mercoledì, settembre 27, 2006

Uomo di rispetto


Ieri sera a Otto e mezzo, su La 7, c’era come ospite Eugenio Scalfari.
C’era anche Oscar Giannino, un giornalista che sembra sempre molto informato sulle beghe delle banche, le finanziarie, uno che si atteggia a gentiluomo conservatore inizio ‘900, con abiti che richiamano quelle mode, le ghette, il bastone da passeggio, una barba arruffata con cura meticolosa.
L’argomento era, ancora una volta, la Telecom, le intercettazioni illegali ecc. Scalfari ne sa, e ha scritto alcuni articoli torrenziali su La Repubblica, il giornale da lui stesso fondato.
Scalfari non è uomo di sinistra, è un tecnocrate con un passato letterario, e appartiene – è anzi un protagonista – a quella fazione del capitalismo dei grandi gruppi, quelli che hanno ancora una impostazione fordista. Giannino e Ferrara invece – con stili diversi - fanno riferimento alla fazione più liberista, del cosiddetto Antistato. Le due fazioni si combattono duramente, spesso con toni feroci, e si alternano al governo del paese. Però quando parlava Scalfari, lento, con la lentezza dell’anziano, del vecchio, i due ascoltavano e tacevano. Persino Ferrara, che non perde occasione per affondare le zanne nelle carni degli avversari, era garbato e rispettoso. Ho interpretato il loro atteggiamento come un senso di rispetto per un uomo anziano – benché un fiero avversario - che rappresenta un pezzo di storia del giornalismo italiano. Non vi era ipocrisia, né retorica; mi è sembrato rispetto vero. Apprezzabile, per una volta.

martedì, settembre 26, 2006


Sua Maestà la Noia

Molto, moltissimo si è parlato dell'ultimo film di Stephen Frears, The Queen. Poichè ho rischiato seriamente di infilarmi in un cinema per vederlo - pericolo che ho scampato per un pelo - segnalo una recensione di Giuseppe Genna uscita su Carmilla.

Uno degli eventi che, mercé gli impegni di giuria per la sezione Orizzonti, mi ero perso alla Mostra del Cinema di Venezia è stato l'ultimo film di Stephen Frears, The Queen. Celebratissimo sui quotidiani (italiani) a partire dal giorno successivo alla proiezione e dato per scontato vincitore dai cronisti (italiani) fino all'ultimo, questo ibrido tra soap-opera e melodramma gay su quanto è bella e imperscrutabile Mamma sembrava sbaragliare tutto e tutti, il che era vero: l'ho visionato ierisera e ne sono rimasto sbaragliato. Sono incredulo, passata 'a nuttata: Frears, regista di (passato) notevolissimo impegno politico, si dedica a magnificare le sorti progressive di un premier che è stato la versione maschile della Thatcher e anche peggio, mentre simpatizza con la signora coronata sulla quale tutto c'è da dire tranne che le imbarazzanti e tremule decisioni nei giorni postmortem di Diana. Ridicola pellicola. Occasione persa per dire cosa sia davvero la Corona inglese nel mondo - non solo nel Regno Unito.

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domenica, settembre 24, 2006


Sillabe pericolose

Più volte mi sono chiesto come mai le donne della Bassaromagna, in particolare le signore di una certa età, abbiano serie difficoltà a pronunciare le sillabe “au” e “ou”: Laura diventa “Lavra”, autocarro “avtocarro” (ma c’è anche la variante “altocarro”, come “altomatico”), mentre “outlook” assume le forme di “ovtlok!” e così via. Io, per esempio, ho passato l’infanzia e l’adolescenza sentendomi chiamare “Mavro”. E’ una caratteristica singolare, buffa, enfatizzata fino al grottesco dai vari Ferrini, Giacobazzi, che fanno il verso proprio a queste signore, e hanno contribuito a rendere la pronuncia romagnola una sorta di pretesto per abbandonarsi a grasse risate. Da dove viene questa difficoltà? Ho pensato che possa derivare dall’alfabeto del ventennio, quando la “u” si scriveva”v”, come nell’antica Roma; è certamente una spiegazione plausibile, ma non l’ho mai ritenuta davvero esaustiva. La questione è più complessa, non ho mai avuto dubbi. Così mi sono messo ad ascoltare il suono, a considerare cioè l’aspetto fonetico: la lettera “a” è parte della sillaba “ah” che può significare dolore, sorpresa, ma anche piacere, abbandono (“ahhh...”), e così, con qualche sfumatura diversa, la lettera “o” e la relativa sillaba. Poi ho collegato la fonetica alla fisiognomica, perché è il arrivo la novità della “u” che crea le sillabe incriminate: per pronunciare “au” la bocca deve fare una contrazione, e le labbra devono allungarsi sensibilmente quando arriva la “u”; provando, riflettendo, guardandomi allo specchio ho concluso che è una posizione della bocca che ricorda la suzione, sia da un punto di vista fonetico che fisiognomico: succhiare insomma, la tettarella, il capezzolo materno; oppure, più probabilmente, il membro maschile. Sì, ho pensato che le signore della Bassaromagna abbiano introiettato un imbarazzo antico, atavico, verso queste sillabe perché quando le pronunciano una voce ad altissima frequenza nascosta nell’inconscio sussurra loro che stanno effettuando una prestazione sessuale orale, e quindi questa forma di cortocircuito determina una risposta a bassissima frequenza che le obbliga ad ammorbidire, o a neutralizzare, il pericolo.

