venerdì, ottobre 07, 2005

Tentativo di uscita dall’Infernotto

Dunque. Allora. Ecco.
Ne parlo o non ne parlo? Me lo chiedo da giorni. Le cose che bisogna dire vanno dette, e quelle che è invece meglio tacere bisogna... dirle. A questo serve un Blog. Col Blog ci si mette in piazza, senza reticenze. Non c’è nulla a perdere in un Blog, è un gioco, un’avventura, una provocazione, una traccia di libera informazione, e molto altro ancora.
Quindi, ne parlo.
L’Herpes Zoster, o Fuoco Sacro, è una brutta bestia, è dimostrato. Può essere anche una bestia bruttissima, orribile, e il demonietto può trasformarsi nel diavolaccio osceno raffigurato in una cappella, sempre chiusa, della Basilica di S. Petronio a Bologna. Diciamo che, per fortuna, io non sono uscito dallo stadio intermedio, e non oso pensare alle sofferenze patite da chi si è trovato nello stadio successivo.
Il fatto è che – e lo dicono tutti, ma proprio tutti, tutti – dal Fuoco non si guarisce se non ci si fa segnare. Segnare, proprio così. A Bologna, in Emilia, terre appartenute allo Stato Pontificio, vi è una “fattucchieria”, un ricorso ai riti magici, alle “fatture” che uno studioso, un sociologo, un antropologo, potrebbe studiare per anni. Non credo che in nessun’altra regione d’Italia vi sia un tale ricorso alla magia. Per esempio questa storia di farsi segnare contro il Fuoco è sconosciuta nella levantina Puglia, e anche nel cattolicissimo, austro-ungarico Trentino. Ma qui è la legge. E se uno rifiuta, se fa l’orgoglioso, se fa lo “sburrone”si pone fuori dalla legge. “Se non ti fai segnare dal Fuoco non guarisci” mi ha detto un’amica. Non è una donnetta credulona, è un’insegnate razionalista, di solide idee di sinistra, atea, che non manda la figlia a catechismo; ma non ha dubbi, senza la segnatura non si guarisce dal Fuoco. “E’ così” dice, allargando le braccia. Dice anche che alcuni medici consigliano ai pazienti di andare dalla guaritrice, e forniscono pure l’indirizzo. “Dalla guaritrice? Possibile?” “Lo so” dice, “è paradossale, ma devi essere tranquillo: se non ti fai segnare il Fuoco non va via”.
Dalla guaritrice. Dalla fattucchiera. “Non sono fattucchiere” chiarisce. “Non chiedono soldi. Neanche un euro. Lo fanno perché hanno, o credono di avere, una missione”.
Passano un paio di giorni, ingoio pilloloni di antivirale, e altri pilloloni di antidolorifico. Cosa rischio a farmi segnare? Cosa perdo? Un bel niente. Se ci credo è tutto a posto, e se non ci credo non porterà nulla di male. E allora... è un tarlo che entra nel cervello, per esserne immuni bisogna avere un certo tipo di mentalità scientifica, essere sereni, granitici. Tutto ciò che io non sono. Io sono il dubbio vivente, l’Insicurezza incarnata sulla Terra. Così chiedo l’indirizzo di una guaritrice alla mia amica, e il numero di telefono.
E’ una donna di 92 anni che ha salvato, dice la mia amica, molte persone aggredite con inaudita violenza dal Fuoco. Telefono il giovedi mattina. La donna parla lenta, ma precisa. Dice che non può “fare il trattamento” prima di una settimana, perché per due giorni ha tutti gli spazi impegnati (è attiva solo fino alle 7.45 del mattino, perché dalle 7.46 è senza poteri) e dopo deve sottoporsi a una terapia. “Ah” faccio. Una settimana? E intanto il Fuoco che fa? Aspetta? Perché adesso questa operazione mi sembra assolutamente indispensabile, vitale per la guarigione. Senza, il Fuoco mi mangerà vivo. Mi vedo steso sul letto, il letto di un ospedale da campo di Madre Teresa di Calcutta, ricoperto di piaghe, gemebondo, delirante. Lei sembra leggermi nel pensiero. “Però intanto lei non può rimanere così. Quindi venga stasera alle 18, che lo fermo per tre giorni. Questo posso farlo”. Ah, almeno lo ferma, anche se solo per tre giorni.
Alle 18.00 suono il campanello di una palazzina sui colli, in un quartiere tranquillo. Mi apre un uomo di circa cinquant’anni coi capelli grigi, dice “venga, venga”. Mi fa entrare in una cucina con la tv accesa. Sul fornello un microscopico pentolino bolle allegro. Dopo pochi secondi arriva lei. Non dimostra tutta la sua età: potrebbe avere ottanta anni, forse meno. Sarà per i capelli tinti, per lo sguardo vigile, per il corpo ancora in tensione, ma non sembra una novantenne. Mi fa accomodare in un salotto, mi chiede di mostrarle la parte malata. Mentre mi tolgo maglia e camicia le dico che con tutta probabilità il Fuoco è esploso dopo una terapia di cortisone che abbassa le difese, ma lei taglia corto: “sì-sì” fa. Non gliene importa nulla, vuole solo vedere. Non le importa come mi chiamo, dove abito, quanti anni ho, per lei sono un organismo che il Fuoco ha scelto di aggredire, un organismo da curare con le sue arti, nulla di più. Si avvicina e, senza occhiali, esamina le piaghe. “Sì” dice. Guarda anche con una pila, a lungo. “Sì” ripete. “E’ maschio e femmina, sta fiorendo, ed è tamugno”. Tamugno in bolognese significa duro, testardo, impegnativo. “Adesso lo fermo per tre giorni” dice, e prende da una credenza una piccola scatolina. La apre e da un batuffolo di cotone estrae una fede nuziale. La infila nel dito indice e fa dei segni. Non vedo quali segni, perché è alle mie spalle, ma percepisco i movimenti. Credo che siano segni a croce. L’operazione non dura più di tre minuti. Posso rivestirmi, mentre lei ripone con cura la fede nella scatolina. Restiamo d’accordo che giovedi prossimo, alle 7.30 in punto, sarò qua. Esco, la saluto, ma non è interessata a dare la mano e cose del genere. L’uomo, che è suo figlio, è seduto davanti alla tv, su una sedia. Sul fuoco il pentolino continua a bollire.

