venerdì, giugno 22, 2007

Giù a picco

Ultima puntata ieri sera di Anno zero, prima della cosidettra “pausa” estiva, cioè il vuoto assoluto fatto di telefilm visti e rivisti, repliche di trasmissioni-trash, il tutto in una televisione pubblica per la quale paghiamo fior di canone. La puntata era sull’ambiente, i disastri, le rapine, l’apatia. Angosciante. Certo, Santoro di solito spinge, estremizza, enfatizza: però era impressionante il Po in secca col Lambro che fa confluire liquami immondi che poi finiscono in mare, scarichi prodotti da una metropoli, Milano, che pretende di insegnare la modernità e non ha uno straccio di depuratore. Poi la cascata delle chiacchiere, il volume denso del parlato: tutti discorsi giusti, condivisibili: faceva impressione Rutelli con la sua tecnica raffinata di neodemocristiano: dare ragione all’intervistatore, riconoscere l’entità del disastro, l’assurdità di un’inedia politica che tutto fa marcire: poi l’incalzare del positivismo dei “piccoli passi”: insomma, la situazione è drammatica, però facciamo, proviamo, ci diamo da fare. Una tecnica dialettica collaudata che conquista la complicità dei telespettatori, che dicono “ehi, come parla bene, ha ragione”; poi però arrivava Dario Fo che, fuori dagli schemi, diceva accidenti è da quando ero piccolo che sento parlare di “situazione insostenibile” per gli scavi, le trivellazioni, e siamo ancora qua; poi arrivava Sgarbi abbaiante, che usava parole come “inculati” e via discorrendo; e Marco Travaglio, con la sua sferza, lucido, tagliente; l’unico che diceva cose concrete era il figlio di Dario Fo, Jacopo, che ha raccontato di un gruppo di acquisto per i pannelli fotovoltaici; eppure... eppure erano chiacchiere, parole liberate, retorica. Intanto le parole di Dario Fo - parole, parole nel coro - si abbattevano come una scure sul cicaleccio: è da una vita che si dicono sempre le stesse cose, che non si può andare avanti, eppure si va avanti, si affonda, e si sprofonda.

mercoledì, giugno 20, 2007

Ho dormito?
Mentre guardavo No Direction Home, il bellissimo film di Scorsese su Bob Dylan, con quelle interviste laconiche, ironiche, dove un Bob Dylan scontroso parla pochissimo, perlopiù con battute che prendono in giro l’intervistatore, e smorza ogni slancio retorico, pensavo ai nostri gruppi e cantanti intervistati su Videomusic, dove traspare l’ansia o il piacere di apparire, di compiacere l’intervistatore e il pubblico, e fanno i bravi, i simpatici, i brillanti. E mi sono chiesto: ma è lo stesso mondo? Oppure mi sono addormentato e mi sono svegliato in un altro segmento spazio-temporale?

venerdì, giugno 15, 2007

Una estate di molti anni fa
di Loris Pattuelli
da sabato 16 giugno su la poesia e lo spirito

giovedì, giugno 14, 2007

lunedì, giugno 11, 2007


A piedi è meglio

Claudio Sabelli Fioretti, già direttore di Cuore, e mio direttore ai tempi di Panorama Mese quando io ero uno dei fotografi di redazione, è partito per un viaggio a piedi da Lavarone, dove vive, a Roma, insieme all’amico Giorgio Lauro (uno dei redattori di Catersport, il programma sportivo di Radio 2). Poiché ricevo un diario di viaggio sotto forma di mail, ho pensato di pubblicare questi tre pezzulli; i numeri 2 e 3 riguardano l’acquisto e la preparazione dello zaino, evento fondamentale e delicatissimo per ogni viaggiatore.

1) Chissà perché quel giorno io gli dissi: "Mi piacerebbe andare a Roma a
piedi". Di cazzate io ne dico spesso. La settimana prima avevo detto:
"Vorrei fare la transiberiana da Leningrado a Pechino". E la settimana
prima andavo dicendo: "Compro un camper di lusso e giro per un anno
l'Africa". Oppure: "Prendo un aereo per la Norvegia e mi faccio tutte
le tappe della nave postale". Nessuno mi dava retta e nessuno mi
rispondeva. Al massimo qualcuno si faceva una risata e mi diceva: "Io
invece vado al Polo Sud". Gente che non sa sognare. Invece quel giorno
che gli dissi che avrei voluto andare a Roma a piedi Giorgio Lauro mi
ascoltò con grande attenzione e mi rispose: "Anche io". Bastano due
parole a volte per dare una svolta alla propria vita. Figuriamoci se
non bastano a cambiare il programma di un'estate. E allora niente
fiordi, niente camper, niente transiberiana. Via verso la Capitale. A
piedi. Lentamente.
Con Giorgio non è difficile mettersi d'accordo. Ma mentre io sono in
anno sabbatico, lui lavora. "Fino a quando?", chiedo. "L'ultima
partita è mercoledì 6 giugno", dice Giorgio. La vita di Giorgio è
scandita dal campionato di calcio. Ci sono disgrazie peggiori ma mica
tante. Giorgio, insieme a Sergio Ferrentino e Marco Ardemagni, tutte
le domeniche che dio manda in terra, e quasi tutti i mercoledì, si
occupa di calcio. Lo pagano per questo. E anche bene. Ma basta per
rovinarsi l'esistenza? L'umanità ha questa splendida vocazione ad
autodistruggersi, il calcio. "Bene", dico io. "Si parte l'otto
giugno". "No", dice lui. "Partiamo il sette". Guai a perdere un
giorno. Le Grandi Scelte hanno bisogno di tempi rapidi. Cotte e via.


2) E così siamo partiti il 7 giugno 2007. O meglio, abbiamo deciso che saremmo partiti il 7 giungo 2007. Giorgio mi aveva detto: "Stai tranquillo, arrivo la notte prima, appena finita la partita della nazionale contro la Lituania. Dormiamo e la mattina dopo facciamo gli ultimi preparativi e verso mezzogiorno partiamo". Si è presentato la mattina dopo a mezzogiorno. Ha parcheggiato la macchina, è sceso e ha detto: "Un attimo, devo prendere il mostro". Il mostro è il suo zaino. Il mio zaino invEce si chiama Millet. E' grigio ed ha dovuto superare un'incredibile serie di esami. Doveva essere leggero, grande, pieno di tasche, elegante, economico. Comprare uno zaino è un'arte. Un'arte nella quale ci sono degli esperti tremendi e pignolissimi. Ne avevo trovato uno bellissimo che soddisfaceva a tutti i requisiti. Ma era nero, calamita per tutti i calori che si aggirano dalle parti dei camminatori.

Niente. Nero non si può, ha sentenziato mia moglie e ne ha proposto uno chiaro, stupendo e molto raffinato. Ho cominciato a riempirlo e mi sono fermato subito. Erano rimasti fuori: golf rosso, computer, materassino autogonfiabile, sacco a pelo. Non va bene, ho sentenziato io. Lei è uscita ed è tornata col Millet. Ho detto: "Splendido".

3) Insomma siamo partiti, come dio ha voluto, il 7 giugno alle due e mezza. Il meteo, ossessione di Giorgio, ci aveva avvertiti. Temporale a mezzogiorno. Il meteo è un sistema per dividere gli ottimisti dai pessimisti. Gli ottimisti leggono il meteo che dice "Tifone" e commentano: "Vedrai, ci sarà un sole splendente". I pessimisti dicono: "Se dice tifone sarà tifone". Così all'ennesimo tentennamento di Giorgio io la sparo: "Il meteo, qui a Lavarone, non ci becca mai". E gongolo quando a mezzogiorno compare il sole. Ci dedichiamo così alla preparazione degli zaini. Anche la preparazione dello zaino divide gli ottimisti dai pessimisti. L'ottimista compra uno zaino piccolo e dice: "Ci starà tutto". Il pessimista compra uno zaino enorme e poi lo chiama "mostro". L'ottimista, una volta verificato che nel suo zaino non ci sta niente, ne compra uno più grosso. Ma sempre più piccolo di quello del pessimista. Alla fine però ce l'ho fatta. Mutande due, pantaloni tecnici due, magliette tecniche due, t-shirt tecniche due, calzini tre, fazzoletti due, mantella impermeabile, coprizaino, cachimiro rosso, ventina, cappello, foulard da esploratore sahariano, crema solare, autan, piastrine e macchinetta antizanzare, sandali mefisto, corda per stendere i panni, blixen, aciclovir, shampo, beauty, tenda di emergenza, racchetta da trekking, sacco a pelo e materassino autogonfiabile. E poi l'elettronica: videocamera, macchina fotografica, registratore, telefonino. E l'ossessione dei viaggiatori leggeri: i caricabatteria. Quattro. All'inizio pensavo che me la sarei cavata con quattro chili. Sono arrivato a dieci chili di zaino e tre chili di grosso marsupio addominale. E col miracolo della compenetrazione dei corpi c'è stato tutto. Sapete come si fa a fare entrare tutto in uno zaino? Bisogna parlarci e convincerlo. Una volta visto che rimane fuori un po' di roba bisogna svuotarlo completamente e riempirlo di nuovo dopo averlo pregato di impegnarsi di più. La seconda volta ci sta tutto. Giorgio che se la tira con i libri che ha letto e mi ricopre di noiosissime citazioni ne spara una di qulle che abbaterebbero un elefante. Ha letto anche un fondamentale testo per i camminatori quello di Le Breton che a sua volta cita Toeffer: "un uomo si riconosce dal suo zaino". A me sembra una stronzata ma non mi sento di dirglielo.

