooke, Wilson Pickett, Gli Isley Brothers, Little Richard. Sono due anni durissimi, un periodo nero di povertà, di mancanza di prospettive. Poi con Curtis Knight, un valido chitarrista nero, nel 1965 è a New York, dove suona in alcuni locali abbastanza prestigiosi. Sta portando avanti un buon apprendistato, ma Jimi freme, vuole uscire dal ruolo di semplice strumentista. Scrive, compone, ha già sviluppato uno stile blues suo. Nel 1966, al Greenwich Village, il quartiere di Bob Dylan, che sarà sempre uno dei suoi idoli, fa un salto di qualità con King Kurtis e con Lonnie Youngblood, due ottimi sassofonisti blues.
E qui, come talvolta sembra decidere il caso con alcuni personaggi che tiene d’occhio, incontra l’ex bassista degli Animals, Chas Chandler, che, da mediocre strumentista qual era, sta cercando di riconvertirsi come produttore e manager. E’ un incontro fondamentale per Jimi. Chas capisce che quel ragazzo timidissimo, educato, che sul palco si trasforma in una creatura dotata di una potenza travolgente, ha un futuro. E’ una persona a posto Chas. Certo, vuole fare i soldi, vuole sfondare, proprio come Jimi, ma sarà sempre corretto e onesto, sarà anche un amico. Purtroppo il caso non è sempre e solo bendisposto coi suoi pupilli; mette sulla sua strada anche due personaggi loschi, Ed Chalpin e Mike Jeffery, che gli faranno firmare contratti capestro che lo perseguiteranno per tutta la vita e lo getteranno nell’ansia e nella disperazione, fino a destabilizzarlo psicologicamente.
Chas ha solidi agganci a Londra, e poiché Jimi in America non decolla, decide di farlo provare in quella città, che in quegli anni è la culla del british sound e del british blues, che Jimi ammira. Gli cambia anche nome, da Jimmy a Jimi: suona meglio, è più affascinante. A questo punto il ragazzo è pronto. Così nel settembre del 1966, Chas e Jimi volano a Londra.

Nascita di un mito

La svolta avviene il 29 settembre in uno dei locali preferiti dei Beatles, il Blaises: Jimi suona con l’organista Brian Auger, e tra il pubblico c’è l’idolo del pop europeo Johnny Halliday, il cosiddetto “Elvis francese”. Halliday, che sta cercando un gruppo che apra il suo prossimo concerto all’Olympia di Parigi, rimane impressionato da questo americano esplosivo che suona la chitarra addirittura coi denti! Sarà il nuovo gruppo degli Experience, messo su rapidamente con Noel Redding al basso e Micth Mitchell alla batteria, due ragazzi inglesi che portano i capelli con la permanente come Jimi, ad aprire i concerti di Halliday in Francia. E sarà il fulmineo, irresistibile decollo.
Tornati a Londra i Jimi Hendrix Experience diventano un gruppo-culto, oggetto di una fanatica ammirazione. Quei suoni che Jimi tira fuori dalla Fender Stratocaster, la sua incredibile presenza scenica, quella forza dirompente, quel suo riscrivere il blues con sonorità inedite: non si era mai sentito – e neanche visto – nulla di simile. Così dice Eric Clapton, un chitarrista che Jimi adorava e col quale ha fatto alcune jam sessions memorabili: “suonava in un modo così incredibile che mi spaventava. Credo che ci fosse di mezzo anche un po’ di gelosia. Ci sentivamo tutti minacciati da lui, ed eravamo dannatamente in soggezione”. E Pete Townshend, chitarrista degli Who: “aveva una capacità quasi alchimistica; quando era sulla scena si trasformava. Diventava incredibilmente bello e pieno di grazia. Lui aveva un potere che quasi ti placava se stavi viaggiando in acido. Era più potente dell’LSD”.
Tutti rimangono senza parole di fronte a Jimi, tutti lo ascoltano come ipnotizzati: i Rolling Stones, i Beatles, John Mayall, Jeff Beck. Ovunque va diventa oggetto di un culto sfrenato, se entra in un locale l’attenzione si catalizza immediatamente su di lui; averlo tra il pubblico a un concerto è motivo di grande onore per il gruppo. Il 19 ottobre 1969 a Inglewood, California, al concerto d’addio dei Cream c’è Jimi in platea, con Mitch Mictchell e George Harrison; così dice Russ Shaw, discografico: “hai visto come reagiscono di fronte a Hendrix? Anche quando se ne sta seduto, è favoloso!” Quando esce Are You Experienced? è un evento. Da dove veniva quella musica, quel misto di aggressività, eleganza, blues riscritto dall’interno? E’ un disco così originale che schizza immediatamente in testa alle classifiche.
Nei tre anni che seguono, anni frenetici, dove il tempo sembra consumarsi a una velocità tripla, quintupla, la fama dei Jimi Hendrix Experience cresce fino al parossismo. Lo seguiamo sbalorditi nella sua nuova vita: eccolo che va a una festa degli Who con due conigliette di Playboy sottobraccio; eccolo entrare nei locali più esclusivi seguito da un piccolo esercito di adoratori e di groupies; eccolo continuamente cercato, invitato alle feste, alle jam sessions.
Tornati in America, preceduti dalla fama conquistata a Londra, i Jimi Hendrix Experience vivono praticamente in tournée. Il manager Mike Jefferey vuole spremere ogni goccia di plusvalore dal suo artista di punta. Jefferey ha in mano l’organizzazione, i soldi, Jimi non percepisce che compensi modesti, mentre sono a suo carico tutte le spese dei concerti, le spese legali, i compensi ai musicisti ecc. E’ perseguitato dalle richieste di denaro, e i tour massacranti non gli danno tregua. Le registrazioni di Electric Ladyland, un doppio album che segna una svolta molto importante nella sua ricerca, ed è uno dei grandi capolavori del Novecento, sono continuamente interrotte dai concerti in giro per il mondo.
Benché sia ormai assediato da orde di parassiti che lo seguono ovunque per spillargli soldi e notorietà, Jimi è continuamente impegnato in una ricerca sulla musica, le parole, i suoni. Così dice Chris Stamp, il fratello dell’attore Terence, che lavorò con Jimi come specialista del suono: “Jimi continuava a levare lo sguardo in alto e a dire qualcosa su un suono. Come il suono sul disco... il suono del televisore, il suono di un taxi là fuori. Dopo dieci minuti mi rendo conto che il ragazzo percepisce i suoni come nessun altro. Stava estraendo brandelli da una enorme fonte sonora”.

La caduta
Ma la situazione precipita. Il caos della sua vita, le sue case sempre affollate da persone sconosciute che festeggiano a tutte le ore del giorno e della notte, strafatte di droga, le minacce di Ed Chalpin, che ha in mano uno dei contratti capestro, lo mandano in uno stato confusionale, lo atterriscono (“perché non posso occuparmi solo della mia musica, perché!”). Essere la personificazione di un mito, un simbolo, una macchina di desiderio, e la pressione continua dello sfruttamento, distruggono il suo già precario equilibrio. Il gruppo si sfascia. Jimi fonda i Gypsy Sun and Rainbow, con Mitch Mitchell e Billy Cox (il gruppo che si esibirà a Woodstock), si interessa di teatro, sogna di fondare una comunità di musicisti che possano occuparsi unicamente della loro musica (e avere dei manager finalmente onesti), cerca di sfuggire all’incubo che è diventata la sua vita, ma il sistema che si è creato è ormai troppo potente. Anche Billy Cox, incapace di sostenere lo stress della vita sregolata e caotica che è costretto a condurre, lo abbandona.
Vi sono alti e bassi, Jimi sembra riprendersi: forma la Band of Gypsys, con Buddy Miles alla batteria e di nuovo Billy Cox al basso, ma il 28 gennaio 1970 al Madison Square Garden il concerto è un disastro. Jimi, stravolto da un “acido scadente”, è incapace di suonare e abbandona il palco.
Il 18 settembre 1970, a Londra, Jimi Hendrix muore per l’inalazione del proprio vomito causato dall’ingestione di 9 pillole di un potente barbiturico. Una ragazza di nome Monika Dannemann, che era con lui, aspettò più di due ore prima di chiamare un’ambulanza, perché, disse, “ero terrorizzata per quello che avrebbe detto la stampa”. E mentre rantola, probabilmente gli versa in gola del vino rosso, perché “credevo di fare bene”. Jimi aveva 27 anni e dieci mesi.
Sharon Lawrence ha interpretato il particolare delle 9 pillole come l’indizio inequivocabile di una morte voluta. Jimi infatti era un appassionato di numerologia, e il 9, diceva, era il suo numero, il numero perfetto.
La parte finale del libro è una lunga, spietata ricostruzione di oltre un trentennio di cause legali, scannamenti di avvocati, sentenze di tribunali per mettere le mani sui diritti d’autore e sull’eredità. Un caso complicatissimo, anche per la presenza di documenti che Jimi, nella sua ingenuità, firmava, talvolta in bianco. Emerge, inquietante, la figura del padre, e della sorella adottiva Janie, avida e priva di scrupoli, che ha messo su una fiorente azienda, l’Experience Jimi Hendrix, che ha fatto affari d’oro con la vendita di gadget, palle da golf, magliette, pubblicazioni remixate di registrazioni che Jimi probabilmente non avrebbe mai approvato.
E’ una vicenda molto triste, grottesca, per certi aspetti macabra, e costituisce un esempio perfetto di come il sistema possa sfruttare, distruggere e uccidere un grande artista.