Dopo due giorni le piaghe vanno via. Di colpo e completamente. Ma il dolore resta. Lancinante, perforante, che mi buca la spalla e il collo, anche perché non posso continuare a imbottirmi di antidolorifici oppiacei. Il punto è: le piaghe sono sparite per il trattamento della signora o per gli antivirali? Non lo saprò mai, temo. Lei l’ha “fermato”, ma fermarlo significa mandare via le piaghe?
Passa la settimana, mi trascino per strade di negri, affamato nudo e isterico col mio dolore affilato che non mi fa dormire la notte.
Il giovedi mattina alle sette e trenta suono il campanello. Mi apre il figlio, dice “venga venga” e mi fa entrare in cucina. La Tv è accesa sulle previsioni del tempo. Dopo qualche secondo si spalanca la porta del soggiorno ed esce una signora elegante e trafelata. Dice “arrivederci” ed esce di getto. La signora-guaritrice mi vede, dice di entrare mentre lei va a lavarsi le mani, perché, apprenderò, dopo ogni trattamento le mani vanno lavate accuratamente, per mandare vie le energie negative delle malattie, così come le parti trattate non vanno lavate per almeno una settimana, per non lavare anche le energie positive. Entro, mi siedo sulla solita sedia, mi tolgo maglia e camicia. Lei mi guarda la spalla, dice “ma che lavoro, sono andate via! Bè, l’abbiamo fermato... però è messo bene, davvero bene!” Poi prende la fede nuziale, si fa il segno della croce e inizia coi gesti misteriosi che non vedo. Tre minuti, forse quattro, non di più. Dice che mi posso rivestire e, intanto che mi abbottono la camicia dice che “quella di prima”, cioè la signora che mi ha preceduto, ha un brutto eczema sulla faccia, e insiste per truccarsi. “Si vuole truccare!” esclama, con una sorta di esasperazione. “Cosa posso farci io? Cosa posso dire? Che si trucchi!”
L’indomani, venerdi, alle sette e trenta, suono il campanello. Mi apre il figlio, che dice “venga venga” e mi fa entrare in cucina. Dopo qualche secondo si spalanca la porta del soggiorno ed esce un’altra signora elegante, che esce di getto come la signora di ieri mattina. Entro, mi metto a torso nudo, la signora arriva, prende le fede nuziale, fa i gesti. Poi, mentre mi rivesto, sparla anche della signora di oggi. Dice che suo marito ha ingoiato un dente d’oro, e allora? Lo farà quando va in bagno, cosa può farci lei? Quindi quella signora, prima di andare al lavoro, forse in banca, o in una compagnia di assicurazioni, è andata dalla guaritrice perché suo marito ha inghiottito un dente. Stamattina è più loquace del solito, dice che il Fuoco va fermato in tempo prima che “vada giù”, perché se si infila lungo il nervo sono guai: se lo mangia, lentamente, e poi aggredisce gli organi interni, “fino alla morte”. Poi mi indica una poltrona e dice che “lì sopra” c’è stato un poveraccio coi piedi in alto, perché il Fuoco “gli aveva preso tutto il sesso”. Deglutisco. Di nuovo lei mi legge nel pensiero: “no, ma non è il suo caso. L’abbiamo fermato in tempo”. Ah, meno male.
L’ultimo giorno, alle sette e trenta, sono davanti alla sua porta. Mi apre il figlio, che dice “venga venga” e mi fa accomodare in cucina. Si spalanca la porta del soggiorno, esce una terza signora elegante, fugge via a testa bassa. Entro, mi spoglio, mi siedo. La guaritrice ripete il rito, la fede, i gesti. Poi come al solito mi informa sulla signora che è uscita: “quella là” dice, indicando la porta, ha il figlio con delle piaghe sotto i piedi. Dico io, ma portatelo dal dottore!” “Perché” chiedo, “non l’hanno portato?” “Macché!” esclama. “Fatelo vedere, le ho detto, cosa volete che faccia io?”. Quindi quella signora non va dal pediatra per le piaghe del figlio, ma dalla guaritrice. Anche questa è Bologna, anche questa è l’Emilia.
Bene, abbiamo terminato. Le porgo la busta bianca dove ho infilato alcune banconote, un’offerta libera, diciamo. Lei la prende, ringrazia e la posa con grande tranquillità e dignità sulla tavola. Ci salutiamo. Mi fa gli auguri, ma è serena, per lei io sono guarito, o sulla via della guarigione.
Sono guarito? E’ passata una settimana dal trattamento, le piaghe sembrano definitivamente scomparse, ma il dolore continua a martoriarmi. E’ normale ha detto il medico, ci vuole tempo; ci vuole tempo ha detto la guaritrice. Forse non saprò mai, non riuscirò mai a decidere se l’Herpes è in via di risoluzione per gli antivirali o per la segnatura. Gli amici non hanno dubbi: è stata la segnatura; senza, avrei ancora la pelle ricoperta di piaghe, che magari si sarebbero estese ad altre parti del corpo.
Così dicono, così forse è. Comunque sia, è andata.

mercoledì, settembre 28, 2005

Aggiornamento dall'Infernotto

Grazie agli amici che mi sostengono, grazie di cuore. Queste sono le cose per cui vale la pena tenere un Blog.
Intanto il Fuoco sembra in "remissione": le piaghe sono diminuite notevolmente, anche se mi restano un paio di dolori perforanti a una spalla e al collo; ma questi dolori, dicono i medici, possono protrarsi anche "per mesi"; che allegria! Intanto, per completare in bellezza, mi è venuta una forma influenzale con bronchite e febbre alta. Come dice il proverbio piove sempre sul bagnato.
Nei fumi della febbre mi sono "sparato" i due dvd di Alexander; il film mi ha confermato il mio scarso amore per Oliver Stone: come al solito esagera con le atmosfere allucinate, con la discesa nel lato oscuro dell'anima, in tre ore e oltre di primi piani, ritmi lenti, anzi, bloccati, poca azione, e dialoghi piuttosto didascalici, pretenziosi e superficiali. Forse, come ho letto, ha fatto delle ricerche meticolose, ma un film ha delle esigenze, deve scorrere, deve anche divertire. E poi, onestamente: come può essere credibile il vecchio Anthony Hopkins, per quanto vecchio e con la barba bianca, nei panni del Grande Faraone d'Egitto?

venerdì, settembre 23, 2005

Cronache dall’Infernotto

La fiducia nel domani era ben riposta. Oggi è un altro giorno, un antidolorifico adeguato, ovvero abbastanza potente, ha parzialmente risolto il problema del dolore. E’ entrato in azione dopo quasi due ore dall’assunzione, ed è rimasto attivo per quattordici, quindici ore. Nessun farmaco ha simili caratteristiche, a parte gli oppiacei. Infatti sul “bugiardino” ho letto che gli effetti collaterali sono “ipersensibilità agli oppiacei”. Per ora ne prendo uno al giorno, mentre la posologia sarebbe tre al giorno, che corrisponde a essere “fatti” dalla mattina alla sera. Ovviamente la dose dovrà essere aumentata, presto dovrò passare a due, perché ad ogni nuova somministrazione perde potenza; così sono i farmaci, così sono le droghe. I sintomi comunque sono quelli classici dell’oppio: una sensazione strana sulla lingua, testa pesante, anzi, pesantissima, al mattino, una certa euforia che va e viene, fame, apparente leggerezza. Chi l’avrebbe mai detto, un po’ di stupefacente sotto controllo medico?
Intanto, mentre ci curiamo, noi abbiamo due atteggiamenti possibili da assumere nei confronti delle malattie pesanti, gravi o acute: uno consiste ne lanciare maledizioni ed epiteti, affrontarle con rabbia, con odio; “non la spunterai su di me, maledetta”, ringhia il malato. Se in televisione passano le facce di personaggi che disprezza, augura loro le stesse sofferenze che sta provando lui. Bene, questo è esattamente l’atteggiamento che vuole il demonietto. E’ il senso della sua esistenza: deve provocare la rabbia e l’odio, perché questi sentimenti minano le forze, indeboliscono la tempra e sono alla base della malattia. Questo atteggiamento è la vittoria dello spiritello del fiume.
L’altro modo di porsi è combatterla con calma, senza rabbia, perché qualcosa ha ceduto, si è spezzato, incrinato, perché c’era debolezza, fragilità, malessere. La malattia fa riflettere su se stessi, sui nostri limiti, fa scendere nel profondo, scioglie il duro smalto delle difese, abbatte il reticolato della paura. Ci fa conoscere il lato oscuro di noi stessi, ma anche quello luminoso; ci fa accettare, ci fa amare. E con noi, gli altri. La sofferenza ci pone nei confronti degli altri con meno durezza, con meno ostilità, con meno invidia, perché questi sentimenti sono stati ripuliti, filtrati dalla malattia.
La malattia può accendere la speranza, ed è uno dei grandi misteri di questo mondo, come la vita e la morte.