domenica, giugno 03, 2007

Imperdibile Dylan

Per ora sono usciti due dei tre bootleg series di Bob Dylan allegati all’Espresso + Repubblica. In teoria bisogna acquistare l’intero pacchetto, ma se si trova un edicolante anticonformista si può avere il solo CD per euro 6.90 senza l’aggravio del settimanale più quotidiano. E vale la pena. Sono due dischi interessantissimi, direi imperdibili per gli appassionati di Dylan. Il primo è tutto acustico, duro e puro, pezzi del 1962, 1963, atmosfere da club n ewyorkese, c’è il Dylan guthriano, chitarra, voce, armonica, scarno, tirato, rauco, distratto, freddamente rabbioso. Il secondo ha una parte acustica e una elettrica, arriva fino al 1974, e contiene pezzi stratosferici con Mike Bloomfield alla chitarra, inconfondibile, e Al Kooper all’organo. E’ il Dylan del '65 che faceva impazzire il giovane Jimi Hendrix vagabondo al Greenwech Village, che lo faceva vestire e pettinare con la messa in piega come lui, che gli faceva scrivere cover come Like A Rolling Stones, come All Along The Watchtower. Superlativa una versione di It Takes a Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, che sarà ripresa dal trio Bloomfiel-Kooper-Stills nel leggendario Super Session, da strippo I Shall Be Released. Ascoltare questi dischi è, in fondo, compiere un’operazione letteraria: sono registrazioni realizzate nel corso dei lavori per gli album The Freewelin’ Bob Dylan, The Times They Are A Changin’, Bringing It All Back Home, Higway 61 Revisited, Blonde On Blonde; si riconoscono sonorità, ritmi di molte canzoni poi raccolte dei dischi. Insomma, è come stare nel back stage di un grande romanzo.

martedì, maggio 29, 2007


Indietro tutta

Piccolo scorcio su un pezzo di società italiana: i cosiddetti “statali” (termine improprio usato dai media per descrivere tutti coloro che lavorano nel settore pubblico, con condizioni economiche e lavorative molto diverse), e il contratto dei pubblici dipendenti di cui si è tanto parlato (i famosi 101 euro). Stanotte si sono concluse le trattative. In sintesi, sono stati concessi i 101 euro promessi (lordi, vanno decurtati di circa il 30%), ma è partita una sperimentazione che porta la durata dei contratti da biennale a triennale. Ci sono pochi dubbi sul fatto che un anno in più significa una perdita dei salari (che non vengono adeguati anche per il terzo anno); salari che, ricordiamo, sono da fame: attualmente un dipendente comunale di categoria C con cinque anni di servizio (ex sesto livello) guadagna circa 1000 euro; uno di categoria D (ex settimo, per accedere dall’esterno è richiesta la laurea) non arriva a 1200. Ci si chiede perché il sindacato arretri di continuo; per debolezza? Perché è in atto un attacco mediatico, molto violento nei toni, contro tutto ciò che è pubblico (le polemiche demagogiche sugli “statali fannulloni ” che lavorano “la metà” dei privati)? Oppure - ed è un’ipotesi particolarmente inquietante - perché c’è il governo amico? E’ certamente l’ipotesi del sindacato autonomo RDB, molto critico verso il sistema, e nel sistema inserisce anche il sindacato confederale. Ecco il comunicato RDB:

UN ACCORDO INDEGNO
NO AI CONTRATTI DI TRE ANNI !!!

Cgil, Cisl,Uil e Governo Prodi hanno firmato un accordo che modifica e peggiora la struttura dei contratti, oggi per i lavoratori del pubblico impiego, domani per tutti gli altri.
Un accordo che trasformando i contratti attualmente biennali, in triennali diminuisce i salari e calpesta la dignità dei lavoratori.
Il Governo smentisce quanto sottoscritto con l'accordo del 6 aprile scorso in cui si manteneva l'assetto contrattuale e le risorse dei contratti per i dipendenti pubblici riguardavano tutto il 2007.
E' chiaro che le chiacchiere sulla “sperimentazione” e sul fatto che riguarderà solo i lavoratori del pubblico impiego non reggono: un tale accordo e la previsione di rivedere l'intera struttura del contratto entro dicembre si riferiscono ovviamente a tutto il mondo del lavoro
La triennalizzazione dei contratti era un obbiettivo perseguito da tempo da Confindustria su cui si era già cimentato senza successo Berlusconi, ci volevano un Governo di centro sinistra e i sindacati "amici" per riuscire in questo capolavoro!
La mancanza di uno strumento di adeguamento automatico dei salari all’inflazione reale (la scala mobile) rende l'allungamento dei contratti di un anno un elemento di ulteriore impoverimento delle famiglie dei lavoratori dipendenti che già non arrivano alla quarta settimana.
Apriamo immediatamente la mobilitazione in ogni luogo di lavoro e respingiamo questo accordo vergognoso.
Chiediamo l’immediato avvio della discussione in Parlamento della legge di iniziativa popolare per una nuova scala mobile su cui abbiamo raccolto e consegnato al Senato oltre 100.000 firme.

Ecco invece un passo del freddo, burocratico comunicato del sindacato confederale CGIL CISL e UIL:

“L’essere riusciti a salvaguardare questo patrimonio, ed anzi, grazie proprio a questo straordinario fattore, essere riusciti a raggiungere l’accordo tra mille difficoltà e tensioni, che pure fino all’ultimo hanno traversato il tavolo, è per noi motivo di orgoglio e di fiducia per il lavoro che ci aspetta a partire dalle prossime ore”.

venerdì, maggio 25, 2007


Ricconi-smart

Il presidente-smart degli industriali italiani, i peggiori d’Europa come li ha definiti una volta Prodi (che li conosce bene perché ci ha pomiciato per tutta la vita), i peggiori del mondo dico io, tra le altre cose ha detto che loro hanno “dato” molto, e ora tocca alla politica dare (a loro), perché nella barca sono quelli "che remano". Ma guarda un po’. Credevo che avessero soprattutto “preso” nella lunga storia di finanziamenti a fondo perduto, assistenzialismo selvaggio, cassa integrazione a volontà con la quale hanno devastato l’INPS, attentati ai diritti del lavoro, truffe mondiali come il caso Parmalat e molto altro. Deve essere come scrivono i giornali, cioè che il presidente-smart, dopo varie soffiate, allusioni, e continue smentite da parte sua, sta davvero per entrare in politica. Così alle prossime elezioni dopo Briatore questo paese dovrà farsi carico anche del presidente-smart. Che avrà un successo clamoroso, perché è noto che noi italiani adoriamo i ricchi, i potenti, diamo fiducia a chi ostenta il lusso, lo sfarzo. Li ammiriamo e li votiamo. Infatti siamo l’unico paese al mondo ad avere ancora un sultano.

martedì, maggio 01, 2007

venerdì, aprile 20, 2007


L'informazione al Bar Sport


Leggo, sul numero 17 de L’Espresso, in un articolo intitolato “Lo statale non fa la dieta”, a firma di Paola Pilati: “Dimagrire, che impresa impossibile. Soprattutto per la pubblica amministrazione, sebbene sia provato che, su dieci dipendenti, quattro lavorano per far funzionare il resto dell’apparato, cioè gli altri sei, mentre nel settore privato ne bastano due”. Alla parola “provato” ho avuto un sobbalzo: provato da chi, e come? Non viene citato alcuno studio, o ricerca, che possa “provare” quest’affermazione così d’effetto. Ma poi, quale studio serio arriverebbe a una tesi del genere? E a chi si riferisce? La polizia? L’esercito? La sanità? Quindi, su dieci poliziotti ne andrebbero eliminati sei; su dieci infermieri, idem. Vorrei vedere poi la sorte dei malati negli ospedali. Il fatto è che L’Espresso, che pure è un giornale con grandi reportages (poco più in là leggiamo un buon articolo sugli ogm), è da tempo in prima fila in una battaglia demagogica contro “gli statali”, e invoca a gran voce la possibilità di licenziare “i fannulloni”; questa campagna – politica – è partita dalla destra, e viene cavalcata con entusiasmo da alcuni giornali, per conto, ovviamente, di larghi settori del capitalismo nostrano, che vedono nello smantellamento di ciò che resta di pubblico grandi e ghiotte occasioni di business. Intanto l’informazione va allo sfascio, e alla notizia, al commento serio, vengono sostituiti il proverbio e il pettegolezzo da Bar Sport.