(Nella foto: i Jimi Hendrix Experience a Parigi nel 1967)

giovedì, marzo 16, 2006


Ultra expanded text

Sfogliando libri qua e là, leggendo e curiosando, mi sono chiesto spesso perché molti scrittori moderni [e tra questi molti italiani (e tra questi molti giovani)] non riescono a superare le 200 pagine di testo. Oppure, se ci riescono, questo avviene per pochi, faticati fogli. Trecento pagine sono un traguardo notevole, quattrocento e oltre quasi un record. Ora nessuno ha stabilito che un romanzo di 180 pagine sia “minore” di uno di trecento, però mi chiedo perché non si riesce a gestire fino in fondo una storia lunga, con tutte le sue variabili, ma si cerca di chiudere senza troppe complicazioni e incognite.
Ho pensato che il concetto è quello dell’espansione. Il testo è una materia che prende forma mentre è in lavorazione, è duttile; l’autore lo plasma, e si accorge che prende forme diverse da quelle che aveva, o credeva di avere progettato. E mentre è nel vivo della lavorazione il testo ha bisogno di espandersi. Lo chiedono i personaggi, lo chiedono i luoghi, lo chiede quell’entità talvolta contraddittoria, o spaventata, o arrabbiata che è il narratore. L’espansione è quasi sempre una scommessa, un azzardo, perché i risultati non sono mai scontati ed è in agguato il fallimento. Eppure con l’espansione si possono toccare vette molto alte di qualità anche con pochi elementi. C’era un gruppo negli anni Sessanta, un trio, che creava una musica potente con soli tre strumenti: erano i Cream, con la chitarra di Eric Clapton, l’enorme batteria di Ginger Baker e l’ultra expanded bass di Jack Bruce. In tre generavano un materiale sonoro estremamente denso, si lanciavano in lunghe jam session dove l’espansione musicale procedeva inarrestabile.
Credo che questo dovrebbe – potrebbe – avvenire anche nella scrittura: lasciarsi andare al gusto dell’avventura, permettere alla storia e ai personaggi di espandersi, superare la tentazione di ricondurre tutti i casa prima che cali la notte.
(Nella foto: Sport am Bauhaus 1927)

venerdì, marzo 10, 2006


Scrittori, siete a posto?
Sull’inserto Uomo dell’Espresso c’è un manualetto (una tassonomia) di Daria Bignardi per gli scrittori che si affacciano sul mondo. Ci sono i segreti e le regole del look, che a quanto pare è il requisito più importante per farsi notare, e quindi leggere. “In principio fu Alessandro Baricco” dice la bordeggiatrice de Le invasioni barbariche, “la sua camicia bianca con le maniche arrotolate aprì un mondo”. Baricco, la storia. E oggi? “Oggi è il look di Sandro Veronesi, jeans sformati, finta noncuranza, immagine tradizionale di scrittore-tipo”. Carlo Lucarelli è “metropolitano ipertrasandato” mentre Raoul Montanari porta “magliette aderenti da iperpalestrato, però fa errori madornali, scarpe sbagliate per esempio”; all’estero si segnala “la scuola di Nock Hornby, hip metropolitano all’inglese, t-shirt, jeans neri, scarpe Doc Maartens”; e Paul Auster, “con il suo meraviglioso casual non casuale”. Tutto questo è importante, perché oggi “lo scrittore moderno fa vita da scrittore, televisione, readings, presentazioni, tournée”.
Quindi, scrittori, siete avvertiti: o curate l’immagine, e siete fotogenici, oppure è meglio che, come diceva Burroughs, vi ritiriate davanti al caminetto a cuocere salsicce sulla griglia. E usate pure le pagine dei manoscritti per accendere il fuoco.

(Nella foto: un autoritratto di Robert Mapplethorpe in versione "drag queen".)

mercoledì, marzo 08, 2006


Straordinario? No grazie!

E’urgente un decreto, un editto, un’enciclica, una proposta di legge, qualunque cosa pur di eliminare questa parola dalla nostra sventurata lingua. Leggo che Panariello, durante tre serate di Festival (e dal dato manca la quarta), l’ha ripetuta 34 volte (venti in una sera); era la parola preferita da Maurizio Costanzo che, durante i Costanzo Show, la ripeteva almeno una dozzina di volte in due ore; ne trovai una quantità durante la lettura di Va’ dove ti porta il cuore; poco fa alla radio l’attrice Sharon Stone ha detto “è straordinario che scelgano me”; i presentatori televisivi poi, quando vogliono fare i kulturali, la tirano fuori e iniziano a declamarla selvaggiamente. Insomma, è una jattura, un pericolo mortale. Scriviamo a Ciampi per avere un DPR, almeno a Prodi quando vincerà le elezioni per un DL!

(Nella foto: Baldrus quando sente la parola inkriminata)

mercoledì, marzo 01, 2006


Uccelli 2

Quasi ogni mattina, dalla finestra della mia cucina, assisto a una scena che si ripete. Raccolgo le briciole di pane o dei biscotti della colazione, le unisco alle briciole del giorno prima, qualche vecchia brioche scaduta, pezzi di panettone che compriamo dopo le feste in offerta al supermercato, e lancio il tutto sul prato del condominio, quattro piani più sotto.
I lettori fedeli di questo sito sanno che dove abito, un parco lungo il fiume Reno, vivono e viaggiano molto uccelli. Vi sono i passeri, chiassosi, che saltellano e becchettano con una specie di furore; i merli, timidissimi, che fuggono per un nonnulla; poi i piccioni, ma da quegli autentici fricchettoni che sono al mattino presto non sono ancora arrivati, ed è una fortuna, perché si muovono in grandi branchi fricchettoni e divorano tutto in pochi minuti e agli altri non resta più niente; e c’è la temibile ghiandaia, protagonista del precedente racconto Uccelli (si trova nell’archivio di giugno); ci sono le gazze, ma non scendono mai, passano tutto il tempo sugli alberi a fare un gran baccano (la gazzarra, appunto); infine ci sono le tortore, che arrivano di solito in numero di due, o di tre, o quattro.
Prima di lanciare il becchime però scruto con attenzione il prato, gli alberi, i cespugli, per accertarmi che in giro non ci sia l’assassino. E’ un gatto nero, che vive nel palazzo di fianco, che caccia gli uccelli per puro divertimento. Li assale, li tormenta, li strazia lentamente e li molla lì a brandelli senza mangiarli. La sua padrona, che è una animalista che talvolta porta d’urgenza alla LIPU gli uccelli feriti dal suo assassino, gli ha legato al collo una campanella che dovrebbe annunciare il suo arrivo; ma lui è così attento, così felpato che ha imparato a muoversi senza farla tintinnare. Ma è improbabile che sia in circolazione. Questo per lui è un territorio con divieto di accesso. Lo sa, e quando deve attraversare il cortile compie un giro largo con la coda e le orecchie basse. Sa che in questa porzione di prato rischia grosso. Una volta che l’ho visto in agguato mentre gli uccelli planavano gli ho rovesciato addosso una pentola d’acqua. E qui ho potuto constatare la fantastica prontezza di riflessi del gatto. Benché fosse con tutti i muscoli in tensione, concentrato sulla preda, con uno scatto bruciante è schizzato via un attimo prima di essere investito dal bolo d’acqua. Forse ha sentito una goccia, o lo spostamento d’aria, e la sua risposta è stata fulminea.
A questo punto lancio il cibo, e subito i passeri, che mi stanno aspettando sparsi su vari alberi, atterrano e si mettono a saltellare. Poi arrivano o merli, alla spicciolata, ma fuggono subito, spesso senza avere afferrato neanche un boccone.
Ed ecco le tortore. Ecco il loro gioco, la loro performance; la sua performance, della tortora che ho chiamato la Numero Uno: questo esemplare, che non è neanche il più grosso, ma è la più aggressiva, la più prepotente, ha come unico scopo quello di scacciare le altre per impedire loro di mangiare. Si avventa sulla Numero Due, sbatte le ali per spaventarla, grida, la fa fuggire. Poi passa alla Numero Tre, ripete la sceneggiata, e se è necessario la insegue con brevi voli furiosi. Torna immediatamente in zona cibo e si occupa di nuovo della Numero Due, che approfitta dell’inseguimento per tentare di afferrare qualche briciola. Va avanti così senza mai cedere, senza rassegnarsi.
Il risultato è che nel frattempo gli altri uccelli mangiano tutto e per lei non resta nulla. Anche per le altre, però qualche volta qualcuna riesce a rimediare un bocconcino mentre lei è impegnata negli inseguimenti.
E’ una storiella esemplare, che potrebbe essere usata da un guru indiano o buddhista per rispondere a una domanda sui massimi sistemi della vita. E’ una parabola perfetta sulla vita, la prepotenza, l’istinto di potere.
(Nella foto la temibile ghiandaia protagonista del precedente Uccelli)

sabato, febbraio 18, 2006

Avviso!!!

Baldrus va una settimana in montagna.
Quindi per un po' non vi saranno aggiornamenti.
Ci rileggiamo al suo ritorno.

Ciao a tutti.

mercoledì, febbraio 15, 2006

Il sesso ritrovato

Di Stefano Bruccoleri

Questo pezzo è stato pubblicato su Piazza Grande, un mensile realizzato e diffuso a Bologna dai senza fissa dimora.

Il signor Giuseppe ha sessant’anni, fa il muratore e da più di quarant’anni si alza alle sei del mattino per recarsi al lavoro, ritorna a casa a tarda sera dove ha giusto il tempo di lavarsi e cenare per poi crollare di sonno davanti al televisore acceso.
Il signor Giuseppe ci confessa che fino a una ventina d’anni fa non aveva difficoltà a stare sveglio fino a tardi e dedicare una parte delle sue serate a fare l’amore con sua moglie, ma gli anni e un lavoro usurante come quello del muratore lo costringono a deporre le armi subito dopo la seconda pietanza.
Però la stanchezza fisica non gli ha sopito gli istinti naturali, ama intensamente sua moglie,
e la desidera ancora; di lei conosce tutti i “trucchi”, ha imparato ad apprezzare e guardare un corpo che con gli anni ha perso inevitabilmente vigore e tono, la prende in giro per il suo enorme pancione, che lui chiama scherzosamente “la terza tetta”.
Da giovane praticava il pugilato, smise a ventun’anni quando gli ruppero il naso, ma non teme di confrontarsi con uomini molto più giovani di lui e soprattutto nell’arte di praticare l’amore.
Racconta una cosa che scardina tutti gli stereotipi diffusi sugli uomini dai capelli bianchi. Il signor Giuseppe da circa quindici anni punta la sveglia alle 5.30 del mattino per avere il tempo di fare l’amore con sua moglie, e se è troppo stanco spegne la sveglia e si rimette a dormire. Questa pratica è talmente consolidata che la domenica mattina, quando potrebbe dormire, spesso si sveglia da solo per fare l’amore con la donna che ama.
Da numerose ricerche condotte in tutto il mondo emerge un dato comune: gli anziani non hanno nulla da invidiare alle nuove generazioni, anzi il tempo ritrovato nell’età della pensione, l’uscita di casa dei figli, il minore stress della vita pare concedere agli anziani un tempo e una qualità dei rapporti sessuali spesso maggiori delle nuove generazioni (secondo il Censis il 73.4 % degli italiani tra i 61 e 70 anni è sessualmente attivo, come il 39 % degli over 70).
A differenza di ciò che normalmente si pensa, le donne dopo la menopausa non perdono il desiderio sessuale e la sensibilità degli organi genitali, il timore per le complicazioni nel rapporto scompaiono a favore di un piacere pieno e gratificante; praticano la masturbazione sia gli uomini sia le donne. Il rapporto completo è praticato ma non ritenuto indispensabile, condizione che porta le coppie un po’ attempate a riscoprire i preliminari, le coccole e il piacere del gioco.
Ad un’erezione non sempre vigorosa si risponde con saggia pazienza ed alla scarsa lubrificazione della vagina, dovuta alla menopausa, si rimedia con una banale crema lubrificante reperibile in farmacia.
Verrebbe da chiedersi dove sono finiti i nonni di una volta che si occupavano di giardinaggio, portavano i nipotini al parco e sfogliavano l’album dei ricordi in attesa di invecchiare inesorabilmente.
Quando parcheggiamo i nipotini dai nonni dovremmo cominciare a chiederci se non stiamo rompendo loro le uova nel paniere, dando per scontato che tanto non hanno nulla di meglio da fare.

giovedì, febbraio 09, 2006


Obiettivo raggiunto, passo.