giovedì, settembre 22, 2005

In diretta dall’Inferno

Non proprio dall’Inferno, non dal Grande Salone, non voglio gloriarmi, però dall’anticamera, dall’Infernotto forse sì. Stamattina, al Pronto Soccorso, mi è stato diagnosticato il temibile Herpes Zoster, comunemente detto “Fuoco Sacro”, o “Fuoco di S. Antonio”. E’ esploso in seguito a una cura intensiva a base di cortisone che mi ha abbassato le difese: sono spuntati alcuni foruncoli, che si sono estesi e ingrossati, poi è arrivato un dolore lancinante, che aumentava di continuo, alla spalla sinistra. I medici, in un primo momento, non hanno collegato i due fenomeni, e hanno pensato alla classica cervicale. Ma è lui. E’ il diavoletto, forse è lo spiritello di cui parlano i buddisti, creaturine cattive che vivono soprattutto lungo i fiumi, e guizzano sulla superficie dell’acqua in attesa di una preda idonea. Io abito sul fiume Reno, quale ospite migliore? E’ il demonietto che ha fatto nascere antiche leggende popolari, perché nessuna malattia è più dolorosa, più devastante a livello sintomatico di questa. Il Fuoco è puro dolore: è un virus, diciamo il virus della varicella riciclato, che aggredisce alcuni nervi; provoca un dolore che non dà mai tregua, mai, ai nervi, e, dopo qualche tempo, alla pelle. Non ha un briciolo di pietà, né di giorno né di notte. Oggi gli antidolorifici concedono pause di qualche ora, attenuano il dolore, anche se ad ogni somministrazione l’effetto diminuisce, come tutte le droghe del resto; un tempo, quando non esistevano gli antidolorifici, il dolore poteva condurre alla follia: per questo in questa malattia è stato individuato qualcosa di maligno, di diabolico. Come può esistere un simile accanimento? si sono chiesti i nostri trisnonni.
Il dolore piega il corpo e l’anima, trafigge e demolisce le difese. Per due notti non ho quasi dormito, qualche pisolino mi è stato concesso dagli antidolorifici. Lo ascolto, il dolore: è come una vibrazione continua, come un suono che attraversa i nervi. Ho pensato che non è giusto, che è assurdo che si debba soffrire così. Ma il dolore ha qualcosa di allucinogeno, di psichedelico, è già stato scritto. Altera le percezioni, plasma i ragionamenti secondo una logica stupefacente. Così ho iniziato a pensare che invece è giusto, che devo pagare per qualcosa, per qualcuno. Ho percorso all’indietro sentieri della mia vita, ho trovato piante spinose, pianure desolate, pozzi inariditi. Ho rivisto creature che hanno sofferto per causa mia, che hanno riportato danni dalle mie pazzie; e ho pensato che è giusto che paghi, che mi si offre una possibilità di riscatto; oppure che, semplicemente, devo raccogliere la sofferenza che ho seminato. Allora alzo la schiena, guardo dritto in faccia il mio castigo. Ma poi di nuovo mi piego, mi spezzo, e crollo: mi lamento, mi abbandono ai gemiti, come un animale ferito.
Quanto durerà? Non vi è un decorso perfettamente definito, “dipende”; certamente ne avrò per giorni e giorni. Intanto aspetto l’ora dell’antidolorifico, della tregua che durerà forse tre ore, e supplico, prego. Aspetto domani, perché domani è la speranza, è la fiducia nel futuro.

martedì, settembre 20, 2005

Anch’io la mia intermittenza

Ho sempre considerato il famoso episodio della madeleine della Ricerca con una sorta di meraviglia, di stupore: com'è possibile una tale sensibilità, rivivere con emozioni così intense, persino fisiche, il ricordo di un passato lontano? Ho anche tentato, a più riprese, di inseguire a mia volta quell’esperienza, mangiando e bevendo cose che amavo da ragazzino, ma restavo immobile, confuso, perplesso, con una frittella di farina di castagne in mano, col latte e cacao, ascoltando un rumore di fondo che non arrivava, tentando di attivare un meccanismo bloccato. Niente da fare. Se vi erano intermittenze anche nel mio cuore, esse non uscivano dallo stato di sonno.
Poi, l’altro giorno, a Torbole sul Garda, con la mia signora siamo andati alle "Busatte", località che si trova sopra una delle montagne che circondano il lago, per camminare lungo un famoso sentiero finalmente rimesso a nuovo, attrezzato con una serie di grandi scale di metallo – calate con gli elicotteri tra le polemiche per le ingenti spese – che collegano vari dislivelli. Nello spiazzo di un centro sportivo era in atto un raduno di vespisti, ragazzi che coltivano la passione per questo italianissimo motociclo degli anni Sessanta. Si erano accampati con le tende poco più in là, sotto un bel cartello "No Camping". Non appena abbiamo iniziato la salita, alle nostre spalle, nella tendopoli, è accaduto qualcosa. Una musica è emersa con prepotenza e si è diffusa tra i boschi e le montagne. Mi sono immediatamente bloccato, poi ho guardato verso la tendopoli: i ragazzi, in jeans, capelli lunghi, arrotolavano sacchi a pelo, sedevano sul prato in cerchio, a gambe incrociate. La musica era l’attacco, inconfondibile, di Woodoo Chile di Jimi Hendrix. Ed è accaduto: un colpo violento, un brivido che si è diffuso dalla nuca alla schiena, alle braccia, alle gambe: sono precipato nel 1969, nel 1970, quando ascoltavo Jimi, mi vestivo come Jimi, portavo i capelli come Jimi e gli amici mi chiamavano Jimi; ma non è stata un’operazione della memoria, no, si è trattato di un processo globale, fisico, che ha coinvolto la respirazione, il battito del cuore, la vista, l’olfatto, l’udito, l’energia muscolare: ho rivissuto tutta la forza, l’ottimismo, la fiducia di quei tempi, di quell’età; sono uscito da questo corpo e da questa mente, da questo sistema nervoso, ed è stato come vivere l’esperienza della trasmigrazione descritta da Anne Rice, la grande scrittrice dark di New Orleans, nel Ladro di corpi: sono uscito da questi limiti, da questo peso, da questo presente per rientrare in una dimensione perduta, bruciata, eppure per un attimo completamente ritrovata. E ho capito, con straordinaria intensità, che cosa ha provato Proust. Non mi era mai accaduto: avevo qualche sospetto, qualche vago presagio di cosa potesse significare questa avventura, ma nessuna vera certezza. Non credevo – non speravo - che potesse accadere veramente. Invece è accaduto e, anche se forse non capiterà mai più, mi ritengo fortunato.