martedì, aprile 17, 2007

giovedì, aprile 12, 2007


Va' pensiero

Noi controlliamo i nostri pensieri? Sì, ma non totalmente. La psicanalisi ci ha insegnato che esistono le ossessioni, le pulsioni, che sono dinamiche prodotte dal cervello ma che possono assumere forme proprie, sorta di personalità ospiti della struttura madre, cioè noi stessi.
Sta di fatto che spesso, camminando, o lavorando, o in autobus, mi accorgo che i pensieri se ne vanno per strade ignote o eccentriche, e mi stupisco della stranezza dei percorsi.
Per esempio, se cammino lungo il fiume immagino di vedere una persona che si dibatte in acqua, e chiede aiuto. Io mi butto nella corrente gelida, e a rischio della mia vita riesco a tirarlo a riva. Chiamo un’ambulanza, e l’uomo – perché è un uomo, mai una donna – si salva. Qualche giorno dopo arriva una grossa berlina scura a prendermi sotto casa e scopro che l’uomo è un famoso imprenditore, ricchissimo e potente. Vengo condotto al suo cospetto e lui, gentile, anche se ancora provato dalla terribile esperienza, dice che mi deve la vita, mi chiede di cosa ho bisogno, qualsiasi cosa. Io dico che mi sono buttato per salvare una persona senza conoscerne l'identità, che non mi deve niente. Lui dice che questo mi fa onore, ma insiste, dice che senza di me ora lui non sarebbe qui a parlare. Ed io, alla fine, gli chiedo una casa. Sì, una casa, finalmente, per uscire dalla schiavitù dell’affitto. E lui solleva il telefono, scambia poche parole e stringendomi la mano dice di rivolgermi alla tale agenzia per ottenere qualsiasi tipo di casa io desideri, appartamento, villa, tutto.
Mica male, eh?
Oppure penso che ho un documento word importante, che serve per una indagine delicata. Non sono un poliziotto, né un magistrato, però sono coinvolto nell’indagine, non so perché. E’ un dettaglio insignificante. Ma il doc è protetto da password, una complessa sequenza alfanumerica andata smarrita. La polizia postale tenta senza successo di aprirlo, ma i tempi incalzano, così viene spedito in America, all’FBI, ma neanche lì riescono. Solo alla Microsoft, pare, sono in grado. Per questo dovrò andare a parlare con Bill Gates.
Questi pensieri strampalati emergono da chissà dove, spesso mentre cammino nel parco. Rido, ma non so se devo anche preoccuparmi.

lunedì, marzo 26, 2007

Navigazioni

Sempre più frequenti le integrazioni tra editoria e web. Esiste una casa editrice unicamente in rete, vibrisse libri, che ha pubblicato quattro opere, scaricabili gratuitamente in formato pdf; ma le integrazioni, o commistioni, o contaminazioni, sono nel sito di wu ming sull’ultimo romanzo storico Manituana, dove è possibile leggere lavorazioni parallele al romanzo, racconti laterali, non inseriti nel libro, ma che permettono una ulteriore navigazione nel testo. Vi è poi Medium, romanzo on line di Giuseppe Genna, con una serie di collegamenti ipertestuali che rende questo testo praticamente sterminato. Insomma, scrittura è mobile.
Eran trecento, eran giovani e forti...
su vibrisse

venerdì, marzo 23, 2007

Su Manituana, l'ultimo libro dei Wu Ming appena uscito in libreria, segnalo una interessante intervista agli autori su Lipperatura.

mercoledì, marzo 21, 2007


Nuovi fondamentalismi

Spaventosa – e mi scuso per questo termine che può apparire eccessivo – la vicenda di Sircana ricattato per alcune foto che lo ritraggono mentre a bordo della sua auto si ferma per parlare con un trans. Spaventoso il fango che viene sparso dai soliti giornali fogna che alludono, fanno l’occhiolino, fingono di indignarsi. Spaventosa la malafede, la falsa morale, la creazione dello scandalo sul nulla. Ma la cosa più spaventosa è che anche in Italia ora si speculi sui comportamenti privati di qualcuno. Tempo fa da noi si rideva degli scandali americani o inglesi, dove vige da sempre un certo riserbo pruriginoso e ipocrita, derivato dal puritanesimo (gli americani sono i maggiori produttori mondiali di film ed editoria pornografica); da noi, si diceva, popolo di libertini, questa robaccia non avrebbe seguito, perché ognuno, nel suo privato, è libero di fare ciò che vuole; del sesso, poi, non ne parliamo. Spaventoso è che questo scandalismo invece stia sfondando, che venga usato come arma di ricatto. Sono i fondamentalismi che avanzano, l’aggressività rinnovata delle false morali, di chi manovra le religioni, sono gli effetti degli attacchi alle unioni “contronatura”. E’ la caduta a picco, in atto da anni, nell’involuzione sociale, politica, culturale.

lunedì, marzo 05, 2007


Il velo dipinto, di W. Somerset Maugham

Chi ha amato Jane Austen apprezzerà la prima parte di questo libro. Vi è, infatti, una narrazione molto inglese sui rapporti familiari e matrimoniali, all’interno del sistema convenzionale e formale britannico che tutto modella e plasma: quell’aplomb all’apparenza garbato e signorile che in realtà è totalitario e violento, perché soffoca le emozioni, i desideri, gli ideali, le speranze.

Da Jane Austen sappiamo che una donna, nell’Inghilterra dell’Ottocento, aveva come unica possibilità di realizzazione quella di sposarsi. Da sola, era perduta; una delle grandezze della Austen è di avere mostrato donne indipendenti, tenaci, anche se bene inserite nel sistema. La storia – ci racconta Somerset Maugham – non è affatto cambiata nel primo Novecento, l’epoca in cui è ambientato Il velo dipinto, famoso romanzo apparso nel 1925 dal quale fu tratto un film interpretato da Greta Garbo, e un
remake da poco uscito nelle sale.
Kitty è giovane, bella, brillante, spiritosa, e deve – assolutamente deve – sposare un buon partito. L’ha deciso la madre, una donna dura, caparbia, che si consuma nell’insoddisfazione, col marito giudice che non riesce ad avere un incarico abbastanza elevato che gli/le permetta, finalmente, di salire la ripida scala sociale. Kitty va ai balli, ai ricevimenti, ma il tempo passa e nessun pretendente degno di rispetto si fa avanti: solo sbarbatelli spiantati o uomini maturi, vedovi con figli a carico. Ma com’è possibile? si adira la madre. Intanto la sorella minore, più bruttina, e scialba, sposa addirittura un baronetto. Kitty ha già 25 anni, un’età pericolosa, perché si avvicina quella tragica della zitella ormai irrecuperabile. La madre è di pessimo umore, atterrita all’idea di ritrovarsi una figlia anziana tra i piedi. Così fa pressione sulla figlia. Vuole decidersi a sposarsi? Kitty avverte questa pressione su di sé, e va in crisi, ma non può materializzare dal nulla un valido uomo inglese con una professione abbastanza prestigiosa e un solido conto in banca.

Poi arriva Walter Fane. E’ "un batteriologo" (oggi si direbbe virologo), il che non è certo il massimo per le ambizioni della madre. Inoltre è un tipo poco brillante dal punto di vista mondano, è un tipo chiuso, modesto; però ama Kitty, e poi non si può andare tanto per il sottile, vista l’età non più giovanissima della figlia. Inoltre Walter lavora nella colonia cinese, a Hong Kong, e se la porterebbe via, eviterebbe la minaccia di una figlia non sposata in giro per casa. Il matrimonio viene combinato e Kitty parte per la Cina.

E qui inizia la seconda parte, quella che viene definita "esotica". Troviamo Kitty amante del più bel tomo di Hong Kong, Charles Townsend, il vicesegretario della colonia, un incarico che promette un futuro radioso. I loro incontri avvengono in una stamberga in affitto, ma talvolta anche nella casa di lei, quando il marito è al lavoro. Ma Walter, che non è uno stupido, mangia la foglia, e le dà un ultimatum: o la segue in una città dell’interno, dove è in atto una grave epidemia di colera, oppure chiederà il divorzio, tirando dentro anche Townsend. Kitty è adirata, ma anche disperata. Un divorzio significherebbe tornare a Londra, dalla madre. Così ne parla a Charles, che l’ama follemente: perché non accettare il divorzio, e coronare così il loro sogno d’amore? Ma Charles, come da copione, rivela la sua vera natura: un divorzio? Uno scandalo? E il lavoro? E i figli? Insomma, Kitty deve adeguarsi, non deve avere atteggiamenti estremi. Kitty capisce che Charles è in realtà un mollusco, un essere meschino, ed è stata una sciocchezza credere in lui. Amareggiata, delusa, decide di seguire Walter.