Ovviamente era solo un’ipotesi, per lo più eccentrica. Ogni tanto riflettevo, e mi veniva da ridere pensando a qualche cliente di mia madre parrucchiera che vedeva se stessa, senza esserne cosciente, nell’atto di prendere in bocca un membro maschile.
Poi mi sono imbattuto nel fulminante capitolo di un libro che stavo leggendo. E’ la descrizione di un rapporto sessuale, e sono 17 pagine (17, sì) prodigiose, va detto: il libro è Caos Calmo di Sandro Veronesi, che ha un’abilità stregonesca nel condurci come viaggiatori incantati, strabiliati, attraverso descrizioni anatomiche che scivolano, senza che ce ne rendiamo conto, in estrosi, affabulatori, paradossali flussi di coscienza. Alcune parti di questo capitolo, che si riferiscono proprio a un rapporto orale, hanno confortato la mia ipotesi. Ora so che non solo è suggestiva, ma è molto, molto attendibile.

“Oh, l’inizio di un pompino – Oh. Ogni volta mi stupisco che una cosa così semplice possa essere anche così infallibile. Una bocca che si apre e via: che ci vuole? Chiunque può farlo. E perché allora non succede di continuo? Perché ne facciamo una merce tanto rara? Siamo pazzi, tutti.

– Vorrei tenerlo in bocca tutta la notte – dichiara Eleonora Simoncini, a voce alta, stringendo il cazzo a un centimetro dalle labbra come fosse un microfono. E questa è una cosa bellissima da sentirsi dire, veramente bellissima e risolutiva, perché è come se mi avesse invitato a lasciarmi andare all’indietro, in shavasana, sull’erba, a guardare le chiome dei pini, se proprio non posso chiudere gli occhi, e le stelle sfocate, e la luna ardente, mentre lei finisce di perseguire il suo ideale di virtù ricompensata. Però, per quanto possa essere rassicurante il senso delle sue parole, c’è stato qualcosa nel loro suono che mi ha sconvolto, qualcosa di smerigliato, sì, e di affilato, come una specie di sacra, lancinante scudisciata che mi ha trapassato il corpo in tutta la sua lunghezza – la sensazione fisica più intrusiva mai provata in vita mia. E’ passata, ormai, è durata un solo istante, e lei ha ricominciato a succhiare, concreta, produttiva, nell’intento ormai lampante di farmi venire nella sua bocca; ma la scoperta che si può provare anche quello sbilancia daccapo tutto.

– Ridillo – sento me stesso ordinare.

Eleonora Simoncini si ferma di nuovo, fa sgusciare il cazzo fuori dalla bocca, vola all’indietro i capelli con una bellissima mossa della testa, e mi guarda, divertita. Poi ripete il giochetto del microfono, ora più smaccatamente, prendendo il cazzo con tutte e due le mani e parlandoci sopra ad occhi chiusi, come fanno i cantanti confidenziali che probabilmente ama.

– Vorrei succhiartelo tutta la notte – ripete.

Stavolta è anche più forte, quasi insopportabile. La vibrazione, sì, la vibrazione che la sua voce emette a un millimetro dalla mia cappella, la ‘u’ e la ‘o’, soprattutto, la vibrazione della ‘u’ e della ‘o’: come un fendente che penetra attraverso il simbolo stesso del penetrare, una frequenza di unghie che raschiano la lavagna, e poi l’eco cavernosa di un lamento micidiale che risuona nella più remota profondità dei lombi, il riverbero di un dolore lontano e disperato...”