sabato, settembre 17, 2005

L’uccello rapace della coazione a ripetere

Due vicende, che occupano grande spazio sui media, sono a mio avviso estremamente deteriori, negative o addirittura distruttive per l’immaginario popolare.
La prima è il ritrovamento del cadavere di una ragazza scomparsa tre anni fa, in fondo a un lago. Il ritrovamento, afferma perentoriamente il principe dei media, la TV, è avvenuto grazie a una “sensitiva”. Ora anche la madre di una bimba scomparsa nel nulla, rapita, pare, dagli zingari, ha deciso di rivolgersi alla “medium”. Scorrono le immagini sul video della “sensitiva”, la immagino seduta a un tavolo che sparge i tarocchi, che regge in mano il pendolino, mentre di fronte a lei una pensionata aspetta con aria ansiosa. Ora io non mi sento di affermare che non possano esistere persone dotate di sensibilità particolari, in grado di sentire voci o presenze a noi ignote, di avere presagi, e nemmeno posso affermare il contrario. Chi sono io per avere questa sicumera? Però questa operazione giornalistica, enfatica, acritica, spazza via di colpo una campagna educativa contro i santoni, i maghi, le fattucchiere, i Do Nascimiento vari che spolpano vivi i poveracci, i disperati, gli ingenui. Si prevede un ritorno massiccio verso questi personaggi, che sono allegramente, totalmente sdoganati. Milioni di euro freschi freschi entreranno nelle loro capaci tasche, grazie alla TV, che ormai non ha più limiti nella caduta a picco del proprio target culturale.
L’altra vicenda è costituita dalle foto di Kate Moss che sniffa cocaina. C’è una identificazione molto subdola da parte degli adolescenti verso questi personaggi alla moda, che simboleggiano il successo, i soldi, la bellezza, ma hanno anche un lato oscuro, decadente, autodistruttivo, che si aggancia in maniera sottile e maligna agli istinti autodistruttivi dell’adolescenza. Le Kate Moss, le Asia Argento, non sono delle artiste, delle grandi attrici, dei personaggi con un vero spessore psicologico; in passato vi sono stati altre icone che portavano con sé aure autodistruttive, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain; ma lo loro arte ne riscattava l’infelicità profonda, la fragilità, il fascino della dissoluzione; il “messaggio” artistico, la loro forza creativa era più potente delle radiazioni della non-vita. Le Kate Moss non esprimono nulla di tutto questo: sembrano in prestito in un mondo duro e spietato, al quale reagiscono col compiacimento della disperazione, della malattia: insultano il mondo con la loro bellezza, il loro dolore, la solitudine che si sprigiona da quelle foto sgranate, coi capelli biondi sulla faccia, la minigonna, la moda, le rockstar, la coca, il nulla, il Nulla senza riscatto che abbraccia l’Adolescenza con le sue ali nere.

venerdì, settembre 16, 2005

Alien

“I depositi d’acqua contenevano una larva che, una volta entrata nel corpo umano, cresceva fino a diventare un verme a volte lungo fino a un metro che nel giro di un anno cercava di uscire da qualche parte attraverso la pelle, creando un bubbone doloroso e purulento. Occorreva incidere il bubbone, andare a cercare la testa del verme ed estrarlo dalla carne pochi centimetri al giorno, facendo attenzione a che non si rompesse, perché questo portava all’avvelenamento e alla morte sicura del paziente. I barbieri di Bukhara erano diventati grandi esperti di questa operazione”.

Buonanotte signor Lenin
di Tiziano Terzani
Tea

giovedì, settembre 15, 2005

Non pago cosa???

Sono allergico agli spot pubblicitari. Sono così stupidi, volgari, sopra le righe, ripetitivi, vili e conformisti che quando arrivano, rutilanti e ossessivi, cambio immediatamente canale, o spengo dalla disperazione. Però ogni tanto ne capita uno che mi strappa un ghigno. Quello di una compagnia telefonica con Valeria Marini per esempio: questa signora, che fingerebbe di fingere di essere una svampita totale (perché in realtà lei ha sempre protestato di possedere una intelligenza "normale"): non riesco a inquadrarla come castellana, perché sembra l’opera vivente di un artista surrealista; nello spot agita un telefonino e dice delle cose sulle telefonate, poi spunta Claudio Amendola, che è vicino a una limousine con dentro Cecchi Gori (che deve essersi prestato per fare un favore alla sua amata) che ci guarda col suo faccione gonfiato dal famoso sorriso cecchigoriano, una cosa tra il congelato, il mummificato, la maschera, l’infantile, il carnevalesco e chissà che altro; Amendola grida delle cose sulle telefonate poi a un certo punto viene fuori con "e non paghi le tasse fino al 2020"! A questo punto Cecchi Gori va giù di testa, in una versione s’illumina d’immenso, in un’altra parte a razzo, chiaramente a fare l’abbonamento che contiene questa frase magica: "non paghi le tasse fino al 2020!"
Come si fa a non ridere?

martedì, settembre 13, 2005

O no?

Sul manifesto degli anni Settanta c’era una rubrica che aveva questo titolo. Conteneva commenti, segnalazioni, curiosità che si prestavano a varie riflessioni, letture tra il problematico, l’ironico, il paradossale; anch’io vi ho pubblicato alcuni corsivi. Mi piacerebbe fare la stessa cosa su questo sito. Intanto ho selezionato un testo:

Fare la rivoluzione è facile

“Fino a qualche fa guardavo molta Tv e giocavo molto alla play station. A un certo punto mi sono sentita in gabbia. Quell’oggetto stipato in un angolo della stanza dominava la mia vita. Vivevo una realtà grande grande in un quadrato molto piccolo.
La mia rivoluzione è iniziata da lì. Mi sono accorta che i miei sensi erano in parte intorpiditi, in parte sovraeccitati. La testa mi sembrava diventare una parte sempre più estranea dal resto del corpo. Il cuore stesso si adattava a quei ritmi e pulsava sempre più forte, sempre più forte. Inizialmente era eccitante ma a un certo punto la tachicardia arrivava anche a Tv spenta. E quando arrivava di notte mi sentivo esplodere. Nel silenzio della notte avere la tachicardia è peggio del peggior incubo.
La play station mi aveva creato una situazione di dipendenza. Occupavo la Tv ogni spazio della mia vita, gran parte del mio tempo sottratto al sonno e alla scuola. Ho capito che era inutile dirsi: domani smetto, domani smetto. Così non solo non smettevo di giocare alla play station ma diventavo sempre più frustrata. Ero diventata un’inetta. Odiavo quell’essere che era diventato privo di volontà. Essere privi di volontà è la cosa più terribile che possa capitare a una persona.
Ho distrutto la Tv. Ho distrutto la play station. A casa mia c’è ancora un martello piantato nella Tv. E’ la più bella opera d’arte che mi sia riuscito di creare nella vita. Un martello piantato nella Tv. Il martello pneumatico che la Tv per anni ha rappresentato nella mia esistenza è stato interdetto da un martello comune. Allora ho capito che cos’è una rivoluzione.”

Io sono un black bloc
Autore (probabilmente collettivo) anonimo
Derive Approdi 2002

martedì, settembre 06, 2005

Alti studi

"La cultura non serve a niente, solo a farsi delle grandi scopate"
Domenico Contestabile, deputato di FI. Che abbia ragione?

lunedì, settembre 05, 2005

A chi la Padania?