A questo punto passiamo alla terza parte, la più dura. Il romanzo infatti assume le sembianze di trattato edificante, la morte, la sofferenza, e la lotta senza quartiere contro il male. Ci sono le suore, che mettono a repentaglio la loro vita, col personaggio trasfigurato della Madre Superiora, descritta come una figura sovrumana, sia nel carattere sia nell’aspetto fisico: la sua faccia è sempre "bella" e "austera" e "maestosa", mentre la sua personalità "era simile a una terra che al primo approdo appare grande ma inospitale, e in cui poi si scoprono piccoli villaggi ridenti in mezzo agli alberi da frutta nei recessi delle montagne maestose, e fiumi leggiadri che scorrono lenti tra praterie rigogliose". E’ il corpo centrale del libro, il più problematico, perché i numerosi, imbarazzanti virgulti lirici spingono ad abbandonare la lettura. Infastidisce anche un certo razzismo serpeggiante, i cinesi sono sempre e solo i musi gialli, i "coolie", figure indistinte, ombre senza identità, mentre il mondo è rappresentato unicamente dagli algidi inglesi, anche se descritti in tutte le loro bassezze e contraddizioni. Il racconto prende un po’ di respiro quando si addentra nel rapporto tra Kitty e Walter, un rapporto senza amore, fatto di silenzi, incomprensioni, rancori, e procede con alti e bassi fino al finale, prevedibile, particolarmente adatto a un dramma da trasporre nella versione cinematografica.

martedì, febbraio 27, 2007

A tutti
Mi scuso coi lettori e gli amici di Baldrus, ma sto trascurando questo spazio.
Impegni, deliri vari mi sottraggono tempo ed energie.
Non è facile mantenere alta la tensione.
Però sono sempre qui, anche se in stato di semisonno. Ogni tanto emergo dalle nebbie.
Come si suol dire, teniamoci in contatto. Restiamo connessi.
Un caro saluto a tutti.

mercoledì, febbraio 14, 2007


Criptoblog

Loris Pattuelli

Cucù. Cucù. E se spengo la televisione cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Ne convengo. Accendo internet explorer e faccio un giro per i blog letterari. Questa sera ho voglia di frugare nei cassetti degli altri, voglio vedere se c'è ancora qualche scarabocchio da leggere. Buon Natale, buon Natale per tutto l'anno. Il coro di with a little help from my friends dice che sono "affari miei", ma io non demordo. Quando spegni la luce, queste cose esistono, incominciano ad esistere per davvero. "Je suis jeune, tendez moi la main", diceva Rimbaud. Io entro nei blog in un modo non molto diverso da come entro nelle botteghe dei barbieri. E cioè spero che il titolare non abbia mai letto i Delitti esemplari di Max Aub. Per adesso mi è andata bene, ma non si sa mai. La letteratura fa meraviglie. Le fa sopratutto con i suoi homeless più rinomati. Entro nei blog e cosa succede? "Affari tuoi", dice il coro di with a little help from my friends. Vado avanti. Ma siccome Rimbaud è così giovane e ha ancora bisogno che qualcuno gli tenda una mano, forse è il caso di ricordare che la televisione fa molta luce ma non abbronza e che le botteghe dei barbieri e delle parrucchiere sono sempre piene di debuttanti assoluti. Per il resto è notte, notte fonda. Basta un piccolo cambio di consonante e il blog diventa un blob. E il mondo va avanti, avanti, sempre più avanti. Stesse compagnie di giro, stesse ronde, stesse comari armate di spranga e cestino della merenda. E poi che altro, perché c'è dell'altro, non è vero? Adesso faccio un complimento a Baricco, a Faletti, a Serra, a Sofri, a Galimberti e vediamo chi abbattono per primo. Cucù. Cucù. E se li mandassimo tutti in gita da Bruno Vespa?

domenica, febbraio 04, 2007


Fuga

Quello che sto per dire non è una boutade o un artificio letterario ma la pura verità. Rovistando in uno scatolone ho trovato una busta con dentro un dattiloscritto di tre facciate. La carta era ingiallita, i caratteri quelli di una macchina per scrivere che corrispondono a quelli della macchina che avevo prima di passare il computer. In cima il titolo “Fuga”, in coda una data: ottobre 1970. L’ho letto con emozione e con stupore. Sono quasi certo di averlo scritto io all’età di 17 anni e quattro mesi, ma non ne sono assolutamente sicuro. Ho un vago ricordo di me stesso che sto scrivendo questo racconto, ma potrei sbagliarmi. Sembra strano ma è così. L’ho ricopiato integralmente e così lo pubblico, anche se avrebbe bisogno di qualche intervento – seppure lieve – di editing.

Non eravamo mai stati in Città prima d’ora, Johnny ed io, i due lupi fottuti.
“Senti, io non mi sono ancora ripreso, ho bisogno di farmi curare” disse con la sua barba unta.
“Mi spiace, ma temo che si dovrà aspettare. Siamo appena arrivati, non possiamo bussare alla prima porta che capita.”
Guardai i suoi occhi vitrei, secchi di lacrime e di espressione, osservai il pallore del suo volto.
“Dico sul serio...” ansimò, “hai visto la mia colica”.
“Ora vediamo cosa si può fare”.
Ficcai una mano in tasca estraendone un foglietto sbrindellato.
“Ecco, questo è un indirizzo che mi ha dato un tipo. Pare che abbia certe conoscenze”.
Ci fermammo nel grigiore di una piazza e appoggiammo pesantemente a terra il nostro bagaglio.
“Aspetta” dissi a Johnny mentre si accoccolava tremante, “ora ti compro una porcheria calda”.
Mi diressi verso un sudicio bar, una specie di tavola calda col pavimento cosparso di segatura, dove una baldracca arruffata sciacquava bicchieri lanciando occhiate folli a destra e a manca. Le porsi la mia borraccia pregandola di riempirla di brodo caldo; me la strappò dalle mani e prima di rendermela volle accertarsi che il pagamento fosse corretto.
Uscii nuovamente in quella tragica piazza rabbrividendo a una folata gelida e umida. Johnny era piccolo, piccolo, con la testa tra le mani, e si dondolava tristemente fra i due grossi sacchi da montagna. La gente passava, chi col cappello sugli occhi chi col bavero alzato e i pugni in tasca. Nessuno si curava di lui. Notai che aveva vomitato.
“Cristo, bevi, ma lentamente. Ora si va da costui” dissi guardando il foglietto.
Non mostrò di avere udito la mia voce. Sussultava e tossiva. Sorbì penosamente un sorso di brodo.
“Andiamo via” disse con gli occhi fissi a terra, “via, via! Fa un freddo fottuto. Oh, sono stufo di continuare così. Voglio fermarmi per un po’. Penso...”
“Piantala ora. Qui è freddo. Dici giusto, ma ne parleremo più tardi. Andiamo”.
Lo aiutai a rialzarsi in piedi e presi anche il suo bagaglio. Ora si doveva trovare quell’indirizzo. Ci vollero quasi tre ore, tutti coloro cui chiedevo passavano oltre cercando goffamente di non sentire i miei “scusi”, o scuotevano la testa spaventati o isterici. Di tanto in tanto Johhny restava indietro squassandosi il petto tossendo. Finalmente suonai il campanello di un palazzone scuro, con tutte le finestre accuratamente sbarrate. Suonai una, due, tre volte senza risultato. Eppure dall’interno giungevano voci, musica,. Stavo per fare il giro della casa quando il portone si spalancò con violenza e un gigante biondo, sudaticcio e barcollante, con la faccia violacea a egli occhi ebeti, apparve sulla soglia con un rutto disumano. Una valanga di urla, fumo, musica e tintinnare di bicchieri precipitò fuori dal portone spalancato, infrangendo il silenzio nebbioso e innaturale del quartiere.
“Ehm” attaccai, muovendo un passo verso di lui, “ci dispiace disturbare durante una festa, ma il mio amico non si sente bene. Questo indirizzo mi è stato dato...”
“Bah!” mi interruppe boccheggiante, “entrate, un bicchiere e tutto passerà”.
Entrammo cauti e Johnny, che durante tutto il tempo aveva continuato a tossire, sputare e gemere, stramazzò come un cencio.
Corsi a sollevargli la testa e mi girai per chiedere aiuto al tipo di prima, ma lo vidi tuffarsi tra le braccia di una ragazza muscolosa, e sparirono come risucchiati dal mucchio. Fu allora che mi soffermai a guardare all’interno dello stanzone, con la testa inerte di Johhny sul palmo della mia mano.
Non una sola persona era in piedi, ed erano tante, tante, e mi parve che nessuno fosse completamente vestito. Una magnifica donna coi riccioli rossi, sfolgoranti sotto il pazzesco lampeggiare di luci colorate, ballava, o meglio, si contorceva, sulla superficie lucida di un enorme tavolo rotondo. Un grassone ingioiellato fino alle caviglie le solleticava le natiche con un bastone da passeggio. Alcuni battevano il tempo con le mani, i piedi, i bicchieri, di una muscia indefinibile, inascoltabile per il volume assurdo. Un ragazzino esile, dallo sguardo frenetico e sanguigno, tracannava un liquido rossastro, gettando via il bicchiere ogni volta. I mobili erano pochi, ma tutti molto grandi: un tavolaccio rustico, lunghissimo, qualche cassapanca massiccia, ripiani carichi di bicchieri, bottiglie e siringhe; poi c’era un lugubre credenza e tante sedie rovesciate. E poi il mucchio: una catasta di carne guizzante in pozze di liquidi, vetro, sangue, capelli fradici, mani adunche, bocche bavose e scene di un erotismo agghiacciante.
I tremiti di Johhnny mi scossero da quella fissità. Una bava verdastra gli orlava le labbra. Gli sistemai qualcosa sotto la testa e mi avventurai in quella palude umana, alla ricerca di un goccio di cognac. Mi feci strada con calci, spinte, sottraendomi a fatica a tutte quelle braccia viscide che tentavano di afferrarmi. Scovai una bottiglia e tornai nel vestibolo. Accanto a Johhnny c’era un uomo, nudo all’infuori di una lunga pezza rossa infilata in una cintura di stoffa. Non sembrava sbronzo, solo un po’ alticcio. Una guancia era segnata da un profondo graffio.
“Eroina?” disse indicando il corpo esangue con un cenno del capo.
Negai con un rapido cenno del capo.
“Non dovresti farlo bere, gli fa male”.
“E cosa dovrei fare? Lasciarlo crepare? O portarlo in ospedale, per vederlo trasportare in galera? Mi è stato detto che qui avrei ricevuto aiuto...”
L’uomo sospirò, fissando lo sguardo nello stanzone.
“Foste arrivati solo stamattina... guarda, quello è un medico, pensi che potrebbe aiutarlo? Guardalo, quello con la canottiera rossa”.
Supino, l’uomo che mi aveva indicato succhiava il collo di un fiasco ormai vuoto, allungando ogni tanto un ceffone a un altro individuo quasi privo di sensi.
“Comunque vedo se trovo qualcosa” disse l’uomo scomparendo nella stanza.
Cercai di praticare un po’ di respirazione artificiale a Johhnny. Sempre più smunto e inerte. Forse conveniva portarlo davvero in ospedale, sembrava in agonia. Forse avevo sbagliato tutto, ancora una volta. Sorseggiai del cognac, cercando di riflettere, ma tutto quel rumore, quel fumo denso... lo guardai con indifferenza: da quando eravamo insieme mi aveva dato solo un sacco di grane.
Il campanello suonò, come una fucilata. Chi poteva essere? Udii una voce secca e balzai in piedi. Polizia! Il campanello suonò ancora, doloroso, assassino. Poi, silenzio. Un istante dopo sentii rumore di vetri infranti, e da un finestrone irruppero cinque o sei giganti in divisa, afferrando i presenti terrorizzati per i capelli. Ecco, quello che temevo stava accadendo: farmi pizzicare stupidamente, senza difese. Dovevo svignarmela. Ma come? E Johnny? Lo coprii con alcuni cappotti. Non potevo portarlo con me. Raggiunsi una porticina, sganciai il catenaccio e socchiusi il portone. Tre di loro erano lì. Allora mi nascosi alla meglio tra i soprabiti nell’attaccapanni. Come prevedevo un poliziotto dall’interno andò a chiamare gli altri, che entrarono sbuffanti, fermandosi nell’atrio a godersi il pestaggio.Ecco il momento buono. Impegnati dalla scena e dalle urla non guardavano l’uscita e sgattaiolai fuori. Un altro poliziotto stava facendo il giro della casa. Aspettai nell’ombra e poi via!
Fuori, una notte gelida, maligna, deserta. Le luci delle case erano assediate dalla nebbia, dalla solitudine delle strade, delle piazze. Nelle case si mangiava, si parlava, si stava nascosti. Uno sparo proveniente dal palazzo si rifiutò di lacerare l’abbraccio freddo e nero del silenzio e morì nel vuoto.
La notte mi risucchiò senza curarsi di me.