Oggi ho ricevuto un plico della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dentro c’è una lettera di due pagine firmata da Berlusconi e un opuscolo. Nella lettera Berlusconi spiega che è in atto un “vasto ed articolato piano di riforme per l’ammodernamento dello stato”, che comprende una grande “riforma digitale.” Dice che si tratta di una grande rivoluzione perché comporta un allineamento dell’Italia al resto dell’Europa per ciò che riguardo l’utilizzo delle tecnologie digitali ecc. Dice Berlusconi che si tratta di “un percorso di cui non c’era traccia all’inizio di questa legislatura e che noi siamo orgogliosi di aver avviato”. Enuncia, secondo lo stile cui ci ha abituato in televisione, tutti i risultati raggiunti, i progressi notevoli che ha riportato il suo governo ecc. e dice tra l’altro: “i progressi ottenuti in questi ultimi cinque anni sono evidenti: (..) siamo il primo Paese europeo per diffusione di telefoni mobili”.
Ora, a me sembra che questa informativa sia una iniziativa prettamente elettorale, visto anche il periodo in cui ci troviamo, e che sia stata lanciata coi soldi pubblici. Inoltre il “progresso notevole” che deriva dall’essere il primo paese europeo per numero di telefonini mi fa rabbrividire. Siamo il popolo più impegnato a trastullarsi col giocattolino di ultima generazione, il popolo che spreca il suo tempo e le sue risorse coi telefonini, le auto, i gadget della televisione; intanto è cresciuta una enorme foresta di antenne di telefonia mobile che ci riempie di onde elettromagnetiche e il suo fido ministro Gasparri tirò fuori un decreto (il famoso decreto Gasparri appunto) che autorizzava i gestori di telefonia a installare antenne dove volevano, in deroga a tutti i regolamenti locali. La devastazione che avrebbe prodotto questa normativa fu per fortuna fermata da alcune Regioni, tra cui l’Emilia Romagna, che intervenne con una legge regionale che ripristinava la competenza della Regione nella localizzazione delle antenne.

martedì, febbraio 07, 2006


Un vino ottagonale?
Trovo sempre divertente leggere le etichette dei vini, quelle dove, con una breve frase, si vuole definire il sapore, la caratteristica, l’abbinamento del vino che stiamo esaminando. Trovo particolarmente divertenti gli aggettivi. Alcuni sono semplici, ovvii, come “fruttato” o “vivace”, altri sono davvero eccentrici, così strampalati che non si capisce come possano essere riferiti a un vino. C’è come una ricerca esasperata verso nuovi termini, ma l’argomento non offre poi tante possibilità. Inoltre è curioso come gli stessi aggettivi vengano riferiti a vini diversissimi tra loro, sia bianchi sia rossi. Eccone alcuni, presi qua e là: “sottesa sensazione minerale”; “finale amabile”; “finale lungo”; “opulento e setoso”; “tessitura lenta”; “buona rotondità”; “rotondo”. Ma l’aggettivo più strambo l’ho sentito in televisione l’altro giorno, per bocca di una signora sommelier che commentava un rosso friulano: “molto verticale”. Mi sono chiesto, con tutta la buona volontà, come possa un vino essere verticale. A quando un bianco triangolare, pentagonale, esagonale?

martedì, gennaio 31, 2006

Niente di antico sotto il sole

Il fotografo è un viaggiatore, un nomade: durante i suoi viaggi attraversa territori, li esplora, cerca di scoprirne i segreti. La mostra che è stata inaugurata venerdi 27 gennaio al Museo Morandi di Bologna ospita il viaggio di un grande fotografo in uno spazio estremamente piccolo e chiuso, lo studio del pittore Giorgio Morandi. Luigi Ghirri, nato a Scandiano (Reggio Emilia) e scomparso nel 1992 all’età di 49 anni, ha realizzato questa ricerca negli atelier di Morandi di Via Fondazza, a Bologna, e di Grizzana, nel 1989. Altri fotografi si sono avvicinati alla pittura e ai pittori, talvolta con una sorta di riverenza, come il fratello minore che guarda con una vena di soggezione il fratello maggiore. Alcuni hanno realizzato ritratti di artisti, producendo servizi memorabili, come Ugo Mulas; altri si sono avventurati nel percorso, irto di ostacoli, di fare della fotografia una forma di arte pittorica, come Mapplethorpe con le famose foto dei fiori. Luigi Ghirri non era un fotografo di personaggi, ma di luoghi, di spazi. Si è occupato a lungo di architettura, e di paesaggi, che ritraeva con un occhio raffinato, ironico. In questo lavoro i paesaggi sono gli angoli dello studio di un grande pittore, il cavalletto posto in un angolo, accanto alla finestra che lo inonda di luce; sono i muri schizzati di colore, particolari di porte, rotoli di tela o di carta, foto appese, vecchi libri di Leopardi e di Tagore; e gli oggetti cari a Morandi, le bottiglie, le oliere, le ciotole, le caraffe, i pestelli, i bicchieri, disposti sui tavoli dove il pittore li ritraeva di continuo, nel gioco di riproduzione degli oggetti negli stessi spazi limitati in una splendida, silenziosa meditazione. Ghirri li dispone secondo equilibri morandiani, e li ritrae con colori tenui, a luce naturale, con ombre morbide, ma non cade nella trappola della foto pittorica, dell’imitazione del quadro. Non li arabesca tra le due superfici piane divise dalla linea dell’orizzonte care a Morandi. Nell’immagine c’è sempre un’asimmetria dello sfondo, un oggetto di lavoro del pittore, un tubetto di colore schiacciato, un paio di pinze. Viaggia nel piccolo, sconfinato mondo del pittore, ma non rinuncia al suo ruolo di esploratore attento e sensibile. Gli oggetti, gli scarni arredi, illuminati da una luce discreta, oggetti polverosi e dimenticati, sono così liberati dalla prigione del tempo e dello spazio, e ogni foto potrebbe recare una didascalia, sempre la stessa: quella frase famosa di Ghirri, che un giorno scrisse ribaltando il motto dell’Ecclesiaste: niente di antico sotto il sole.

La mostra resterà attiva fino al 26 marzo.

venerdì, gennaio 27, 2006



Grandi fotografi in periferia

Non occorre sfogliare un libro fotografico di Avedon, di Sanders, di Penn, per addentrarsi nell’opera di un grande fotografo che documenta la vita, il lavoro, che fa ritratti e réportage. Un fotografo emiliano, Enrico Pasquali, di cui esistono alcuni libri pubblicati dall’Istituto dei Beni Culturali della Regione Emilia Romagna e dal Comune di Medicina, dove aveva uno studio, ha prodotto forse una delle più importanti documentazioni sulla vita contadina e operaia degli anni Cinquanta. Le ambientazioni sono le campagne e i paesi dell’Emilia, la Bassa, ma anche l’Appennino, l’entroterra montanaro più aspro. Sono réportages sulla trebbiatura, l’aratura, il lavoro delle mondine; interni di case contadine, antri scuri che sembrano emergere da un’altra epoca, da un passato di stenti e di povertà, di vestiti di stracci di cui, forse, non abbiamo più memoria. Non sono foto drammatiche però: Pasquali non indugia sulla fatica o sulle scene di miseria. Sono immagini scattate "dall’interno" di un mondo a cui il fotografo – che è stato lui stesso bracciante prima di aprire lo studio - sente di appartenere. Non vi è il filtro estetico di Avedon quando, negli anni Settanta, documentava il sottoproletariato americano; eppure questo monumentale lavoro contiene ritratti e scene memorabili da inserire a pieno titolo nel portfolio di un grande autore.
E poi le cooperative: Pasquali entra nei bar cooperativi, fotografa i braccianti in abiti da lavoro, le case; sono le cooperative del dopoguerra, quando si lottava per costruire un’alternativa possibile all’organizzazione del lavoro del "siùr padrun da li beli braghi bianchi" attraverso l’autogestione e l’uso collettivo della terra.
E qui, mentre sfoglio i libri nella Biblioteca della Sala Borsa, mi viene in mente il nostro presente, l’Unipol, Consorte, l’ex ministro Bersani che definisce l’Unipol "una perla del capitalismo italiano".
Dove sono finiti quei valori? Perché è andata così?

(Nella foto di Pasquali un bracciante ritratto a Casola Valsenio (Ravenna) nel 1955

mercoledì, gennaio 25, 2006


Un artista rock

Chi ha avuto la fortuna di leggere Vita complicata del compagno Jimi Hendrix conosce il personaggio Dennis, il caro amico poeta/guru del movimento psichedelico del narratore Jimi. Bene, Dennis oggi ha 54 anni, vive al paese di Mezzaluna, dov’è nato, e scrive per un giornale locale. E’ un mensile stampato e diffuso a Mezzaluna, e contiene tutte le notizie, i commenti, le segnalazioni dei giornali locali. Di fatto ha carta bianca, può raccontare, criticare, parlare in prima persona. Attualmente si occupa di tradizioni contadine, i falò d’estate, la piadina romagnola, tutto ciò, dice, che riguarda “il posto in cui mi trovo a vivere”. Giorni fa mi ha inviato (con la posta, perché Dennis non possiede un computer, né un lettore DVD, e scrive a mano con una matita) una serie di testi, alcuni pubblicati, altri inediti. Io gli ho scritto che a mio avviso erano testi particolari, sorta di ricerche antropologiche in cui una componente scientifica, ben documentata, era contaminata da uno stile particolare, un po’ surreale, il suo: che mi sembravano interessanti, però doveva procedere con attenzione, perché il rischio era di sconfinare nel naif. Immediatamente (Dennis ha sempre avuto una velocità di risposta prodigiosa) mi ha inviato questa lettera, che ho deciso di riprodurre, perché a mio avviso è molto bella, è una lettera di Dennis.