La Padania: è una terra ricca, fortemente sfruttata, una terra che produce enormi quantità di prodotti agricoli per la comodità della pianura, industrializzata oltre il possibile, un reticolo di strade e autostrade, ingorghi quotidiani, un inquinamento atmosferico pari a quello della piana di Los Angeles, dove gli scrittori americani descrivono una nube di smog grigio-vermiglio che la ricopre ad ogni ora del giorno e della notte; la Padania ha un clima umido, con un caldo opprimente, aggressivo in estate, infestata da qualche anno di terribili zanzare tigre, che rendono impossibile un pomeriggio di lettura in giardino, e frequenti temporali di tipo tropicale, che sradicano anche grossi alberi e scoperchiano case (al vostro affezionato blogghista l'inverno scorso è caduto un cedro secolare sulla Berlingo appena comprata), e freddo umido, rigido e perfido, in inverno. La Padania gode ancora del mito di grande ospitalità (per la parte emiliana almeno) e simpatia, ma la grande immigrazione e un degrado dilagante stanno mettendo in crisi anche questa qualità.
Non è facile la vita in Padania. Negli ultimi tempi è peggiorata. Negli uffici pubblici (poste soprattutto) le file sono chilometriche; i supermercati e gli ipermercati, enormi, sono gremiti; i paesi e le cittadine sono strangolate da un traffico senza pietà; le case costano cifre orrende. E poi ci sono i leghisti in Padania, che la reclamano per sé, con un parlamento padano, le miss padane, l'industria padana, i danér padani. Allora perché non dare loro la Padania, almeno la parte lombarda e un po' di quella emiliana, con le zanzare tigre, il caldo umido, l'ingorgho di strade e autostrade? Talvolta penso a un muro alto otto metri sormontato da filo spinato e torrette con mitragliatrici, da dove buttare dentro i leghisti, con piena libertà di costruire altre strade, il loro parlamento, i ducati padani, la lingua padana, e soprattutto animata dai loro amatissimi leaders. Questi pensieri de-evoluti mi vengono quando vedo i leghisti in tv, onnipresenti: quel ministro calderoli per esempio, con quella ghigna storta sul faccione: sappiamo che "nella villa di Bergamo" aveva una tigre, che mostrava con orgoglio agli amici; poi un giorno si è mangiata un cane, e allora "l'ha messa via"; dove l'ha messa? L'ha liberata in Padania? Adesso ha due lupi, sono più tranquilli. Magari in futuro ci metterà un rinoceronte e un paio di coccodrilli. Non è la loro terra questa? Dobbiamo averli per forza tra noi questi personaggi, con le nostre tasse dobbiamo pagare loro la povera tigre, gli sventurati lupi? Se circondassimo la loro repubblichina padana con un muro corazzato li potremmo lanciare dall'alto (tanto sono infrangibili, rimbalazano) e non vederli mai, mai, mai mai più.

venerdì, settembre 02, 2005

Al di là e al di qua
Stamattina alle otto, su Rai 1, il neo direttore di Panorama presentava l'ultima iniziativa editoriale del giornale, cioè la pubblicazione in sei volumi, allegati al settimanale, dell'Enciclopedia Dantesca a cura dell'Istituto Treccani. Il direttore, prima di inziare a imbrodarsi di brutto, ha detto subito: il fatto che questa iniziativa comprenda una casa editrice come la Treccani, che è "al di là di ogni sospetto"... e poi via a imbrodarsi, non lo facciamo per le vendite ma per portare a casa dei lettori un'opera importante, cioè loro sono spinti solo da nobili impulsi eccetera; a un certo punto, per imprimere maggiore enfasi, ha ripetuto "perché la presenza della Treccani, che è al di là di ogni sospetto"... Questo insistere sull'al di là di ogni sospetto mi ha colpito: che il direttore avesse ben chiaro che il suo giornale, uno dei più tremebondi fogli della destra berlusconiana, si pone saldamente "al di qua"?

giovedì, settembre 01, 2005

Ahi

Se ne parla: a quanto pare rischiamo di ritrovarci Afef Tronchetti Provera candidata alle elezioni politiche, nelle liste del centrosinistra. O meglio: nell'accogliente foresteria delle truppe mastellate, che non sono di sinistra, né di destra né di centro, ma un coordinamento di lobby tribali, club di faccendieri vari. Forse la povera Afef, che è una delle più sfarzose castellane d'Italia, si sente sola, inutile: la sua vita deve essere vuota, senza contenuti; perché non vado in Parlamento? si è detta, posso fare delle cose utili. Posso combattere i "nuovi razzisti". Posso oppormi al "sistema", come dice anche Ricucci marito scalatore della neocastellana Anna Falchi. Con dei simili, nobili propositi, le porte si aprono, si spalancano. E sono tutti entusiasti: i DS, i margheriti, persino una signora di Rifonda, che probabilmente frequenta il suo salotto.
Io però non riesco a farmi passare un dolore intercostale che mi si pianta nel costato ogni volta che penso alla faccenda. Sono prevenuto? Sì, lo sono, come posso negarlo. E un pensiero vago, algebricamente impreciso, astrologicamente confuso, di non votare per nessuno, per la prima volta nella mia vita, sta prendendo una consistenza sempre più sinistra.