lunedì, gennaio 29, 2007

La Prima Repubblica Marinara di Montagna di
Frigolandia

(nella foto: il Presidente e Fondatore Vincenzo Sparagna
con un gruppo di bambini durante una installazione a Spoleto
curata da alcuni artisti della Repubblica).
su vibrisse

lunedì, gennaio 22, 2007


Ci accontentiamo?

Bisogna prendere Casino Royale per quello che è: un film commerciale, un po’ cartoon e gioco playstation, con buoni effetti speciali, buona fotografia, buon ritmo, zeppo di primissimi piani degli attori-star, come vanno di moda oggi i pizzardoni hollywodiani; tuttavia è meno peggio di come molti, forse, si aspettano. Dopo le varie parodie di 007 che hanno rovinato irrimediabilmente il personaggio interpretato da Sean Connery, questo nuovo episodio è un action-movie con caratteristiche di spy-story (mi scuso per il tripudio di termini inglesi, ma come tradurre spy-story? Storia di spie?) di buona qualità, interpretato con discreta classe da un attore che lo rende serio, con qualche sfumatura dark (e come tradurre dark?). Certo, la sceneggiatura ha dei buchi, delle sciatterie, e ogni tanto perdiamo il filo, o sorridiamo per le ingenuità; gli inseguimenti, ormai inflazionati, sfiorano la noia (però non si sbraca eccessivamente), e le marche, delle auto, dei telefonini, degli orologi (ma che orologio hai? chiedono a 007, un Rolex? E lui, no, un Omega) imperversano; però se l’accettiamo per quello che è, un prodotto di pura evasione, con tutte le componenti che ci divertono, azione, violenza, bellezza degli attori, abbastanza al punto giusto, in mancanza di meglio – e purtroppo siamo in tempi di cronica mancanza di meglio – possiamo trascorrere un paio d’ore tutto sommato non-sgradevoli, e quando usciamo dal film, se non abbiamo dormito, ci sentiamo persino moderatamente non-insoddisfatti.

sabato, gennaio 13, 2007


Apocalittico

Apocalypto, l’ultimo film del maniaco religioso-antisemita nonché genio del marketing Mel Gipson, rimane impresso anche il giorno dopo la visione, il che, coi tempi (cinematografici) che corrono, è un risultato più che notevole. Forse è per la violenza di cui è permeato (Mel Gibson ama la rappresentazione della violenza), forse per il sangue che scorre (Mel Gibson adora il sangue che sprizza dalle ferite), forse per il ritmo elevato, per l’alta qualità delle immagini, delle scenografia, per l’ottima sceneggiatura, per il fascino delle ricostruzioni storiche-scenografiche, per la contrapposizione bene-male, semplicità-orrore; forse è per la scelta di mantenere la lingua originale, lo Yucateco, l’antico idioma Maya tutt’ora utilizzato da molte comunità della penisola messicana, senza cedere alla dissennata mania tutta italiana di doppiare anche i colpi di tosse; forse per la grande bellezza degli attori, molti dei quali non professionisti; forse per tutte queste cose, unite a una verosimiglianza della città Maya, che è un girone infernale, un luogo di morte, di terrore, di disperazione (Mel Gibson, come fanatico religioso, stravede per lo spettacolo dell’inferno), il film non molla un istante lo spettatore, che resta incollato alla poltrona, e sobbalza ai colpi di scena, e si arrabbia, si indigna, si stupisce; e perdona anche il ricorso al puro mestiere, come nella lunga corsa dell’eroe fuggitivo, che ripropone copioni scritti e riscritti dell’eroe buono inseguito dagli assassini, dai mostri (Mel Gibson va in brodo di giuggiole se c’è da descrivere i mostri infernali): fattostà che è un film tostissimo, che può essere criticato, stroncato, che certamente non va visto da chi aborrisce le immagini violente, ma che farà uscire i cultori dei film d’avventura ben pasciuti e soddisfatti.

giovedì, gennaio 11, 2007


Bella scoperta

Sotto l’albero di Natale è arrivato, per mia figlia, un regalo (uno dei tanti). Si è rivelato una cintura, di una marca di gran moda (nel loro ambiente). Ovviamente era un regalo chiesto da tempo, la cintura era stata accuratamente selezionata tra decine di cinture di altre marche.
L’altro giorno guardavo la scatola, in particolare il logo. Ecco, mi ha evocato una certa situazione, diciamo erotica. Così ho detto, a mia figlia: "Ma… il logo della cintura, non ricorda…” e lei, interrompendomi: “se alludi a quella cosa, guarda che noi ragazzi lo sappiamo da vent’anni”.
Ecco, ed io credevo di avere fatto una scoperta, grazie alle mie doti visive…

venerdì, gennaio 05, 2007


"Che fia appiccato"

Non sono facili da dimenticare le immagini dell’impiccagione di Saddam Hussein. Molto si è scritto, articoli quasi sempre permeati di retorica e di polically correct a tutti i costi, quella retorica prevedibile e pedante che rende i giornali poco interessanti, ripetitivi, noiosi, e forse contribuisce a quel calo di vendite di cui si lamentano gli editori.
Certo, siamo contro la pena di morte perché in una società democratica eccetera eccetera; l’impiccagione è stata un’esibizione di pura barbarie e di nuovo eccetera. Sottoscrivo tutto, eppure emozioni contrastanti si alternavano in me mentre assistevo a quella scena ripetuta innumerevoli volte dalle televisioni.
L’uomo è entrato nella camera del patibolo, ha visto i due uomini con un cappuccio nero, i due boia, e ha lanciato una lunga occhiata alla forca, con la grossa corda che gli avrebbe spezzato il collo. Gli incappucciati si sono avvicinati e hanno a iniziato a parlargli animatamente. Oggi sappiamo che inneggiavano a Maometto e ai suoi nemici sciti. Io fissavo il volto del condannato, lo fissavo con un interesse che forse era curiosità morbosa. Sembrava assolutamente tranquillo. Non un filo di emozione passava nei suoi lineamenti. Aveva paura? Aveva la morte dentro? Mi spaventava la sua solitudine, la sua totale mancanza di risorse di fronte all’ineluttabilità della definitiva rovina. Provavo pietà, eppure pensavo che mentre lui rideva, nel pieno del suo potere, ripreso dalle televisioni di tutto il mondo, mentre sparava in aria di fronte a folle acclamanti, altri uomini e donne venivano massacrati, torturati e impiccati, soli coi loro aguzzini, per suo ordine. Stava pagando per i suoi crimini? Era quello che meritava? E l’uomo che stava per essere impiccato era ancora un criminale, un pluriomicida o un essere senza più risorse, inerme e indifeso che stava per essere trucidato?Non sapevo trovare risposte, e intanto continuavo a fissare le immagini, consapevole di essere immerso nel voyeurismo di cui si nutre la televisione; e pensavo che quell’uomo era uno granitico, uno tosto, che andava incontro alla morte con grande coraggio e dignità.