“Io sto cercando di studiare, conoscere e capire il posto in cui mi trovo a vivere, e, per farlo, intendo usare tutto quello che mi capita sottomano: scienze, mitologia, religione, superstizione; e poi folklore, chiacchiere, tradizioni, azzardi, abitudini, passioni, genialità, stravaganze, stupidaggini, manie, diari, storie, luoghi comuni, proverbi, banalità, canzoni, fandonie, folgorazioni, rimasticature, rutti, scorregge eccetera.
Io non sono un ricercatore o un divulgatore scientifico, ma un artista rock. Io non ho soggezione delle cose alte e non ho schifo delle cose basse. Il rock, la grande novità del rock sta appunto nel mischiare tutto, nel non essere schiavo del basso e mai signore dell’alto. Prendi Frank Zappa e dimmi dove comincia la cultura alta e dove finisce quella bassa. Bisogna usare sempre tutto e non essere mai usati da niente. Io vengo dal rock e il rock produce folletti e non soldatini di piombo. Ma questo non significa niente. È tuttalpiù una dichiarazione d’intenti. Il rischio è quello di essere naif, vale a dire la quintessenza del provincialismo più beota.
Partendo da Mezzaluna, io intendo parlare del mondo. E capire Mezzaluna è per me, un modo per capire il mondo intero. Se è vero che da qualche parte si deve pur cominciare, io ho cominciato dal posto in cui mi trovo a vivere.
L’universale sta esattamente a Mezzaluna come sta a Londra o a New York. Si tratta di cercare e, dopo, bisogna anche trovare. Agli altri, sai, non interessa quello che cerchi, ma soltanto quello che sei riuscito a trovare. Il punto è questo: io so cosa sto cercando, ma non so cosa ho trovato. Credo niente, e temo anche che, da solo, impiegherò tanto tempo per capirlo. A forza di smacchi la vita si consuma. Il tempo passa e a me resta sempre la curiosità di sapere qual è il modo migliore per sprecare questa wonderful life”.

(L'immagine è un collage di Marianne Brandt, 1928)

sabato, gennaio 21, 2006

Recita. Di. Maschere. Tragiche.

Ieri sera un vecchio amico ed io avevamo in programma un sabato sera ortodosso maschile, uno di quei sabati sera che si organizzano tre o quattro volte l’anno tra vecchi amici un tempo ragazzi e ora padri di famiglia, per ritrovare qualche traccia della vecchia energia amicale, del vecchio spirito navigatore; il programma era molto semplice: pizza, chiacchieratina e film. Ma scorrendo i titoli dei film sui giornali è subito emersa la deprimente situazione della programmazione in una media città italiana: gli stesi titoli – Pieraccioni, Woody Allen ecc – ripetuti ossessivamente in tutte le sale. Niente scelta, niente tensione, niente curiosità. Ormai è la regola, con le multisale omologate Mc Donald. Che facciamo? Mah, e se lasciassimo perdere il film e mangiassimo solo la pizza e poi torniamo a casa (di lui, perché la sua famiglia era in montagna) e ci guardiamo Berlusca contro Rutelli? Così, una serata rilassante. Perché no? Ma poi perché uscire in pizzeria in fondo? E se ci preparassimo qualcosa in casa, così il relax è totale? Abbiamo guardato nella credenza e nel frigorifero e abbiamo trovato: 2 fette di mortadella; un vasetto aperto di pomodori secchi confezionati artigianalmente; una confezione di mandorle biologiche; cinque tarallucci grandi fatti a mano; quattro fette di pane di Altamura; due pizze surgelate; una bustina piena per tre quarti di cioccolata in tazza della la figlioletta in montagna. Perfetto. Ci siamo messi al lavoro e dopo mezz’ora stavamo sgranocchiando le pizze, davanti alla TV. Siamo subito incappati nel “talk show” di quel personaggio che un tempo dirigeva La Padania , quello che recentemente ha querelato una ragazza che ha un blog per via di un articolo che non contiene nessun apprezzamento offensivo. Si pensa che questo personaggio abbia inserito il proprio nome in google, abbia trovato questo articolo (cliccare qui per leggerlo) e abbia deciso di querelare la ragazza. Dunque da questo personaggio c’erano Maurizio Gasparri e Pecoraro Scanio che “discutevano” in maniera animata in quello che, secondo il personaggio in questione, dovrebbe essere un “confronto all’americana”. Sembravano due al bar Sport, con un pacchettino di pistacchi e una coca a “fare una partita di chiacchiere”, con qualche pugno sul tavolo, qualche ghignata, qualche pacca sulla spalla, qualche “ma voi aiutate Bin Laden”. Era evidente che si trattava di una recita per la Tv, falsamente animata, in realtà straniata e straniante, come va di moda oggi in politica qua nel nostro paese industrializzato europeo. Coi vestitini telegenici, di uguale corporatura, della stessa età, con lo stesso tono di voce, i due attori ci stavano vagamente deprimendo. Non ci credeva nessuno alla serietà della recita, erano troppo ammollati, troppo mosci. Così abbiamo cambiato canale e siamo andati sul 5, dove c’è la compagnia del Bagaglino, con Pippo Franco, Ayda Iespica dell’Isola dei Famosi, e Pamela Prati con le cosce che saltano fuori dagli spacchi del vestito, grida, lazzi, gesti. Beh, qui c’era un tipo che era uguale sputato a Antonio di Pietro. Sembrava proprio lui. E un altro che era uguale sputato a Schifani, quello che una volta parlava a nome di Berlusconi in TV. Erano uguali, o degli imitatori sublimi o dei sosia. Sghignazzavano sguaiati, mentre Pippo Franco gridava e le due soubrette sgambettavano, gridavano questi imitatori-sosia, come se fossero stati a una festa di addio al celibato, un po’ brilli, su di giri. Il fatto inquietante era che l’imitatore di Di Pietro sembrava proprio Di Pietro in persona, era identico, ma proprio un clone perfetto. Guarda che è lui, ha detto il mio amico. Ma no, ha aggiunto poi, è impossibile. Di Pietro non è il fondatore de “L’Italia dei Valori”, quello che ha scatenato Tangentopoli, che ha affondato la DC e il PSI? Non può essere lì a sghignazzare in quel modo di fianco all’imitatore di Schifani. Il fatto è che anche Schifani sembrava proprio Schifani, era uguale sputato, una copia identica. Ma il dubbio è diventato angoscioso, perché a un certo punto i due imitatori-sosia hanno preso una torta a testa e, tra lazzi, risate sguaiate e grida, se le sono spiaccicate in faccia. Così, si sono dati le torte in faccia Di Pietro e Schifani, ridendo come matti. Stralunati, increduli, io e il mio amico guardavamo la scena con occhi sbarrati, perché non riuscivamo a decidere se quei due erano davvero Di Pietro e Schifani, ma erano loro perdio, perché è impossibile che possano esistere degli imitatori così perfetti, e poi non dicono che le creature ottenute per clonazione, tipo la pecora Dolly, sono deboli di salute e finiscono per morire? Invece quei due erano pieni di energia, ridevano con le facce imbrattate di torte, ed erano troppo uguali a Di Pietro e Schifani, quindi erano davvero loro. Ma possibile? Non siamo riusciti a prendere una decisione. Ancora oggi non siamo sicuri, non sappiamo stabilire chi fossero quei due. Ci è restato un dubbio atroce e selvaggio.
E finalmente sono arrivati i due campioni. Berlusca e Rutelli, ma qui non c’è molto da dire. Sembra che abbia vinto ai punti Rutelli, ma va a capire cosa significa, era una recita simile a quella che era stata appena rappresentata nel programma dell’individuo che ha querelato una blogghista, cambiava la statura politica dei leaders, cambiava leggermente il tono di voce, ma era una commedia simile, la Commedia senza più fine della politica italiana dei nostri anni. Così si è fatto tardi, li abbiamo lasciati al loro destino e ce ne siamo andati a dormire.

giovedì, gennaio 12, 2006


So che tra mostri terribilmente identici non si può fare alcuna scelta.
So che la differenza, che noi dobbiamo scavare e approfondire, è quella tra particolarismo dei privilegi e universalismo dei diritti.
So che senza questa comprensione, senza questo coraggio di approfondire i problemi, senza questa radicalità rivoluzionaria, senza questa libertà di mandare affanculo tutti i mostri che continuano a riempire di incubi la nostra esistenza, so che senza tutto ciò il nostro movimento sarà condannato alla sterilità.

(Io sono un black bloc - Derive Approdi 2002)