domenica, agosto 28, 2005

La grande migrazione

Sempre più il viaggio dei vacanzieri di agosto mi evoca la grande migrazione degli gnu africani, quando, ammassati in enormi branchi, si spostano alla ricerca di nuovi pascoli, di acqua, di terre vergini. Il viaggio è lungo, avventuroso, e irto di pericoli. Questi torelli dalle grandi corna attraversano ampi territori, sempre accompagnati da orde di predatori che li attaccano, li feriscono, li divorano. Guadano fiumi e laghi, flagellati dai giganteschi coccodrilli che li afferrano e li trascinano sott’acqua; corrono per vaste praterie inseguiti da branchi di leoni, di jene, di sciacalli. Alla fine arrivano a destinazione, ma hanno pagato un prezzo elevato.
Così sono i vacanzieri di agosto, incolonnati sulle autostrade per ore e ore, ammassati nelle aree di servizio che scoppiano di auto, in fila nei bar nella speranza di ottenere una brioche decongelata e un cappuccio con la schiuma semifredda.
Ma scendiamo un po’ nei dettagli, seguiamo un equipaggio-tipo di gnu ferragostiani in viaggio, il mio: io, che per cause di forza maggiore devo seguire il flusso della migrazione, parto il 30 luglio alle cinque del mattino, nella speranza di evitare la furia crudele del grande traffico, destinazione un villaggio segnalato da amici sul Gargano, tra Peschici e Vieste.
Speranza vana ovviamente. L’autostrada è piena, ci sono code a Riccione, ad Ancona, e vari rallentamenti e code brevi fino a Termoli. In complesso nulla di veramente tragico, a parte la quasi totale impossibilità di entrare in aree di servizio per fare rifornimento, sono così affollate che le auto aspettano in coda già prima dello svincolo, creando inevitabili rallentamenti in autostrada. Dopo nove ore di viaggio con gli occhi spiritati, con le auto quasi a contatto di paraurti (ma c’è qualche automobilista, uno solo tra milioni, che rispetta la distanza di sicurezza?) siamo finalmente al nostro villaggio. E’ un tre stelle, e un “villino”, o bungalow, costa a noi gnu, nel periodo della grande migrazione, 980 euro a settimana.
Poche storie comunque, bisogna sganciare tutta la pilla subito, non alla fine della vacanza, come si fa di solito. Ma come, ribattono i nostri amici, che vengono qua da anni, non era così in passato. Ed io faccio presente che è una procedura anomala, il conto si paga alla fine, no? Il ragazzo alla reception sospira rassegnato, allarga le braccia, dice che quest’anno è cambiata la gestione, si fa così. Stacchiamo subito l’assegno, malvolentieri; li avranno fregati, pensiamo, qualcuno si è sbafato una vacanza e poi non ha pagato il conto. Deve essere per forza così.
Il villino è grande, tre stanze più bagno, è per quattro-sei persone e noi siamo in tre. Stiamo comodi. Però l’acqua è salmastra, e la doccia è otturata. Inizia l’odissea della doccia. Telefono, il ragazzo dice che manderà “il manutentore”. Passa un’ora, scarichiamo le valigie, sistemiamo la roba. Non si vede nessuno. Ritelefono, il ragazzo mi assicura che il manutentore è in arrivo. Passa un’altra ora, niente. Perdio, hanno voluto il grano anticipato, che storia è questa? Ancora non so che questo è lo stile, questo è il ritmo: pazienza, relax e tenacia. Lo scoprirò nei giorni seguenti. Esco a piedi, cerco una di quelle auto elettriche che ho notato all’arrivo, coi tipi dell’organizzazione che accompagnano gli gnu in arrivo. Ne becco una. La fermo. “HO CHIAMATO IL MANUTENTORE DA DUE ORE” dico con enfasi, perché sono stanco e ho bisogno urgente di una doccia, “MA NON SI VEDE NESSUNO! LA DOCCIA E’ FUORI USO!”. L’uomo annuisce, dice che arriverà subito. Passa un’altra ora, e finalmente arriva. In tre minuti cambia il pezzo. Ahhh, una doccia... ma l’acqua non si miscela, o bollente o fredda. Mi irrito, perché ancora non so che questa è la regola. E’ così per tutti i villini. Lo imparerò i giorni seguenti. Pazienza, relax, e tenacia.
Ma iniziamo la vacanza. Il mare è bello ovviamente: l’Adriatico è particolare, è unico: calmo e gentile, caldo e accogliente, sa essere anche potente, agitato. Per questo è il mio mare preferito. La spiaggia è di sabbia, abbastanza profonda, certo non è Rimini ma neanche le lingue di sabbia microscopiche della Toscana, o i tuguri della Liguria. Gli ombrelloni sono sistemati alla romagnola, tutti ammassati, ma è sopportabile. Ovviamente hanno cannato coi numeri, nel nostro è sistemata una famigliona di napoletani. Grandi trattative, alla fine tutto si risolve. Tutto si risolve sempre, ma imparerò presto che l’errore è la norma, bisogna conviverci.. Tutto va controllato con cura, perché tutto è un pressapoco, è un così così, è un forse, un quasi, un si vedrà: pazienza, relax e tenacia, da non dimenticare mai. Senza queste tre qualità lo gnu migrante è destinato a soccombere sotto gli attacchi dei predatori.
Ed eccoli, i predatori in azione: per il villaggio si aggirano tre o quattro ragazzini di 18-20 anni che indossano una maglietta arancione e hanno la qualifica di “animatori”. In spiaggia assaltano i bagnanti sdraiati sui lettini al grido di “VIENI AL TORNEO DI BOCCETTE!” E se lo gnu (assaltano soprattutto i maschi) dice mah, boh, ehm, loro si agitano, gridano “MA COME! GUARDA CHE POLTRONE CHE SEI! MA NON TI VERGOGNI? AVANTI!” Se poi lo gnu continua a nicchiare lo prendono per un braccio, lo tirano su di peso. Alla fine lo gnu ci va, li segue con aria afflitta, ma poi si diverte, in fondo sdraiato sul lettino si annoiava. Perché non si sa mai cosa fare, non si sa come passare il tempo. Le letture sono quasi inesistenti. Qualcuno ha Angeli e Demoni oppure uno di quei romanzoni usciti sulla scia del Codice da Vinci, storie sulla Sindone, sui monasteri, i Templari, con delitti e misteri, cose così. Ma non si legge. Forse nessuno legge più in questa parte di mondo. La lettura sembra estinta, a parte qualche quotidiano o Il Codice o i settimanali di enigmistica. Non vedo neanche una copertina dei soliti Wilbur Smith, o Ghisham, nemmeno Con le peggiori intenzioni, niente. Qualche tedesco (pochissimi) ha un libro in tedesco, ed è tutto. Ed è così anche nelle altre spiagge, che osservo durante le passeggiate, sempre all’erta per gli infernali racchettoni (ma non erano vietati?) o il gioco a pallone o a pallavolo tra coppie di amici o di fidanzati, o di gruppi di marmocchi allo stato brado che mollano calcioni a più non posso incuranti di chi si azzarda a camminare sulla spiaggia.
Perché sono tutte uguali, le spiagge in gestione ai villaggi. I ragazzini-animatori strepitano ai microfoni che è l’ora del gioco aperitivo, dell’acqua gymn; questo è l’aspetto più atroce: portano nella loro postazione una grossa cassa acustica, uguale in ogni spiaggia, che diffonde una musica a volume altissimo, distorto, tanto da danneggiare il timpano: urlano auguri e dediche, fanno i dj, i presentatori. Le musiche sono sempre le stesse, “ahi-ahi-ahi, un giorno ti innamorerai...” poi Calimero dance, tam-tam da discoteca, canzoni pazzesche tipo “ciapa la galéina, ciapa la galéina coccodè” (un cult, l’abbiamo canticchiata per giorni) e altro ancora. Ai nostri amici capita un ombrellone quasi adiacente alla postazione, mentre ne avevamo chiesto tre vicini, e si diffonde il panico. Impossibile sopravvivere vicino alla cassa. Parte una complicata trattativa, alla fine tutto si aggiusta, come sempre, basta avere pazienza, ed essere rilassati. E non prendersela. E guardare il mondo, questo mondo, come una gabbia di matti, e riuscire a riderne. Io vado spesso alla torre di Sfinale, un posto incantato, magico, una scogliera meravigliosa col rudere di una torre di guardiamarina cinquecentesca: da qui domino tutte le spiagge, a una distanza di almeno un chilometro: arriva il rombo furioso delle musiche e le urla degli animatori, un balilamme di suoni che si accavallano, si confondono in una cacofonia surreale: è tutto così folle, estremo, inspiegabile. Penso alle spiagge deserte di Creta quando, negli anni Settanta, stavamo sdraiati nudi al sole a cercare di vivere bene il rapporto col mare, con l’amicizia, con l’amore. Erano angoli di paradiso terrestre, e la società dell’uomo, di Adamo maledetto da Dio, non poteva certo permetterlo. Doveva invaderle con la speculazione, il denaro, la volgarità, il saccheggio. Questo è il nostro presente, non c’è scelta, è andata così. Almeno ridiamone.
Riderne: non è poi tanto difficile. Alla sera, quando l’animazione si scatena, infuriano gli spettacoli, i concorsi, perlopiù copie di trasmissioni televisive. Alla “coppia del villaggio” il marito deve piegarsi a novanta gradi, alla pecorina, mentre la capo-animatrice gli posiziona un palloncino sul sedere. La moglie deve farlo scoppiare con colpi di bacino, così si crea la scena esilarante della moglie che sodomizza il marito, e si ride con una sorta di ferocia; poi il marito si siede, la capo-animatrice gli mette il palloncino in grembo e la moglie deve farlo scoppiare gettandosi seduta su di lui. Ovviamente quella sadica della capo-animatrice cerca mariti smilzi e mogli robuste...
Comunque un angelo custode ci assiste, veglia su di noi. Per due giorni la capo-animatrice si becca la febbre, così la cassa in spiaggia tace. E’ un paradiso, si sente il rumore amichevole del mare. Poi arriva il maltempo, un vento furibondo che sembra L’Ora di Torbole sul Garda che flagella ogni giorno la spiaggia; fa un freddo cane, la gente non apre gli ombrelloni, e la cassa tace. Che pacchia! Ci sono lamentele, imprecazioni, perché il mare è mosso, non si riesce a fare il bagno. Per me è bellissimo, sulla scogliera della torre i cavalloni si frantumano con schizzi altissimi. E’ meno bello per le bimbe ovviamente, che non riescono a nuotare, si raffreddano e si beccano pure il raffreddore, ma è superbo questo spettacolo della natura agitata che fa tacere i pazzi. Con un amico faccio lunghe passeggiate sulle scogliere ventose, le superbe, maestose coste del Gargano, che non hanno nulla da invidiare a quelle spettacolari, drammatiche della Liguria, né a quelle esotiche della Sardegna; selvagge, romanzesche, e lerce, assurdamente lerce, cosparse di rifiuti, bottiglie di plastica, sacchetti, bottiglie rotte.
Due settimane vanno via così, e bisogna rimettersi in viaggio. Partiamo di notte, alle 11, così nostra figlia può dormire tranquilla sul sedile posteriore. Il traffico è blando, il grande rientro inizierà la settimana prossima. Mi fermo in un’area di servizio per un breve pisolino, verso le tre, poi si riparte. A Cesena mi fermo nuovamente perché ho bisogno di un cappuccino. Il bar fa parte della catena Autogrill, ed è discretamente affollato. Guardo una montagna di brioches dall’aspetto per nulla appetitoso, poi quando viene il mio turno ordino cappuccio e brioches. La signora mi fa: “abbiamo una promozione, se prende cappuccino e spremuta o succo di frutta la bioches è in omaggio”. “Uh”, faccio, ma sono confuso, stravolto, con una piccola folla dietro che pressa. “Va bè” faccio. Tre euro e venti. Una ladrata ovviamente. Cappuccio e brioches sono circa due euro. Ingoio la brioches, assolutamente vomitevole, un cappuccio triste, insapore, e mi avvio alla macchina col succo alla carota Skipper in mano. Riparto. Dopo un’ora dico ma sì facciamoci il succo: lo guardo, penso a come fare per aprirlo, e mi accorgo che è scaduto. Autogrill, i magliari, ricordarsi.
E’ finita ora, siamo a casa. Scaricare, dormire, e poi gli ultimi giorni a Riva del Garda. Speriamo bene, o no?