P.S. Altri due gerarchi del regime di Saddam sarebbero stati impiccati con le stesse modalità. Però per loro niente filmati, niente commenti, niente appelli. Solo la morte, quella vera – e non la retorica della morte, non lo spettacolo della stessa – è davvero uguale per tutti.

giovedì, dicembre 28, 2006


LOVE

di Loris Pattuelli

Hey, è uscito Love, il nuovo disco dei Beatles. Fossero ancora in attività, questo sarebbe il loro bigliettino di auguri per il nuovo millennio. Purtroppo due non ci sono più e gli altri due sono soltanto la metà di un quartetto. A realizzare la bella impresa ci ha pensato il quinto Beatle, George Martin, e ha fatto proprio bene.
La musica popolare, come tutti sanno, è un affare di dischi e non di spartiti, ed è al vinile e ai CD che fanno riferimento tutti quelli che vogliono interpretare le musiche di qualcun altro. Succedeva con il jazz, è successo con il rock, succede anche adesso nell’era di internet. Questo è lo stato delle cose: lo studio di registrazione e il computer sono a tutti gli effetti degli strumenti musicali.Gli interessati a questo gioco non dovrebbero dimenticarlo mai.
Grazie a una trovata del Cirque du soleil, Sir George si è rimesso a fare quello che faceva quarant’anni fa con i Beatles. Da bravo alfiere dell’artigianato estatico, ha preso in mano i nastri originali, i demo, le versioni alternative, e ha incominciato a remixare, a lavorare di taglia-e-cuci, a ripulire, a rimasterizzare, a rimescolare tutto.
Se l’intento era quello di ricreare il repertorio dei Beatles, bisogna proprio dire che è stato bravo. Love, infatti, non è soltanto il nuovo disco di John , Paul, George e Ringo, ma è proprio quello che i quattro di Liverpool avrebbero fatto oggi. Chiuso nei suoi studi di registrazione, il nostro eroe ha realizzato una impresa non molto diversa da quella che sta portando avanti Bob Dylan con il suo Never ending tour.
Etichette di comodo a parte, questo è il rock’n’roll finalmente in cielo con tutti i diamanti, diciamo pure anche la piccola arte della ricreazione e del cantar leggero. Si tratta di prendere il mondo e di rivoltarlo come un calzino, di trasformarlo in una specie di preghierina buona per tutti i santi giorni del calendario. Proprio come facevano un tempo Brian Wilson, i Grateful Dead e Frank Zappa, o come ogni tanto ancora capita ai jazzisti meno ordinari e ai DJ più appassionati.


Riconosci questo giro
così facile e gaio:
è solo onda, flora,
ed è la tua famiglia!


Rimbaud

mercoledì, dicembre 27, 2006


Musica festiva

In questi giorni la colonna sonora in casa mia, e in auto, è composta quasi unicamente da questo pezzo, che fa parte di un disco richiesto sotto l’albero da mia figlia di 12 anni. Appena finisce, torna su. Dalla mattina alla sera.

Yeah Uomo.... c’è qualcosa che non và uomo...NON C’E’ NESSUNO! Remix Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ....cosi vicino!!! Fanculo te, Fanculo te, Fanculo questo posto non mi è ancora chiaro il motivo per cui sono qua insieme a tutti questi stronzi che non conosco ho sentito qualcuno parlare di insanità: mentale forse qualcuno vorrà fare male a un frà ma quale peccato ho commesso per meritare di stare qua ad aspettare come un animale in cattività mi fa male la stamina sale carica il peso nella mia testa bro tutta questa gente che entra resta la prendo per non invitati alla mia non festa qualcosa che non voglio e che la mia anima detesta ma appena guardo il nome sul foglio risponde al mio prossimo step: mio Dio! volete sapere di come hanno ucciso mio zio di come pà faceva stare male mà di come mà beveva quando stava fuori città il mio cervello và giù e giù ho risposto alle vostre domande per ore ormai non ce la faccio più datemi un paio di minuti prima di trasalire fatemi rinsavire no bro fatemi uscire!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ....cosi vicino!!! yeah, dat's right uomo DAAM, quando quelle persone sono alla tua porta DAAM, E sai che sono qua apposta per prendere te E trasportarti in un posto dove il sole non c'è! Che sia l’ospedale o la galera non rivedrai i tuoi genitori stasera perciò chiudi gli occhi e pensa a com’era mamma in cucina che prepara qualcosa di caldo ma ora ho un compagno di cella che non sta stare calmo si piscia addosso solo perchè mamma non c’è e sai che se le guardie arrivano puliranno anche te la brutta vita, quella che non vivi senza spacciare frà io ho dato quattro anni all’assistenza sociale sarò preciso io sono un caso aperto da quattro anni e una corte di quattro stronzi non mi ha ancora pagato i danni Che hanno causato alla mia mente Vedi questa gente, pensa che ti basti un assistente a risolverti ogni problema di vita e non sai quante volte l'avrei accoltellato nella schiena con quella matita un marcio è psycho come papà ora mi faccio di lah giro coi frà vendo in città, ahah!!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ...cosi vicino!!! Dicono un Marcio è forte un marcio che non demorde immagini valide per quando sei alle corde è tragico che un ragazzino cosi innocente può arrivare a viaggiare con l’omicidio in mente uomo ho fatto terapia non è finito niente anzi mi ha peggiorato però è servito a quella gente io grido per il mio incubo preferito da sempre uno psichiatra ti ha detto che c’è riuscito? mente!! lo sa perchè non và bene,in questa cazzo di società mettono un sedicenne in catene lasciano un Bubbà libero di fare PA-PA!! sulla sua famiglia mentre i ragazzini chiedono papà, perché perché, papà e scappano nei ripostigli vedi gli errori dei genitori ricadono sui figli a volte mi chiedo che sarebbe stato se quel giorno di dicembre si fosse fermato!! Ritornello: Perchè vedi un pò di anni fa vedevo mamma e papà dentro una scatola dietro due psichiatri ed ero solo un bambino MondoMarcio: Ma sul serio! ...un bambino!! MondoMarcio: Ma sul serio! e dicono capita ma non spararti frà sfogliami l’anima e vedrai che c’ero cosi vicino MondoMarcio: Ma sul serio! ...cosi vicino!!! (Grazie a Emanuele per questo testo)

Mondo Marcio, Dentro Alla Scatola




sabato, dicembre 23, 2006


Buon Natale a tutti i lettori di Baldrus.
E’ questa, una festa inflazionata, minacciata se non divorata dalla pubblicità e dal consumismo. Eppure è ancora un momento collettivo di raccoglimento e, ammesso che questa parola abbia ancora un senso, di letizia.
E’ il Natale delle famiglie, delle coppie, dei genitori e dei figli; è il Natale dei solitari, dei dimenticati e dei perduti. E’ anche il Natale degli immigrati che annegano nei mari della disperazione, dei precari, dei disoccupati, degli ultimi degli ultimi; degli amici, degli innamorati.
E’ il Natale di chi non perde la speranza e l’ottimismo. Di chi guarda avanti, ma anche indietro.

A tutti, buon Natale.
Seduzioni pericolose
su Nazione Indiana

mercoledì, dicembre 20, 2006


Scampagnata in moto prenatalizia

racconto di Fabio Baldrati

Presto sarà Natale, ancora una volta.
Mentre ascolto musica osservo dalla finestra merli, passeri e pettirossi calare silenziosi sulle briciole di pane che quotidianamente spargo in giardino. Pochi sanno che il pettirosso è un solerte messaggero invernale e preannuncia il freddo con infallibile puntualità, non esiste meteorologo più efficiente.
Fuori una mattinata “norvegese”: molto fredda ma limpida, illuminata da un sole vincitore sulla coriacea nebbia della bassa Romagna, e questo è un evento inconsueto negli inverni color piombo di queste zone.
Un pensierino crescente mi stuzzica senza darmi pace; cerco di autoconvincermi che fa un freddo maledetto, che è meglio abbandonare quell’idea, che certe stupidate si pagano a caro prezzo,…ma non riesco a sopprimere la vocina: che sarà mai! Per un po’ di freddo! E poi non è davvero freddo: zero gradi. Ma sì!
Quando scendo le scale con la tuta invernale addosso e il casco infilato in un braccio ecco che arriva puntuale un coro unanime: “Hei!... sei diventato matto?” E rispondo serafico: “Da legare!”. Tutti scuotono la testa fra il rassegnato e il compatito (compreso Lillo, il cane).
Pochi minuti e sono in garage. Appena apro il portone la luce del mattino scaccia via l’oscurità ed ecco apparire, come al solito, la sagoma inconfondibile della mia Guzzi California. Mi chiudo addosso cerniere e bottoni automatici, con cura metodica indosso il sottocasco a lambire il colletto della giacca, poi il casco, infine gli spessi guanti i cui “manicotti” sormontano abbondantemente i bordi-maniche. Quando si va in moto in inverno nulla deve essere sottovalutato, un solo spiffero può fregarti. Non si scherza col Generale Inverno.