lunedì, gennaio 09, 2006

Scrivere per vendetta

Si può scrivere per vendetta? Può uno scrittore, un giornalista, un critico, usare il suo talento e, quando ne ha la facoltà, il suo potere per stroncare un avversario avendo come unica motivazione quella di fare il male? Henry Miller stigmatizzava questo comportamento perché la scrittura, diceva, non può venire meno alla sua missione, che consiste nella ricerca, nella comunicazione di emozioni. Oggi il giornalismo è ebbro di vendetta, di trappole velenose, e l’etica che invocava Henry Miller è quasi totalmente dimenticata. I critici, se detestano uno scrittore, lo ignorano. Il che è forse peggio delle vecchie, sane stroncature, che comunque imprimevano uno scatto di energia a un testo. E gli scrittori? Vi sono opere in cui l’autore ha creato personaggi sulla base di matrici reali, e talvolta li ha animati sulla scena del proprio teatrino con un sarcasmo che rasenta la crudeltà. Certe figure di Proust sono intrise di un’ironia che ci strappa sorrisi feroci, e noi sappiamo che dietro ci sono due, tre, a volte quattro figure reali da cui ha attinto per creare i suoi attori; Vitaliano Brancati crea dei personaggi così grotteschi, che, nella tragedia di certe sue storie nere, dà l’impressione di sghignazzare amaramente alle loro spalle. Ma è vendetta? Non vi è certezza, non vi sono segnali sicuri. E, in assenza di tracce inequivocabili, noi prendiamo le loro pagine taglienti per quello che sono, cioè rappresentazioni dell’assurdo, del ridicolo. Ma uno scrittore, uno dei grandi dell’Ottocento, si è abbandonato al gusto amaro della vendetta senza alcun dubbio interpretativo; offeso nel suo intimo da un mancato riconoscimento, logorato da una vita grama di sconfitte, ha dato libro sfogo al suo odio producendo un libello terribile, forse l’esempio più aspro di scrittura offensiva: quello scrittore era Charles Baudealire, e il libro La Capitale delle Scimmie. E se in Proust l’ironia non è mai disgiunta da una vena autentica di affetto, e con Brancati entriamo in una paradossale animazione di macchiette, in questo libro Baudelarie si abbandona alla cieca a un odio profondo, furioso, e le parole, usate come corpi contundenti, hanno come unico scopo quello di ferire e di offendere.
L’antefatto: Baudelaire non riesce più a trovare una via d’uscita ai suoi problemi in Francia. I creditori lo perseguitano, gli editori rovinano le sue poesie con tagli e censure, per evitare processi per oscenità. L’ultima boutade, l’autocandidatura all’Accademia di Francia, lui, l’antiborghese, l’antitrombone per eccellenza, è andata buca. Il rapporto con la madre non è mai risolto, e continua a trascinarsi per strade di solitudine, di fallimenti e di non-amore. Si sta avvicinando la fine, lo sente. La malattia si è aggravata, sono arrivati i primi segnali di paralisi. Vuole andare via, vuole partire, forse ha bisogno di un ultimo scatto di vitalità, di abbandonarsi al sogno di cercare fortuna all’estero, in una terra che lui vede come provinciale, primitiva, aperta alla colonizzazione del suo ingegno. Nell’aprile del 1864 parte per il Belgio, e il 24 arriva a Bruxelles, all’Hotel du Grand Miroir. Il primo impatto è positivo, è in una città sconosciuta, da esplorare, dove "tutto è bello ed eccitante". Vuole tenere delle conferenze, che sogna affollatissime e trionfali, vuole contattare l’editore di Victor Hugo, lo scrittore che adora, perché è democratico, è progressista, e che odia, perché ha successo, è desiderato e vezzeggiato. Inizia con le conferenze, ma si rivelano subito un disastro. La colpa è anche sua, perché a quella su Delacroix arriva gente, ma Baudelaire, che è un pessimo oratore, si abbandona a imbarazzanti giochi di parole sulla perdita della sua verginità come oratore e fa scappare il pubblico femminile. A quella su Gautier, scrive Giuseppe Montesano nell’introduzione all’edizione italiana (Oscar classici Mondadori), "con il foglio attaccato al viso e una voce stridula celebra una messa letteraria sulla defunta poesia, ma legge senza rivolgersi a nessuno, sprezzante e lontano". Con le conferenze voleva guadagnare un po’ di franchi ma i 500 preventivati si riducono a 100. Ben presto intorno a lui si fa il vuoto. E, cosa per lui particolarmente insopportabile, un’offesa ignobile per il dandy quando si mette in tiro, e tira fuori i suoi addobbi migliori, nessuno lo nota: "Per quanto avesse un vestito e un soprabito chiari, con degli anelli su dei guanti ametista, passava inosservato". Il dandy sputa tutto il suo disprezzo sui Belgi, che "hanno sempre l’aria malvestita, per quanto si applichino molto a essere benvestiti". Con questo popolo ignobile e tarato non c’è speranza, perché "la natura più brillante qui si spegnerebbe nell’indifferenza universale". Il rancore furioso, ma di una furia gelida, dissanguante, dà origine a una fisiognomica atroce, dove tutto dei Belgi, l’aspetto fisico, le abitudini, il modo di camminare e di ridere, è ripugnante: "Il volto belga o piuttosto brussellese, oscuro, informe, smorto o vinoso, costruzione bizzarra delle mascelle, stupidità minacciosa"; "il modo di camminare dei Belgi, folle e pesante. Camminano guardando all’indietro, e si urtano senza sosta... un Belga non cammina, ruzzola"; "la fisionomia umana è pesante, impastata. Teste di grossi conigli gialli, ciglia gialle. Aria da montoni che sognano". Non risparmia nessuno, neanche i bambini: "bruttezza spaventosa dei bambini. Pidocchiosi, unti, col moccio, ignobili. Bruttezza e sporcizia. Anche puliti, sarebbero ancora orribili"; le donne belghe gli fanno orrore: "nella donna nessuna civetteria, nessuna resistenza, nessun pudore. Tutte bionde, scialbe, con occhi di pecora blu o grigi, a fior di testa"; "in una stradina sei dame belghe che pisciano sbarrano il passaggio, alcune in piedi, altre accovacciate, tutte vestite da gran sera". Il paesaggio è da incubo: "natura del terreno nei dintorni di Bruxelles, fangoso o sabbioso, che impedisce qualsiasi passeggiata... la vita animale poco abbondante. Niente insetti, niente uccelli. Anche l’animale fugge da queste contrade maledette". Arriva a invocare l’invasione, la deportazione: "impadronirci del suolo, degli edifici e delle ricchezze, e deportare tutti gli abitanti. Impossibile adoperarli come schiavi. Sono troppo stupidi". Si spinge oltre, desidera il Colera, la strage: "quanto si fa attendere, l’orribile beneamato, questo Attila imparziale, questo flagello divino che non sceglie le sue vittime! E come finalmente godrò contemplando la smorfia di agonia di questo orribile popolo... io godrò, dico, dei terrori e delle torture della razza dai capelli gialli".
La Capitale delle Scimmie è un libro che gronda odio, pazzia. E’ il suo ultimo testo, una sorta di testamento maligno, rimasto incompiuto. Sono tutti frammenti, bozze e riscritture, interessanti da analizzare come flusso in fieri di scrittura impregnata di sentimenti negativi, e da ascoltare, perché echeggia di sonorità cupe comuni a tutti noi; noi che non riusciamo ad amare, a rispettare il prossimo, ad aiutare, a capire e perdonare. E forse questa scrittura che si avvita su se stessa, e si nutre della propria ansia di vendetta, proprio perché parla ai territori nascosti e protetti del nostro cuore nero, trova la sua forma di riscatto, e, chissà, di immortalità.

mercoledì, gennaio 04, 2006


Una pura prosa beat

Mentirei se dicessi che Visioni di Cody, recentemente ripubblicato dall’Arcana, è un libro facile. Non è un libro facile. Non si legge così, en passant, un po’ distrattamente. Risulterebbe una sorta di rompicapo, perché non è uno stile che segue le scritture moderne, quelle cui ci hanno abituato i giornali, la televisione, gli sms, gli spot. E’ una scrittura dura, anche se meravigliosa, è una scrittura che se ne frega del lettore, dell’editore, del critico, è scrittura per la scrittura; è quello stile che faceva "strippare" violentemente Tondelli e lo portava a scrivere come lui, come Kerouac.
Questo libro fu pubblicato postumo, nel 1972 (la prima edizione italiana, sempre di Arcana, è del 1974) e scritto "dall’ottobre 1951 al maggio 1952, incominciando a Long Island e continuando nell’attico di Cassady, a S. Francisco", racconta l’autore. E proprio a Neal Cassady, che qui si chiama Cody Pomeray, è dedicato questo testo lungo, compatto, redatto nella più fantastica prosa beat che forse Kerouac abbia mai prodotto (da più lettori è considerato il suo libro più importante, ma è questione di opinioni). Il corpo centrale è la trascrizione di conversazioni registrate tra l’autore, che qui si chiama Jack Duluoz, e Cody, dove viene restituito un parlato americano a tratti assurdo, dolente. Poi è pieno di descrizioni dell’America di quegli anni, immagini desolate, metropolitane, nitide o sfocate, a colori sgargianti o sporchi, in bianco e nero, o grigie, o in totale assenza di colore, o abbaglianti. In alcune pagine ricorda Céline, con la linea intercalante al posto dei tre puntini; forse può ricordare persino Proust, oltreché il flusso del sax di Charlie Parker, come sognava Kerouac; di Proust c’è certamente il periodo lunghissimo, interminabile, anche se il ritmo a mio avviso è affatto diverso: l’affanno respiratorio non si traduce tanto in asfissia, ma piuttosto in una iperventilazione frenetica, allucinata. Comunque ho pensato di riportare un passo, un esempio di periodo lungo, uno dei tanti, trovato a caso, aprendo il libro qua e là:

"Mi piaceva la sera? C’è bisogno di domandarlo? Dormivo sulla veranda, sul dondolo, con delle coperte addosso e le fronde del grand’albero stormivano e i rami cricchiavano per me; e il lamento del vento era dolce, l’aria piena di grilli, bisbigli selvatici – o anche le voci di qualche coppietta – nel sentiero tra gli orti – o in un’auto parcheggiata, cigolio delle molle del sedile posteriore – sotto un pino – e la rugiada; il vento attraversava tutto questo, arrivava da di là di queste voci e le portava fino a me – era carico di notizie sulle remote foreste – foschi boschi – luoghi dove contadini come Robert Frost sbattevano la porta di granai nella prima mattina, producendo un rumore che echeggiava attraverso due o tre poderi, e altri boschi, e altri fiumi, ruscelli anzi, torrentelli con piccole cascate – che però di marzo eran capaci di ingrossarsi e straripare e travolgere, atterrire le foreste – e magari t’aspettavi di vedere cadaveri portati dalla corrente, andar a cozzare là dove d’estate c’era il trampolino; e io ho sognato invero, in realtà, di queste foreste – e grandi viaggi simbolici – profondi come l’odissea di un ferroviere, ma... era a Cody che arrivavo, allora, ma come riferimento, e forse riempitivo; l’Africa non era più estesa di certi macchioni, nella contrada di Pine Brook, percorsi in sogno; e veniva così il dolce vento notturno da quei corsi d’acqua, da quei campi, muschiato, ingigantito, dal grand’albero che si scagliava e soffriva, martire, albero brontolone – e non è che ne fui sorpreso quando fu abbattuto da un furioso uragano nel 1938 – si schiantò come uno stecco – nell’ottobre del 1938 – stesso anno e stesso mese – quasi stessa settimana – in cui morì Thomas Wolfe".

Nella foto: la copertina dell’edizione italiana del 1974.

giovedì, dicembre 29, 2005

Rassegna stampa

Per ingannare l’attesa nell’anticamera di un dentista sfoglio alcune riviste di gossip-hard, le mie preferite: Novella 2000, Eva Tremila, Visto (che però è troppo infarcito di cronaca nera e interviste strappalacrime), Oggi (la meno trash di tutte, anzi, ci sono pure dei servizi interessanti). Riporto alcune notiziole amene: all’aeroporto di Parigi Annie Lennox viene abbordata da un fan che le chiede l’autografo. E’ l’attore Orlando Bloom, ma lei non lo riconosce, sbotta: "la prego, mi lasci in pace, viva la sua vita" e passa oltre. Però la guardia del corpo, che l’ha riconosciuto, la informa che quello è Legolas del Signore degli anelli, così la Lennox torna sui suoi passi, lo raggiunge e, mortificata, si spertica di scuse. Giusta chiosa dell’articolo: "non tutti i fans sono uguali…"
Poi c’è la contessa-splatter Patrizia de Blank che dichiara: "la beneficenza è giusto farla, ma senza che nessuno lo sappia. Questo mi è stato insegnato da mia madre ed è quello che ho trasmesso a mia figlia". Però subito dopo racconta che mentre era per strada ha visto un poveraccio con un cane che chiedeva l’elemosina. Incuriosita dalla sua faccia è andata a intervistarlo e lui le ha detto che un tempo era un ingegnere che aveva perso tutto, lavoro, casa e moglie; allora la contessa si è impietosita oltre ogni limite, l’ha invitato al ristorante e gli ha offerto un pranzo. Ma non aveva trasmesso alla figlia che la beneficenza va fatta senza dirlo a nessuno?
E infine il cult assoluto, le ultime notizie sulla castellana Anna Falchi, che parla del suo maritino Ricucci nell'occhio del ciclone (ma passerà, come sempre qua da noi, possono stare tranquilli e godersi il malloppo). Dice che lui è come Peter Pan, un bambino "vulcanico" che non cresce mai, che è ingenuo, e ricchissimo di fantasia (sarà per ingenuità o per fantasia che ha venduto al furbetto Billè un palazzo al costo di 39 milioni quando le stime lo davano a dieci?); poi dice che sarà sempre al suo fianco "per combattere la crudeltà di un sistema" e che in Italia non c’è gusto ad avere successo, perché ti danno tutti contro, mentre in America "ti dicono bravo" (a me risulta che in America nella finanza se fai troppo il furbetto di schiaffano in galera per anni, qua in Italia depenalizzano i reati); poi dice che le accuse di essere una donna fredda e calcolatrice sono tutte false, perché lei è passionale, e sincera; però le scappa una frase un po’ compromettente, dice "non ho più l’ansia del mantenimento che avevo agli inizi: sono sistemata e sposata". Capito la castellana? Ah, dimenticavo: dice che non andranno a vivere nella villa romana che ha comprato Stefano, perché "che facciamo in 3.500 mq? Ci rincorriamo?" Chissà se Stefano l’ha comprata per ingenuità o eccesso di fantasia…