Se qualcuno ha voglia di raccontare un po’ delle sue vacanze è il benvenuto.

giovedì, luglio 28, 2005

Vekkio Benni

con questo intervento il Blog Baldrus va in vacanza per due-tre settimane. Ci sentiamo quindi al rientro, speriamo con tante nuove idee. Buone vacanze a tutti.

di Agostino

Lo ammetto, Stefano Benni mi diverte. So che fa strocere la bocca ai palati letterariamente più raffinati, che nessun professore lo metterà mai in una antologia, anche se è uno degli autori più prolifici e più letti degli ultimi anni. Personalmente, fin dai tempi del Bar Sport, ho sempre letto con piacere le sue invenzioni, il suo modo funambolico di raccontare vizi e virtù degli italiani. Margherita Dolcevita però, la sua ultima fatica pubblicata da Feltrinelli, l'ho trovata un po' debole. Il tema è il consumismo, la pubblicità, i bisogni indotti che ci spingono a comprare cose inutili e costose, la necessità di confrontarsi con i vicini: può, tutto questo, corrompere una tranquilla famiglia che vive in periferia? Sembra di sì ma per fortuna una bambina grassottella e sorridente, che gli amici chiamano Dolcevita, oppone resistenza. La scrittura come sempre è brillante e scoppiettante, condita di elementi magici, sconfina spesso nel fiabesco. Sotto questo complesso apparato fantastico, di solito, Benni nasconde riflessioni più o meno amare sui mali del nostro tempo, costruisce personaggi veri e credibili. Stavolta mi è parso che avesse meno da dire. Ciò non toglie che sia una buona lettura estiva, e che gli darò un'altra occasione alla prossima uscita. A proposito di temi sociali trattati con umorismo, analisi spietata dell'attualità e grande fantasia, segnatevi questo titolo: Jonathan Coe, Il circolo chiuso. Magari ne parliamo un'altra volta.

mercoledì, luglio 27, 2005

Very italiano

Un nuovo aggettivo andrebbe inserito nel cosiddetto vocabolario internazionale, il dizionario interlingue, insieme a look, relax, smart, rauss, pizza e altre parole prese da lingue diverse che sono entrate, ormai, nelle lingue di tutto il mondo, ed è italiano. Il significato di italianità, inteso nel suo aspetto più pecoreccio, albertosordiano, è noto a tutti: evoca cialtroneria, ipocrisia, doppio e triplo gioco, menefreghismo, opportunismo, viltà e una lunga lista di eccetera eccetera (poi gli aspetti positivi vengono sottolineati dalle star americane in visita: come si mangia bene, com'è "meravigliosa" [lovely, beatiful] la gente e via discorrendo). Già Henry James nel Carteggio Aspern a proposito del palazzo veneziano in cui vivono le due signore tenutarie del mitico carteggio, parla di "basso standard italiano". Non è razzismo, è un dato di fatto. Basta vedere la classe politica che ci ritroviamo. L’ultimo esempio di very italian è questa storia della pizza e birra a sette euro, presentata in pompa magna alla stampa dalla Confcommercio con grandi paroloni e marce trionfali. Uno si chiede, dove sono queste pizzerie che aderiscono all’iniziativa? Io non ne ho mai vista una. Allora ho cercato in internet, sul sito della Conf: rimanda a un sito apposito (qui) che dovrebbe contenere la lista. Bene, non è mai entrato in funzione. E’ da sempre in aggiornamento. Non è stupendamente italiano tutto questo?

martedì, luglio 26, 2005

Il buongoverno italico

ricevo e (mal)volentieri pubblico

Pubblico impiego Dirigenza: il Ministro Siniscalco, ovvero chi "predica" bene e razzola male.
In una dichiarazione stampa, Michele Gentile, coordinatore del dipartimento settori pubblici CGIL nazionale, torna sulla questione della dirigenza: "Dopo il sensazionale annuncio fatto dal Ministro dell’Economia e delle Finanze sull’"ingovernabilità della spesa pubblica" la sua stessa maggioranza governativa ha provveduto a contribuire all’aumento della spesa attraverso un provvedimento di legge che accorcia i tempi per arrivare alle più alte cariche dirigenziali dello Stato. Così con lo spoils system della coppia Frattini - Saporito hanno promosso sul campo numerosi dirigenti e con la proposta di ieri li fanno diventare dirigenti generali. Poi a seguito di un ripensamento dell’ultima ora definiscono la durata minima ed aumentano la durata massima degli incarichi dirigenziali per assicurare un futuro "tranquillo" e senza patemi di animo ai loro protetti. E’ solo l’ultimo degli esempi di malgoverno e di aumento clientelare della spesa pubblica."