In paese i coloriti addobbi natalizi celebrano un innocente concorso di fastosità. Poi, finalmente davanti al manubrio la campagna: costeggio a bassa velocità brulli frutteti canuti, fossi ghiacciati, i vitigni “inzuccherati” di brina mi ricordano certe stampe giapponesi. Le scure terre hanno ormai vinto gli ultimi residui di una passata nevicata, qua e là ancora resistono poche chiazze bianche.
Non c’è anima viva, tutto è immobile e imprigionato nel freddo, qualche passero frulla fra i cortili e spero di non essere l’unico a spargere granaglie in terra.
L’aria fredda mi punge il volto mentre gli occhi lacrimano, se chiudo la visiera del casco questa si appanna…ecco, così va meglio, un po’ aperta ma non troppo.
Un vecchio luogo comune impone alla moto una collocazione esclusivamente estiva… be’, forse una volta era davvero così e bisogna ammettere che le moto cosidette “naked” (nude ed essenziali) avvallano un simile preconcetto; ma oggi vi sono tute termiche e accessori efficaci, così come la protezione aerodinamica adottata in molte moto difende il motociclista da quella brutta bestia (il vento) che spinge in mezzo al petto.

Eppure nemmeno l’inverno è il diavolo, non è poi così cattivo se ne abbiamo rispetto: scegliamo possibilmente le giornate soleggiate, equipaggiamoci con metodo, soprattutto evitiamo di strafare. Chi ha partecipato a qualche edizione del mitico raduno germanico dell’ Elefanten-Treffen, oppure si è sottoposto a lunghi viaggi nella stagione rigida, non è affatto pazzo, al contrario denota l’intelligenza di chi sa programmare.

Presto sarà Natale, ancora una volta. E per l’occasione qui dalle mie parti, nella Romagna del “mutòr”, due rossi Babbo Natale infiocchettati a bordo di un Sidecar portano caramelle e dolcetti ai bambini; oggi mi piacerebbe davvero incontrarlo quel Sidecar.
A circa trenta chilometri, in direzione nord, esiste una autentica rarità: una vasta zona disabitata in cui lo sguardo si estingue in orizzonti ancora liberi da costruzioni. Per molti chilometri la strada panoramica di “via Agosta” costeggia la valle di Comacchio (l’ultima rimasta), mentre sulla sinistra c’è la distesa del “Texas”: così chiamano quella infinita pianura agricola strappata all’acqua valliva nel dopoguerra. Dopo cinquant’anni quelle terre asfittiche a causa dei residui salini nemmeno rendono il valore del concime usato, mentre la vallicoltura con i “lavorieri” per le anguille e le spigole avrebbe potuto costituire una importante economia. La bonifica delle antiche valli comacchiesi fu una scelleratezza che solamente oggi possiamo comprendere.
Sui lunghi rettilinei “texani” di queste strade, tanti anni fa, venivano a sfidarsi in furiose riprese i motociclisti di mezza Romagna; fra di essi il mitico Silèzi (silenzio) con la sua rossa (e quasi imbattibile) Le mans 850. Sembra ieri…ma quanto tempo è passato. Qui dalle mie parti chi va in moto da molti anni ricorda i bei tempi del “mutor” con nostalgia.“Coraggio, il meglio è passato” diceva Flaiano.
Più volte nel corso dell’anno torno a lambire le “mie” valli, sempre vi sono uccelli di ogni specie in acqua oppure in volo ma oggi anche qui, dove la “vita” è sempre caparbia, tutto è immobile e stregato dal freddo. La valle di Comacchio è una grande distesa azzurrognola piatta come se fosse di olio, alcune “lame” gelate lungo le rive sembrano specchi che riflettono un debole sole in difesa.
E’ una splendida giornata luminosa, ovunque guardo trovo l’orizzonte senza fine. Ma guai a me se oltrepasso i cento orari, il gelo è spietato e non fa sconti, mi fustiga ogni volta in cui provo ad “uscire” oltre la protezione dello schermo trasparente.
Il sommesso borbottare del bicilindrico è l’unico rumore esistente. Per decine di chilometri non incontro anima viva e ciò rende questi luoghi ancora più surreali. E gli uccelli? germani, folaghe, trampolieri…dove saranno finiti? Solo qualche gabbiano vola nell’azzurro pallido. I vecchi pescatori comacchiesi hanno sempre raccontato dell’esistenza di particolari angoli di valle: microclimi meno rigidi in inverno e più freschi d’estate. Chissà quanti segreti custodiscono le valli di Comacchio.
Forse conosco uno di questi luoghi, ci arriverò fra cinque o sei chilometri.

Oltre la valle di Comacchio, dopo il bacino idrovoro, c’è l’oasi Zavelea: un triangolo di valle a carattere paludoso con ampie estensioni di canneti. Per gli appassionati naturalisti è uno dei luoghi più interessanti di tutto il Delta.
Che spettacolo! Subito dopo il bacino idrovoro, sulla destra, una meraviglia degna del National Geografic. Scalo una marcia dopo l’altra e accosto, fermo la moto lungo il ciglio, spengo il motore, apro l’asta laterale, tolgo casco e guanti, poi scendo e vado freneticamente a cercare il binocolo tascabile nella borsa. Questa veduta mi riscalda corpo e anima.
Oltre i canneti dorati dal debole sole… lungo la linea dell’orizzonte in cui l’azzurro dell’acqua e quello del cielo si fondono insieme, c’è la meraviglia del popolo volatile: migliaia di uccelli vallivi si sono dati appuntamento qui per il loro raduno. Scure folaghe sguazzano in una sfida a chi solleva più spruzzi, legioni di germani spiccano il volo creando veloci ventagli nel cielo terso, mentre sugli isolotti i numerosi aironi grigi ritti sulle lunghe zampe sembrano guardiani severi, immobili, con quel loro strano collo ricurvo.
Ma sono le oche selvatiche il vero spettacolo in arrivo dal cielo: sono disposte in ordinati stormi a “V” di dieci o dodici esemplari, la prima oca sulla “punta” fronteggia la resistenza dell’aria e quando è stanca passa in coda, poi un’altra compagna più riposata le dà il cambio. Arrivano dalla Siberia dove vi sono 25 gradi sotto zero per svernare in questa oasi, scivolano esauste sull’acqua con le ali aperte dopo migliaia di chilometri percorsi a chilometri d’altezza, dove l’aria rarefatta richiede meno dispendio di energie. La natura, ha risparmiato solamente le più forti fra loro: saranno forse duecento le temerarie viaggiatrici.
La frustrazione mi assale quando penso che in questa zona cova il progetto di una nuova autostrada (da anni se ne parla: la E-55 Civitavecchia-Mestre). Un’altra.
Prima o poi arriveranno nuovi capannoni, nuovi insediamenti, nuovo “sviluppo”. E’ questione di tempo: ci prenderanno anche il “Texas”, l’ultimo spazio libero rimasto. Infrastrutture, infrastrutture, infrastrutture… tutti le bramano, da destra e da sinistra ne viene rivendicata la paternità, mentre lo scempio perpetrato al nostro paesaggio altro non è che un male necessario, un congruo sacrificio da tributare alla nostra prima divinità: Turismo & Sviluppo.

Non siamo soli, altri popoli ci accompagnano nel viaggio dell’esistenza e dobbiamo averne rispetto, non abbiamo il diritto di devastare i loro abitat, le loro dimore, per soddisfare le nostre onnipotenti necessità.

Ripongo il binocolo e metto il casco, infilo le mani nei guanti, monto in sella e giro la chiave…gnignigniWrumm! Un’ultima occhiata alla valle festosa di vita. Clock della prima, via, a casa.