sabato, dicembre 24, 2005

L’ultimo viaggio di Tiziano Terzani

Quando ho iniziato a leggere Ultimo giro di giostra, un paio di mesi fa, qualcosa mi disturbava. Ero reduce della lettura di Buonanotte signor Lenin, dove un eccesso di anticomunismo perdeva il suo pathos di sentimento antisovietico, antiregime, per confondersi con un sentimento viscerale di individualismo borghese con tinte di rimpianto per la perduta eleganza zarista ecc. Era il limite di quel libro, che pure mi aveva appassionato e dove il talento del grande giornalista emergeva fiero e potente. In questo libro mi sembrava che un eccesso di scetticismo rappresentasse di nuovo un limite che distraeva, scollegava la lettura.
Credo che la storia sia nota: a Tiziano Terzani fu diagnosticato un cancro: “Signor Terzani, lei ha il cancro”. All’inizio non si disperò, né si commosse, come se la cosa non lo riguardasse. Ma la notte porta consiglio, e così, come un animale ferito che si risveglia, iniziò a elaborare una strategia di difesa. Decise di rivolgersi al più prestigioso ospedale del mondo, il Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre (MSKCC). Lui, che era vissuto trent’anni in oriente, e conosceva bene le discipline filosofiche e mediche, decise di partire con la medicina occidentale pura, la medicina empirica fatta di farmaci e terapie pesanti, chemioterapia, radioterapia, antibiotici.
E qui inizia la grande avventura. Dopo una terapia massacrante, e la chirurgia, gravemente provato, prostrato, senza rimorsi, ma neanche dubbi sui limiti di una medicina invasiva e parziale, che aggredisce “la malattia” quasi senza occuparsi del malato, decide di intraprendere un lungo viaggio attraverso le pratiche mediche del mondo orientale, alla ricerca della “cura delle cure”. Ma esiste? La curiosità sempre vigile del grande reporter, il suo straordinario talento narrativo, la sua abilità di ritrattista lo portano ad avventurarsi nello sterminato, caotico mondo da baraccone della new age, delle pratiche alternative e pseudomistiche che tanto spazio stanno guadagnando in un mondo che si rinchiude ogni giorno di più nella brutalità del materialismo. E quanti santoni, quanti guaritori, quanti esperti che propongono cure, rimedi infallibili, medicine antiche e naturali che vengono da chissà dove, sempre miracolose, sempre uniche, incontra sul suo cammino. Eccolo a New York a frequentare un corso di qi gong; eccolo in Thailandia in un centro dove “lavano” il colon con continui clisteri che “depurano”; eccolo impegnato con l’omeopatia, con l’ayur veda, con lo yoga, con la medicina tibetana, con gli “psicochirughi” filippini. E lentamente, mentre lo seguivo nel suo cammino accidentato, quella sorta di scetticismo che, talvolta con ferocia, smascherava il santone di turno, mutava forma: assumeva le forme di una lucidità estrema che lo portava a riflettere in profondità sulla natura stessa della malattia, sul rapporto tra la malattia e se stessi. Riflette sulla sua lunga vita di viaggiatore, e cerca di stilare un bilancio, seppure parziale: “la ragione di tutto quel muovermi, di quell’andare continuamente fuori in cerca di qualcosa era semplice: io non avevo niente dentro di me. Ero vuoto”. Il niente. Il vuoto. Questa consapevolezza lo porta a scavare dentro le pratiche mediche, dentro le filosofie, e studia, chiede, indaga, ride, ma con rinnovata umiltà, cercando di combattere il suo scetticismo un po’ arrogante di europeo per scoprire in tutte le scuole, in tutti i corsi, nei medici naturisti o mistici, ognuno con le sue ricette, le sue certezze, qualcosa di buono. Perché in tutto, ovunque, e in tutti, c’è il buono e il cattivo, il bene e il male, dipende da noi scegliere, capire, osservare senza paure e senza preconcetti. Eccolo quindi il vero, interminabile viaggio: è dentro noi stessi, è la ricerca della propria essenza vitale, dell’equilibrio della vita e della morte.
Superata la prima, superficiale sensazione di fastidio per uno scetticismo che non era scetticismo, ma curiosità e disincanto, ho quindi rallentato la lettura perché non volevo terminare questo libro. E’ stato un grande, prezioso compagno, e una guida. E’ stato un libro avventuroso, emozionante, divertente e avvincente, e anche istruttivo, perché contiene un compendio semplice ma abbastanza dettagliato di filosofie orientali, una storia della spiritualità e della ricerca filosofica. Non è un libro teorico o teosofico, non è noioso, mai, né pedante, è anzi veloce, profondo. E’ un libro perfetto, penso di poterlo affermare con tranquillità. E Tiziano Terzani, che ci guida in questa avventura fino agli ultimi giorni sull’Himalaya, quando il suo tempo sta ormai finendo, è un maestro, forse l’unico grande sadhu mai vissuto in Italia; è anche un amico sincero, un amico spiritoso, arguto, disponibile, che sa farci ridere, che ci racconta storie meravigliose, che traccia ritratti irresistibili di tipi strani, e ci aiuta a capire.
Ed è con lui, e con questo suo ultimo lavoro, che auguro Buon Natale a tutti, con un pensiero particolare alle persone sole, a chi, in questi giorni di frenesia, non ha con chi organizzare il cenone, con chi scambiarsi i regali. Per loro riporto questo passo della Bhagavad Gita: "l'uomo saldo, che sopporta con animo uguale dolore e piacere, è un saggio pronto per l'immortalità".

giovedì, dicembre 22, 2005

Vecchi tempi?

Se qualcuno pensa che su questo sito serpeggi troppa indignazione per la politica, legga Tribù S.P.A. di Gian Antonio Stella (Feltrinelli) e sentirà questo sentimento, misto a incredulità, esplodere con impatto travolgente. Io, per esempio, dovrei leggerlo molto lentamente, a microdosi, per non soccombere.
Stella è una delle firme del Corriere della sera, e fa parte di un ridottissimo drappello di giornalisti che, nell’epoca del regime e della censura berlusconiana, non ha smesso di spargere vetriolo sulle facce patibolari dei politici vincenti, dei voltagabbana, dei portavoce, insomma la "classe dirigente" che si è insediata al potere e se lo gode in assoluta libertà. Questo libro uscì dopo le elezioni, ed è stato ripubblicato con aggiornamenti sui nuovi rampanti entrati nei salotti buoni della Destra, a riempire i vuoti dei "caduti" durante l’esercizio della trama e della razzia. E’ una stupefacente, impressionante carrellata di ritratti dei componenti della variegata banda di furfanti festaioli che ha occupato non un’azienda, non una banca per raderla al suolo, spolparla e gettarla via, ma una intera nazione. Non si riesce a credere che ciò sia potuto avvenire in un paese europeo, e che questo fenomeno non solo sia durato anni, ma possa addirittura rinnovarsi. Le maschere tragiche e comiche di questo teatro della follia scorrono tra ghigni sinistri, sberleffi, feste mondane, dichiarazioni surreali, e non manca nessuno, c’è persino Iva Zanicchi, e un imperdibile cameo della "coscialunga da combattimento" Gabriella Carlucci che arriva in porsche, va a sbattere contro un jumbo-bus, tira dritto senza una piega, la schiaffa sul marciapiede nei pressi di Montecitorio e la molla lì. E la macchina? "Ci devono pensare i commessi di Montecitorio, sono affari loro". Il problema, l’incubo, è che invece sono affari nostri.

mercoledì, dicembre 21, 2005

Nuovi volti

Il vekkio D’Alema ci ha una barchèèètta che è costata quasi 900.000 euro. Poi abitava (ci abita ancora?) uno sfarzoso appartamento naturalmente di proprietà pubblica di cui pagava due lire due di affitto. Eh, sono i fasti romani. Ovviamente il vekkio d’Alema, essendo uno "di sinistra" è sensibile alle tematiche sulla fame nel mondo, i bambini, eccetera. E lavora per gli interessi del paese. Qualcuno ne dubita?

martedì, dicembre 20, 2005

Meglio stare in guardia

Quando ascolto l’ultimo pezzo di Shakira, con quella voce che Garcia Marquez ha definito “unica”, entro in uno stato di buon umore e riesco a scacciare lo scoramento che invece mi assale quando, alla radio, mi prende di sorpresa un cantautore raccapricciante come Biagio Antonacci.

giovedì, dicembre 15, 2005

Un traguardo lontano?