domenica, luglio 24, 2005

La semplice arte di raccontare

L’altra sera ero alla Festa de L’Unità di una cittadina alle porte di Bologna. Dopo un’ottima cena al ristorante del pesce abbiamo fatto la solita puntata alla libreria, che è da sempre uno degli spazi classici delle feste de L’Unità. Per la verità era uno stand piccolo e desolato, nulla che fare con le gigantesche librerie Rinascita delle feste provinciali o di quella nazionale: pochi vecchi libri mal disposti e scontati della metà. Stavo per andare via quando un signore che era seduto di fianco a un espositore indica un libro e fa: “questo l’ho scritto io”. Era un libretto tipo opuscolo dal titolo: Il partigiano delle quattro valli, autore Dino Carabi. Nessun riferimento editoriale, solo la data, in copertina: Aprile 2005. L’uomo aveva circa ottant’anni, ma portati bene; c’era come un tono di orgoglio, di soddisfazione, anche se un po’ malinconica, nelle sue parole. “Qui c’è tutto” ha detto, “ma proprio tutto. C’è la mia vita qua dentro”. Ho sfogliato l’opuscolo, senza capirci granché, come sempre mi capita quando sfoglio un libro qua e là (e pensare che gli editori esaminano in questo modo i manoscritti pervenuti). Poi ho pensato le solite cose, che ho una lista lunga così di letture arretrate eccetera. Comunque non potevo non comprarlo, era fuori discussione dopo le sue parole. Così ho infilato alcuni euro in una scatola di cartone con la scritta a pennarello “offerta libera” e l’ho portato a casa, salutato dai calorosi ringraziamenti dell’anziano signore. L’ho riposto sul tavolino del computer e l’ho dimenticato. Ma ogni sera lo vedevo, lo spostavo, dicevo a me stesso che non è giusto averlo comprato solo per fargli un favore, perché era un anziano, perché non riuscivo a dirgli di no. Così ieri pomeriggio l’ho preso in mano e in un’oretta l’ho letto. Sono 31 pagine, vanno via d’un fiato.
Ebbene, è un bel racconto. E’ scritto in uno stile scarno, naif, ma sincero, originale nella sua cadenza popolare, quasi infantile. La prima parte descrive le durissime condizioni di vita dei contadini della montagna bolognese, schiavi dei proprietari terrieri che oziavano tutto il giorno e falsificavano i conti rubando i già magri guadagni dei mezzadri. Poche pennellate veloci, durissime, senza alcun compiacimento. E per una sorta di talento letterario naturale non si limita al racconto di denuncia, vi sono sfumature di caldo sentimento, sfaccettature di pura bellezza: “eppure, con tanta sofferenza, con tanta miseria, con tante angosce e poche sicurezze, la gente era allegra: cantava e rideva, specie d’inverno quando ci si riuniva nelle stalle, si facevano le trecce e lì al caldo delle bestie qualcuno raccontava favole, qualcuno crollava dal sonno e si addormentava sdraiato di fianco alle mucche che ruminavano”.
Scoppia la guerra e il nostro autore sfugge alla campagna di Russia per puro caso. Gli capita un lavoretto semplice semplice, da imboscato, attendente di un ufficiale medico, ma la tragedia dell’otto settembre, quando Badoglio e il re scappano come conigli lasciando il paese in mano alle bande naziste, lo getta allo sbando come migliaia di commilitoni. Così entra nella leggendaria Brigata Partigiana Stella Rossa che ha combattuto duramente nella zona di Monte Sole, infliggendo forti perdite e gravi disagi nei collegamenti alle truppe naziste. Proprio per vendetta contro le azioni della Stella Rossa i nazisti hanno scatenato gli orribili massacri di Marzabotto, centinaia di vecchi, donne e bambini e alcuni preti che cercavano di proteggerli falciati dalle mitragliatrici degli SS. Ho capito più cose da questo opuscolo, dalla sua scrittura essenziale, sulla guerra e sui partigiani, di molti saggi ricchi di dati e di riflessioni. Certe pagine, pur nell’assoluta differenza di stile, mi hanno ricordato le descrizioni della vita durissima del combattente braccato del Partigiano Johnny, e quelle sulla vita contadina non possono non evocare certi squarci di vita infame de La Malora.
Questo libretto è un perfetto esempio di scrittura e di editoria di base. Scrittura trasversale, sincera, semplice eppure non noiosa, non stereotipata. Questa sarebbe la letteratura di una società utopica in cui chi ha la vocazione di scrivere scrive, chi di dipingere dipinge, senza imitazioni, senza manierismi; e le Melissa P., invece di farsi fotografare seminude su Max, studierebbero all’Università, oppure lavorerebbero in un supermercato, o in campagna.

venerdì, luglio 22, 2005

Zombies moderni

La terra dei morti viventi, di Romero: ben scritto, ben montato, ben prodotto, ottimamente diretto da un maestro; effetti speciali di ultima generazione, ma senza esagerare; veloce, appassionante, duro, violento, horror e splatter senza troppi compiacimenti e senza sbracare nell'ironia pecoreccia americana; fumettistico, semplice, con una fotografia superba. Imperdibile per gli amanti del genere.
Solo due problemi: il cinema è gremito di ragazzotti casinari, e Asia Argento, che come attrice è altamente improbabile. Ci consoliamo con un perfetto Dennis Hopper in uno dei suoi ruoli classici di riccastro cattivo.

martedì, luglio 19, 2005

Romanzo storico e ricerca linguistica

"Il mio segreto è una memoria che agisce talvolta per terribilità"
"allacciava tra loro le cose più disparate e dava rincuorante plausibilità"
"la bocca tranquilla, sapiente di parole assicurative".
E’ Maria Bellonci, la scrittrice del Novecento italiano famosa per i grandi romanzi storici ambientati nel Rinascimento, e per avere inventato, con alcuni amici, nel 1947, il Premio Strega (altri tempi, nulla a che vedere con le manifestazioni per "cumenda" e onorevoli vari dei nostri anni). E’ una nuova scoperta, forse un nuovo amore. Sto leggendo Rinascimento Privato, anni di avventure, tormenti, intrighi alla corte dei Gonzaga di Isabella d’Este, mentre il re di Francia invadeva il ducato di Milano e faceva prigioniero Ludovico il Moro. Io, che adoro il romanzo storico, strabilio di fronte alle ricostruzioni, ai particolari degli arredi, alla rivisitazione della sensibilità dell’epoca, e al lavoro sulla lingua. Perché qui è il limite di molti racconti storici: la scrittura è in qualche modo conformista, scorrevole ma piatta, una scrittura priva di coraggio, indifferente alla ricerca e alla sperimentazione, perché viene privilegiato unicamente il colpo di scena, l’avventura. La Bellonci invece inventa parole, lancia sfide alla lingua, la fa vibrare, ne modifica il respiro e il ritmo. E questo, se non è a discapito della vivacità della narrazione, se permette al lettore di divertirsi e di appassionarsi, è forse il risultato più alto che un romanzo può raggiungere e fa competere ad armi pari una nostra scrittrice con una grandiosa narratrice storica come Marguerite Yourcenar.