Buon Natale! Tutti i giorni un po’.

lunedì, dicembre 18, 2006

E' andata così
Se qualcuno mi chiedesse se ho dei rimpianti, cose che non ho fatto, che non ho vissuto, forse risponderei che un piccolo rimpianto è di non avere mai visto un concerto di James Brown. Due-tre ore di sound ad alta tensione, dove il corpo partecipa con la mente, sono un’esperienza indimenticabile. E da questo punto di vista il vecchio James è sempre stato insuperabile.

lunedì, dicembre 11, 2006


Delitti e castighi

Dunque è morto il tiranno fascista Pinochet. Aveva 91 anni, era gravemente malato, gonfio, incapace di muoversi e di parlare. C’è chi ha festeggiato, chi ha manifestato, chi ha innalzato cartelli a favore del Libertador. Come accade sempre in questi casi ci sono stati disordini, scontri di piazza. Il giudice Garzon, l’unico che sia riuscito a incriminarlo, ma non a condannarlo, ha detto che non ha pagato per i suoi crimini.
E’ vero. E’ una verità triste, inquietante. La giunta Pinochet fu una delle più feroci del dopoguerra, e anche se recentemente i tiranni hanno metodi più scientifici per massacrare, come le bombe ai gas velenosi, fu spaventoso come questa cricca prese il potere con il sostegno palese dell’America, che finanziò, organizzò il golpe.
Non dimenticherò mai, finché avrò un briciolo di memoria, un filmato girato clandestinamente nello stadio di Santiago in cui il cantautore e poeta Victor Jara fu ucciso a calci dagli sgherri di Pinochet. Ancora oggi provo un senso di dolore estremo pensandoci. Il solo nome del tiranno mi evoca immagini di morte, di torture, e la foto della cricca dei generali, minacciosi, arroganti.
Pinochet non ha pagato per i suoi crimini. Se siamo atei, è difficile accettare questa verità immediata e materiale, che certi criminali vivono alla grande, rubano (è stato anche accusato di evasione fiscale), sfruttano, uccidono, e se ne vanno serviti e riveriti nelle loro ville. E tutto finisce lì. Da atei, viene una rabbia cosmica, fanno impressione – spaventano – le parole di Dostoevskij "se Dio non esiste, tutto è permesso".
Se siamo credenti ci consoliamo col fatto che, essendo la giustizia divina una giustizia giusta, il tiranno, come tutti i tiranni, arrostirà all'inferno, perché è chiaro e limpido il rapporto tra colpa e castigo.
Se non siamo né atei né credenti, perché non troviamo il coraggio di fare una scelta, i nostri pensieri sono alterni, ci consumiamo di rabbia per l’ingiustizia terrena e speriamo che in qualche modo, in qualche luogo lontano e misterioso, un briciolo di giustizia sia ancora possibile.

giovedì, novembre 30, 2006


Ricordiamoci di ricordare

Questo è un autoritratto di Gianluca Lerici, alias Professor Bad Trip, pittore, grafico e illustratore morto il 25 novembre all’età di 43 anni. Sulla vita e le opere del Professor segnalo un articolo di Giuseppe Genna su Carmilla.

La verità?

In questo paese si saprà mai la verità sui fatti che vedono coinvolti pezzi dello Stato, le forze dell'Ordine, le stragi, le inchieste scomode? Si nominano commissioni, coordinamenti, poi tutto svanisce nel nulla, e nessun procedimento viene mai concluso. Sulla morte di Carlo Giuliani, durante i fatti del G8 di Genova, segnalo una intervista a Mario Placanica, l'ex carabiniere che fu accusato di avere sparato il colpo di pistola che uccise Giuliani. Su Carmilla.

martedì, novembre 21, 2006


Manuale del leccaculo

Mentre sfrucugliavo tra i libri della libreria Sala Borsa, che offre tutto con lo sconto del 30% (probabilmente in previsione della prossima, annunciata chiusura per contrasti insanabili col padrone di casa, il Comune di Bologna), mi è capitato tra le mani questo Manuale del Leccaculo, autore Richard Stengel (Fazi). Ma guarda, ho pensato, il solito titolo moderno (tipo il libro di Aldo Busi Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo). L’ho sfogliato, letto qua e là e, sorpresa, mi è sembrato alquanto interessante. E’ una sorta di storia dell’adulazione, dall’antichità fino ai giorni nostri. L’autore segue l’adulazione attraverso la filosofia, la religione, la scrittura, i comportamenti, in un mix interessante di leggerezza, ottima documentazione, divulgazione e riflessione storica. Insomma, sono stato lì per comprarlo. Poi ero un po’ carico e ho lasciato perdere, ma mi è rimasta la curiosità, e non è detto che non la soddisferò.

lunedì, novembre 20, 2006

giovedì, novembre 16, 2006


Con le spalle al muro

Mia figlia, che ha 12 anni, con altre ragazzine ha visto, durante una festicciola per Halloween, L’Esorcista. E’ stata una visione sconvolgente. Una di loro lo guardava in piedi vicino alla porta, e ogni tanto usciva, quando non reggeva certe scene. Le altre si coprivano gli occhi, e si facevano coraggio a vicenda con grida e abbracci. Erano sole, perché la madre della ragazzina padrona di casa era al lavoro.
Mia figlia continua a essere impressionata, e alla sera non vuole andare a letto con la luce spenta.
Noi non siamo per nulla contenti di questa storia, e siamo un po’ irritati con la madre padrona di casa perché le ha mollate a loro stesse con quella cassetta.
E’ un film, questo, che suscita fortissimi sensi di colpa. E’ questo il suo segreto, il segreto della paura che evoca e del suo successo. Mia figlia continua a fare domande sul diavolo, e non è facile dare delle risposte. Io dico con estrema nettezza che il diavolo non esiste, che è tutta un’invenzione delle religioni, che sono state inventate dall’uomo. Ma sono spiegazioni che non convincono (me stesso per primo), perché il film ha smosso paure che vengono dal profondo. Mia moglie, che è psicologa, fa un discorso più complesso, che verte sostanzialmente sul fatto che sono tematiche che non riguardano nostra figlia, perché la cosa fondamentale è condurre una vita serena, una vita allegra a contatto con la realtà quotidiana. In questo modo nessun diavolo potrà mai minacciarla. Cerca, insomma, di agire sul senso di colpa perché, dice, dichiarare semplicemente che il diavolo non esiste, in questa fase, non serve a nulla. E credo che abbia ragione, perché nostra figlia alle mie dichiarazioni reagisce con una non-reazione, mentre cerca di parlarne con sua madre. Perché ha bisogno di scaricare tensione, di parlare della sua paura, mentre la mia posizione finisce per essere una censura.
Poi è tornata a casa schifata perché un ragazzino suo coetaneo ha dei filmati porno scaricati nel telefonino. "Ma che schifo!" dice, e chiede, pur senza chiederlo apertamente, se io e sua madre facciamo quelle stesse cose "schifose".
E’ tutto maledettamente difficile, perché ci sono da prendere delle posizioni che non sono per nulla chiare. Poi viene un senso di rabbia, perché dei ragazzini di questa età dovrebbero avere contatti meno traumatici con questi aspetti della vita e delle emozioni così violentemente cannibalizzati dal mercato dello show-businness.

mercoledì, novembre 15, 2006

Ma come sono creativo
ingegneri, architetti e geometri uniti nella lotta

sabato, novembre 04, 2006


E' Tornato Martin Scorsese

Sì, Scorsese è tornato, dopo gli ultimi film un po’ indeterminati, zoppicanti, per quanto lussuosi, Gangs of New York e The Aviator. Si pensava che gli action movies americani duri fossero ormai estinti, annacquati irrimediabilmente dalla broda hollywoodiana che tutto omologa, ma è arrivato questo atteso prodotto del regista di Taxi Driver, Mean Street, Quei bravi ragazzi.
Ora, chi dice: “mah, a me il cinema americano non piace”, può restare a casa andarsi a vedere la Comencini (e non vi è qui alcuna critica alla Comencini, è solo una questione di scelta). Perché The Departed è un film americano puro, di quelli scorsesiani che “spaccano il culo”, va detto così: violento, paradossale, con quella dose di humor nero che lo contraddistingue, ma che non deborda, non disturba; il film di un regista americano che ama gli attori belli, ben diretti, ben vestiti, con belle armi, grandi sfondi, e grandissime musica (la colonna sonora, ricca di pezzi dei Rolling Stones e hard rock passati a volume altissimo, è da cardiopalma); un film con un ritmo che tiene avvinghiati ai braccioli, con colpi di scena, violenza esibita ma non ostentata, alla Scorsese appunto, e poi pazzia, una discesa negli inferi del Male e dell’Antiumano.

La storia narra di due giovani simulatori, Leonardo Di Caprio (che qui dà una delle sue più alte interpretazioni e lo laurea definitivamente come uno degli attori più interessanti della nuova scena) e Matt Damon: il primo è un poliziotto infiltrato nella banda di un noto criminale irlandese (interpretato da un Jack Nicholson d’annata, ringiovanito, con facce mefistofeliche, ferocia, pazzia e sentimentalismo), schizzato, impasticcato, violento e spaventato; il secondo invece è un infiltrato dello stesso gangster nella polizia di Boston, bel bambolotto americano dall’animo ultracriminale. Vi è questa doppia finzione, questa battaglia a distanza nell’ignoto dove l’uno cerca di identificare - e di fregare - l’altro. Su di loro, accanto a loro, vi è il capitano della polizia, uomo d’altri tempi, interpretato magnificamente da Martin Sheen (l’ufficiale che insegue Kurz in Apocalypse Now). E poi i doppi e i tripli giochi del Potere, i giochi sporchi e clansdestini del FBI, l'intrigo che ovunque serpeggia. Il tutto è diretto e fotografato con grande forza, eleganza e decisione.

Il finale, di assoluta tragedia, ricorda Le Jene di Tarantino.

Un film imperdibile per gli amanti del genere e del regista italoamericano, finalmente, e per chi teme Hollywood si tranquillizzi: Scorsese è e resta un newyorkese di pura razza.