Una cara amica mi ha inviato questa mail: “sai, ci sono già tanti che ci parlano di loro, i politici, tanti che si lamentano e ci ricordano lo schifo che è diventato il nostro paese. Tu sei così bravo quando ti abbandoni alla scrittura fatta per il piacere di scrivere. Continua a donarci i tuoi diari, le tue storie, penso che ci sia più bisogno di questo nei Blog”. Anche Sergio Pasquandrea, in un commento a uno dei primi post del Blog appena aperto, scriveva (cito a memoria): “perché stupirsi tanto per le malefatte di Berlusconi? Lui sta dove c’è da mangiare, così è”. Hanno ragione. Mentre mi lancio nelle mie filippiche impregnate di rabbia fredda sento che hanno ragione. E’ inutile, se non dannoso, per me stesso, evocare tanta collera e tanta indignazione. E forse risulta pure noioso per i lettori. Il fatto è che non riesco a restare indifferente, o distaccato, dal fatto che una banda di delinquenti comuni, di truffatori, ha preso il potere in questo paese. E trovo altrettanto atroce la previsione che quando, come dicono i Soloni, la Sinistra vincerà, non cambierà nulla, oppure molto, molto poco. Forse muterà la forma, e si faranno meno leggi ad personam per ammorbidire i processi, ma la sostanza non cambierà. Anzi, esiste il fondato sospetto che per noi, la cosiddetta classe lavoratrice, la situazione peggiorerà. La Sinistra vorrà “rilanciare l’economia”, cioè dare impulso al sistema fondato sul consumo esasperato di beni inutili per sostenere la produzione, e le procedure sono sempre le stesse: sacrifici, “lacrime e sangue” per tirare fuori i soldi dalle nostre tasche per trasferirle in quelle sfondate dei “peggiori capitalisti d’Europa”. Tagli, tasse, per “lo sviluppo”. E grandi opere, Tav, autostrade, nuovi scempi ambientali (basta sentire parlare l’ex ministro dell’industria pesante e padre di Samuele Bersani, che è una superstar televisiva, per rabbrividire). Perché chi comanda veramente non è il governo, di destra o di sinistra, ma il Sistema, il Capitalismo straccione e rapace, e i governanti sono i loro zerbini. Talvolta il mostro manda al potere dei criminali, dei ladri, come quelli di adesso, poi non gli fanno più comodo, perché esagerano e si bruciano, e allora vanno su quelli “seri”, quelli tosti, poi si torna indietro e così via.
Bene, questa è la parte razionale.
Ma c’è un’altra parte di me, di cui sono consapevole solo in parte, che mi spinge a scagliarmi contro i demoni. E’ un rancore che mi porto dentro, un rancore antico, che viene da molto lontano, e mi scorre nel sangue come un veleno. Lo scarico su di loro, sui ladroni gaudenti e tracotanti, perché evocano la tracotanza di un potere ipocrita e aggressivo che forse era quello del Sistema di quando ero ragazzo, o della scuola, o della mia famiglia, o tutte queste cose insieme. Questo demone viene su dal profondo, e non sono mai riuscito a scacciarlo. Mi rigurgita nel cuore, nella mente e nelle viscere. Quando vedo i brutti ceffi che ridono in Tv mi aggredisce e mi fa salire la collera e istinti persino omicidi. E’ sbagliato, e ne sono consapevole. So che l’unica soluzione sarebbe una maggiore tranquillità, una forma di distacco. Perché, come dice Il Vecchio compagno di eremitaggio di Tiziano Terzani sull’Himalaya “questa civiltà non è degna di essere salvata, è impegnata solo a perseguire il piacere dei sensi ed è alla vigilia di una grande nevrosi”. Tuttavia, come insegna la Bhagavad Gita, essere saggi non significa non agire, ma agire con moderazione, inseguendo un maggiore e più sereno distacco dalle cose e dagli affari degli uomini. Quindi essere distaccati dal Sistema non significa ignorarlo, ma combatterlo. Come? Per prima cosa bisogna combattere il Sistema che è in noi. E’ il nostro esserne vittima, il sottostare alle sue leggi, consumare beni inutili, chiudersi in difesa di se stessi, diventare indifferenti, ostili e spaventati, perdere del tutto la fiducia, illudersi di inseguire una vita comoda chiusi nelle nostre case superaccessoriate con computers, home theatre eccetera. Illudersi quindi di prenderci il nostro tempo per noi stessi, mentre è il mostro che se lo mangia, è Maya, l’apparenza, che ci domina. Come dice il Swami nell’ashram indiano dove Tiziano Terzani frequenta un lungo apprendistato sui Veda, viene un momento che non ha più senso dedicare il nostro tempo solo a noi stessi, cioè a Maya, ma bisogna donarlo. Dedicarlo agli altri, per ascoltare, imparare e insegnare, aiutare, accogliere, senza chiudersi in continui giudizi perentori. Questi sono i primi passi per combattere il Sistema, partendo da noi, dal nostro animo. Non sono solo riflessioni filosofiche orientali o buddiste, era l’Uomo Nuovo di Gramsci, era il mito giovanile di liberazione degli anni Sessanta, era il sogno, l’utopia.
Sembra facile, sembra una banalità, ma è forse l’obiettivo della vita.

venerdì, dicembre 09, 2005

Grandi personaggi per un grande libro

In un post che ho passato sul Blog qualche tempo fa ho citato un mitico testo degli anni Settanta, la biografia di Bob Dylan di Anthony Scaduto. Mentre ne scrivevo sono stato assalito da una valanga di ricordi. Non sul testo in sé, che ricordavo per sommi capi, ma ricordi di lettura. E’ stato, posso dirlo, uno dei libri più importanti della mia vita. E non solo della mia. Quel libro entrò nell’esistenza di noi ragazzi che vivevamo in un piccolo paese della pianura romagnola, e sconvolse il nostro fragile equilibrio. O meglio, accentuò lo squilibrio che già complicava le nostre vite irrequiete schiacciate in un territorio piatto e desolato, un mondo immobile e vuoto che ci opprimeva coi suoi ritmi sempre uguali. Così ho ripreso in mano quel volume un po’ ingiallito, pubblicato nel 1972 da Arcana per £ 2.200, e ripubblicato, tra l’altro, nel 2003 dallo stesso editore. E di nuovo, rileggendo qua e là, sono stato travolto da emozioni che credevo sepolte per sempre. Ho rivisto un cortiletto di cemento, una casa bassa, ho udito dei suoni, forse ho sentito degli odori. Ed emozioni tristi, come una malinconia mai risolta che tornava a serpeggiarmi sotto la pelle.
Eravamo in tre ad essere particolarmente coinvolti dalle nuove tendenze, dalle nuove speranze di libertà che, sotto la spinta del decennio precedente, non si erano ancora riconvertite in quella delusione rabbiosa che avrebbe condotto tanti noi verso strade di contestazione violenta, o di strisciante autodistruzione. Adoravamo Bob Dylan, e in questo libro leggevamo del suo paese natale, una cittadina del Minnesota dove tutto era già stabilito, dove i figli si apprestavano a continuare i mestieri dei padri, e “gli altri”, i giovani coi capelli lunghi, i giovani che volevano vivere, erano “i matti”, quelli delle città, i “finocchi”. Era il nostro paese, il nostro cimitero, e quel ragazzo che voleva cantare come Little Richard, che non stava mai fermo, che se ne fregava dell’opinione pubblica, era uno di noi. E quel suo muoversi frenetico, quell’inseguire a testa bassa un obiettivo a tutti i costi, la sua musica, era la rappresentazione del nostro desiderio, del nostro sogno di una vita diversa, fuori dal cimitero. Lui era noi, e faceva quello che noi avremmo voluto fare; che tentavamo di fare, coi nostri poveri mezzi.
Il vekkio Loris era affascinato soprattutto dal talento mimetico di Dylan, da quel suo nascondersi, dal mutare continuamente identità in un gioco di trasformismo che rivelava la volontà di rendersi invisibile in un mondo che ti teneva sempre gli occhi puntati addosso. Ne parlava di continuo, si identificava con quella giovane, guizzante anguilla che cambiava di continuo amici, senza esserlo davvero di nessuno, né dei ragazzi “perbene” né dei “greasers” motociclisti di cui sembrava fare parte. In realtà Dylan era tutti e nessuno, perché lui era la sua musica, la sua voglia di scrivere, di farsi strada, senza curarsi minimamente dei gusti del pubblico che lo fischiava quando si contorceva come un ossesso al pianoforte.
A Riccardo, e a me, piaceva il ritmo, quel suo essere una sorta di Dean Moriatry-grande artista, uno che si buttava nella vita come un guerriero, incurante dei rischi e dei nemici. Uno che abbatteva le barriere, che guardava in faccia l’infinito. Riccardo abitava in una casetta sulla statale n. 16, la route Adriatica, una vera strada americana, una freeway che correva lungo la costa e puntava verso terre lontane. Andavo a casa sua e lo trovavo spesso seduto per terra nel cortiletto di cemento che circondava la sua casetta, un angolo tranquillo e inondato dal sole del pomeriggio. Non era molto alto Riccardo; era uno forte, parlava a voce bassa, aveva modi tranquilli, sembrava un tipo posato. Oggi direi che assomigliava a Baricco, stesso personaggio piacente, accattivante, uno che ti stimola le confidenze, uno che lo cercheresti spesso perché con lui sei a tuo agio sempre, perché non è aggressivo, non ti fa sentire sotto esame, non ti giudica. Commentavamo l’ultimo capitolo del libro, e io dicevo: “la sua vita e la sua forza fanno sembrare così vuota, così inutile la nostra vita”. Lui rideva sotto i baffi, annuiva. Poi usciva sua madre, una donna svelta, sempre attiva, gli diceva delle cose e lui si innervosiva. Una volta gli mostrò una camicia appena comprata e lui digrignò i denti, urlò a freddo, con voce strozzata: “non la voglio!” La madre ci rimase malissimo, soppesò la camicia con mani incerte, rientrò in casa sconsolata. E quando io gli chiesi perché aveva reagito in quel modo, lui strinse i pugni, incassò la testa nelle spalle e di nuovo gridò a freddo, a denti stretti: “non le voglio le sue camicie!”
Passò il tempo, passarono gli anni, e Riccardo partì. Era approdato in America, dicevano. Ogni tanto gli pensavo, laggiù nelle metropoli dylaniane, mentre io, mentre noi al paese cercavamo di sbarcare il lunario fondando una fanzine, poi una radio. Lo rividi alla fine degli anni Settanta, in uno zuccherificio dove lavoravamo l’estate. Era in gran forma, calmo, tranquillo, magnetico. Gli chiesi di raccontarmi un po’ della sua vita, dove abitava? A New York, disse. New York, il Greenwich Village, dove Bob Dylan scopriva il mondo, e lo conquistava! Viveva, disse, in casa della fidanzata, l’ultima di una lunga serie. Era proprio vero, già prima di partire cambiava continuamente ragazza. Allora gli chiesi come mai passava così facilmente da una ragazza all’altra, in Italia come in America. “Non lo so mica” disse, “loro mi invitano fuori, usciamo, poi andiamo a casa e non faccio in tempo a chiudere la porta che già mi slacciano i pantaloni”. Non lo disse per vantarsi, ma con aria pensierosa, come se questo fenomeno lo stupisse, o addirittura lo inquietasse. Io lo guardavo, lo ascoltavo, e vedevo in lui una somiglianza con Bob Dylan, forse non sul piano fisico, perché era più robusto, più rotondetto (come Baricco), ma per quella sorta di disinteresse verso il mondo e le sue convenzioni, quel suo vivere la vita come una ininterrotta avventura di cui, in fondo, non si curava.
Passò altro tempo, altri anni, io lasciai il paese mentre il vekkio Loris vi si stabiliva solidamente, forse perché era già un giovane, ma esperto rishi, un saggio che sapeva che non ha senso cercare, perché non c’è nulla da trovare nel samsara, il mondo dell’apparenza e del divenire, che non sia in noi stessi. Nei primi anni Novanta, quando vivevo part time a Bologna, mi arrivò, inaspettata, una notizia. Nel centro di psicologia olistica dove lavorava, e lavora tutt’ora, mia moglie, era arrivato “uno delle mie parti” per seguire un corso di massaggio rilassante. Oh, dissi, e come si chiamava? “Riccardo” disse mia moglie. Ci rimasi. Riccardo come? Mi disse il cognome, ed ebbi un tuffo al cuore. Era lui! Dissi che volevo vederlo, perché era un mio vecchio, caro amico. Lei disse che quella sera avrebbe finito alle otto, ma che “non era tanto a posto”. In che senso? chiesi, allarmato. “E’ stato piantato dalla ragazza, ed è entrato in una sorta di crisi depressiva. Lo vedrai”.
Alla sera andai al centro, e lo aspettai. Eccolo, usciva un po’ spaesato dal portone su Via Farini, si guardava intorno con aria incerta. Lo salutai. Mi guardò, e capii perché “non era tanto a posto”: il suo aspetto era trascurato, gli abiti sgualciti, e anche sporchi. I capelli erano scarmigliati, e poi era alquanto ingrassato. I suoi modi calmi erano ora dimessi, e quella tensione smasmodica che faceva capolino quando la madre gli comprava le camicie traspariva dalle mani scosse da un lieve ma persistente tremore, e da un tono di voce teso, forse ansioso. Non gli chiesi subito cosa gli era capitato, e cosa provava, perché sapevo che, in quello stato, non mi avrebbe risposto. Era accaduto varie volte con altri amici che avevano “strippato” malamente: non erano in grado di raccontare le loro disavventure, fuggivano, o si chiudevano in un silenzio ostile. Gli restai vicino, mangiammo qualcosa insieme, poi riuscii a fargli dire che aveva lasciato l’America ed era andato a vivere con questa ragazza di Ravenna, conosciuta a New York, che l’aveva abbandonato. Le pensava sempre, disse, in ogni momento della giornata e anche della notte, perché non dormiva mai, neanche un minuto. Poi si perse nel vuoto, non parlò più, non rispose alle domande, si chiuse in quel silenzio cupo che conoscevo bene. Lo accompagnai a una vecchia macchina parcheggiata in Via S. Mamolo e lo vidi partire bruscamente nella notte. Dove andava? A Ravenna? Al paese, nella casetta col cortiletto dove parlavamo di Bob Dylan? Non l’ho mai saputo. Non l’ho più rivisto. Mia moglie disse che il corso di massaggio rilassante era finito e lui non aveva rinnovato l’iscrizione.
Dunque l’avventura dylaniana era finita per sempre? Tutto era perduto? Pensai al senso di sconfitta che aleggiava su di noi fin dalla nascita, e ci ha accompagnato per tutta la vita. Noi eravamo una generazione nata all’insegna di una promessa non mantenuta, cresciuta in un tempo ambiguo, indefinito, e siamo vissuti con quel senso di perdita, come sospesi sull’orlo di un precipizio, sognando di agguantare la vita, e di viverla come la viveva Bob Dylan.
Così, come Jack Duluoz pensava di continuo a Cody Pomeray, e lo vedeva come un fantasma-bodysattva energico nella sua vita che rotolava giù per le Strade della Desolazione, io, quando vedo il libro di Anthony Scaduto, e lo vedo ogni sera perché è sul comodino, penso al mio antico amico Riccardo.

mercoledì, dicembre 07, 2005

Animacce nere

I caporioni di An sono delle vere e proprie superstar televisive. Hanno elaborato degli efficacissimi codici di comportamento e di linguaggio, coi quali vendono la propria immagine di politici seri, attendibili, di statisti con gli attributi, di uomini di rispetto. Anche la voce è stata modulata con attenzione, sembra sgorgare da un torace fiero e profondo, la vera voce di un uomo di governo che ha a cuore l’interesse pubblico e non si abbassa alla cura del proprio orticello. Però ogni tanto qualche imprevisto fa emergere la vera anima, quella nera, quella del "me ne frego", e c’è da restare allibiti.
E’ accaduto ieri sera a Ballarò col cosiddetto onorevole Alemanno, uno dei "colonnelli". L’argomento era la legge 194, e la "commissione d’inchiesta" varata dal Parlamento. Rosy Bindi, che interveniva col consueto fervore alla discussione, ha sciorinato una serie di dati che dimostravano come questa commissione sia totalmente inutile, poiché in Italia la situazione degli aborti è ultramonitorata, e l’informazione, nel nostro paese, è una delle più complete del mondo. E’ una commissione che ha come unico scopo quello di lavorare sotterraneamente sulla 194, in vista delle elezioni. Ha anche detto che lei, cattolica e antiabortista, ha svolto il suo compito di Ministro della Sanità cercando di applicare la legge con la massima correttezza, perché è una legge dello Stato e come tale va considerata, indipendentemente dalle opinioni personali. A questo punto il cosiddetto onorevole Alemanno ha detto che ha ascoltato "con rispetto" le parole della Bindi, e che la capisce, capisce cioè la difficoltà di una persona che si è trovata a operare in un ambiente con idee opposte alle sue. Allora la Bindi è diventata rossa come un peperone, e ha detto, col solito fervore, che Alemanno dovrebbe farsi i cavoli suoi, pensare alle sue difficoltà col caporione n. 1, e non interessarsi a lei. E ha aggiunto: "guarda, Alemanno, tu non mi fai paura!". E il cosiddetto onorevole, forse per questa frase, ha perso le staffe. Ha iniziato a gridare con voce stridula finché gli è venuta una bava alla bocca abbastanza impressionante (e la regia ha distolto le immagini dalla sua faccia); non solo, agitava il braccio destro, lo "stendeva" davanti a sé in un inequivocabile, inconscio saluto romano. Mi sono venute in mente le foto pubblicate dall’Espresso dove il cosiddetto onorevole, in giovane età, arringava i camerati che salutavano col braccio teso. Ha quindi ritrovato la sua "giovinezza", la sua vecchia, genuina anima nera, così prudentemente sepolta sotto la cenere del politico televisivo occidentale autorevole cristiano di razza bianca.

venerdì, dicembre 02, 2005

Regali di Natale

Con l’avvicinarsi delle feste arrivano i gadget, gli oggetti da regalo, e i libri illustrati, da impacchettare e da mettere sotto l’albero. In questi giorni ne ho notato due che meritano di essere segnalati anche se, forse, non sono proprio indicati come regalo per la mamma, o per la zia. Sono due libri fotografici, scritti in italiano, finalmente, perché fino a ieri sembrava inevitabile che queste edizioni fossero scritte sempre in inglese, o in tedesco.
Il primo è una raccolta di foto del vekkio voyeur Helmut Newton (Mondadori, € 35), scattate durante un ventennio di collaborazioni con Playboy. Su Newton sono stati scritti fiumi in piena di parole e stampate migliaia di pagine. E’ stato, e lo è ancora, il tormentone della fotografia glamour-erotica per una trentina d’anni. Ha fatto ammalare la fotografia di una sindrome da cui non è mai guarita, la sindrome di Newton, i cui sintomi sono i ritratti di donne con richiami dichiarati alla pornografia, pose innaturali, estreme, provocatorie, anche se è una provocazione rivolta espressamente alle “pruderie” borghesi, una sfida fine a se stessa, gratuita, al pudore popolare: famosi i contrasti, che lui inseguiva con puntiglio, di alcuni servizi realizzati in Costa Azzurra: donne supertruccate, superchic, eroticissime, ritratte accanto a bagnanti vecchi e brutti, con la pancia, le gambe storte, le rughe e la pelata. Lui era così, voleva stupire, eccitare con linguaggi “forti”, peccaminosi. Molte delle foto di questo libro, alcune famosissime, rientrano in pieno in questo stile. Le donne sembrano manichini erotici, con lo sguardo perso nel vuoto, oppure guardano in macchina con aria di sfida, anche se è sempre una sfida fredda, gelida, e la distanza che le separa da noi è enorme. Gli va dato atto che non ha mai fatto della retorica facile, non si è mai nascosto dietro dichiarazioni diplomatiche. Ha sempre detto chiaro che lui era un voyeur, che amava la pornografia, che se ne sbatteva delle critiche, delle accuse di essere un fascista (in immagini, ovviamente), e che andassero tutti a farsi fottere. Era antipatico, per certi aspetti odioso, criticabile, ma sincero, e al confronto gli epigoni di oggi, tutti quei fotografi fatti con lo stampo dei calendari, sono penosi nel loro conformismo.
L’altro libro è di Robert Mapplethorpe (Artificio Skira, € 69), un altro su cui sono stati versati torrenti di inchiostro. La sua storia, credo, è arcinota: diventò famoso negli anni Settanta con servizi-shock realizzati nei locali macho gay di New York, dove il gioco erotico alla moda era il fist fucking , cioè l’introduzione nell’ano di una mano con tutto l’avambraccio. Erano foto pazzesche, incredibili, un pugno nello stomaco. Poi ha realizzato moltissimi ritratti di artisti newyorkesi, compresi alcuni, mitici, di Patti Smith, di Lisa Lyon, di Isabella Rossellini. Questo librone raccoglie un compendio abbastanza esatto della sua produzione: ritratti, i grandi corpi nudi illuminati da quella luce purissima che lui stesso aveva inventato, che utilizzò nelle famose immagini in bianco e nero dei fiori e dei nudi statuari di uomini col sesso enorme, coi muscoli in tensione. Immagini pittoriche, curate in maniera maniacale nelle ombre, nei grigi, nelle sfumature. E caste, pulite, oneste, come quelle di Newton erano false, eccessive e disoneste. Erano due fotografi dagli stili di lavoro e di vita opposti: Newton amava mostrarsi sporcaccione, faceva sedere le modelle sulle sue ginocchia coi pantaloncini corti maliziosamente aperti sull’ombra del pube; in realtà è sempre stato un marito fedele, e ai servizi era sempre presente la moglie, pure lei fotografa. Mapplethorpe invece scattava immagini artistiche, elevate, quasi angeliche; nella vita invece era dissoluto, disperato, e i suoi eccessi l’hanno condotto nella tomba.
A questo punto, dopo quanto ho scritto, alle seguenti domande: Helmut Newton è stato un grande fotografo? risponderei sì, lo è stato, nel bene e nel male, perché le sue foto hanno colpito, hanno sfondato e distrutto, hanno segnato un’epoca e nessuno, forse, può permettersi di non fare i conti lui; e Mapplethorpe è stato un grande fotografo? No. Per quanto bravo, per quanto meticoloso e serio, le sue immagini hanno un limite di conformismo, di mancanza di coraggio, forse di fantasia. Ha inseguito l’obiettivo irraggiungibile, il sogno direi, di fare della fotografia una forma di pittura, mentre è altra cosa, è alto artigianato, è un racconto della realtà che deve fare i conti coi propri limiti, perché non può prescindere dagli elementi materiali della realtà stessa, mentre la pittura ne è esente.
Questo ovviamente è il mio personalissimo, discutibilissimo, parere.