venerdì, settembre 22, 2006

Precisazione

Dopo una lunga e laboriosa ricerca (senza scherzi, ho dovuto rivoltare mezzo Web) ho sciolto un dubbio iniziale che avevo quando ho scritto il post Fathers and sons: Luca Volontè non è figlio di Gian Maria, nonostante la somiglianza che, a questo punto, è veramente curiosa. La cosa è andata così: ho cercato sulla rete, ma non ho trovato nulla di nulla su questo dettaglio, le sole notizie biografiche di Luca Volontè sono che è nato a Saronno nel 1966. L’unico articolo che mi è sembrato degno di nota era su una rivista on line (cliccare qui), dove non si capiva con precisione se la tesi padre-figlio fosse sostenuta oppure no, benché si parlasse di "figlio ipotetico". Ho scritto a Volontè alla Camera, chiedendo: Lei, onorevole, è figlio dell’attore Gian Maria? Ma non è arrivata risposta. Ho scritto anche alla rivista in questione, ma la risposta è arrivata a post già pubblicato: no, non sono padre figlio, perché all’epoca Volontè ci scrisse per smentire.
Però io non avrei cambiato il senso del mio pezzo. Avrei solo aggiunto alla parola "figlio" l’aggettivo "generazionale", perché il conformismo di Luca è davvero una risposta all’atteggiamento rivoluzionario di certi padri impegnati politicamente delle generazioni passate. E la lotta contro queste immagini enormi, per certi aspetti drammatiche, è anche una lotta dei figli (generazionali) contro i padri.

lunedì, settembre 18, 2006

Purple Haze

di Jimi Hendrix

Foschia porpora nella mia mente,
Le cose non sembrano più le stesse
ultimamente,
Mi comporto in maniera buffa ma non so
perché,
Scusami, intanto che bacio il cielo.

Foschia porpora tutt’intorno,
Non so se salgo o scendo.
Sono felice o disperato?
Come che sia, quella ragazza mi ha incantato! Aiuto, aiuto…

Sì, foschia porpora nei miei occhi
Non so se sia giorno o notte
Mi hai fatto andare fuori, fuori di
testa.
E’ domani o è proprio la fine del tempo?

giovedì, settembre 14, 2006


Fathers and sons

Padri importanti, padri dal carattere forte e tormentato, figure lontane e conflittuali, padri artisti, hanno spesso causato problemi ai loro figli.
Sì, il loro impegno nell’arte, spesso totalitario, esclusivo, dominato da ferite interiori da cui sono nate talvolta grandi opere, li ha portati a un fallimento esistenziale, a una distruzione del proprio ruolo di padri.
Non vogliamo generalizzare, né sostenere che questa sia la regola, ma Alessandro Manzoni ebbe tre figlie di salute cagionevole, Giulietta, Cristina e Matilde, morte giovanissime, consumate dalla tubercolosi, "dall'oppio, dalla morfina", e due figli, Enrico e Filippo, "abulici, passivi, megalomani, bugiardi, puerili, servili" (Pietro Citati, Il Male Assoluto): Enrico finì in prigione per debiti a 27 anni, Filippo dilapidò il suo patrimonio e quello della ricca moglie. E Gianni Agnelli, il cui carattere volitivo, capriccioso e cinico fu fuso nel personaggio di Donna Fulgenzia da Paolo Volponi nel romanzo Le mosche del capitale, ha avuto un figlio suicida (anche se qualcuno, come spesso accade, ha avanzato l'ipotesi di un omicidio).
Per questo, forse, da un padre come Gian Maria Volontè, grande attore, uomo di grande personalità e, forse, di grandi tormenti, che disse: "essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita", è nato ed è cresciuto, si è formato un figlio come Luca, già militante di Comunione e Liberazione, parlamentare dell’UDC, paladino contro l’aborto, il divorzio, uomo conservatore come suo padre era "contro", e "contro" il quale, nella sua fantasia, probabilmente sta ancora combattendo.

Guardandoli, e ascoltando Luca che parla in televisione, osservando la sua immagine conformista, i suoi modi trattenuti e rigidi, penso con un certo turbamento che sembra un destino della nostra specie che le colpe dei padri ricadano sui figli.


(Fathers and sons è il titolo di un famoso disco di Muddy Waters e di un libro di Ivan Turgenev)

lunedì, settembre 11, 2006

Cantico dei cantici

[1] Cantico dei cantici, che è di Salomone.

[2] Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

[3] Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,
profumo olezzante è il tuo nome,
per questo le giovinette ti amano.

[4] Attirami dietro a te, corriamo!
M'introduca il re nelle sue stanze:
gioiremo e ci rallegreremo per te,
ricorderemo le tue tenerezze più del vino.
A ragione ti amano!

[5] Bruna sono ma bella,
o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Kedar,
come i padiglioni di Salma.

[6] Non state a guardare che sono bruna,
poiché mi ha abbronzato il sole.
I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
la mia vigna, la mia, non l'ho custodita.

[7] Dimmi, o amore dell'anima mia,
dove vai a pascolare il gregge,
dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda
dietro i greggi dei tuoi compagni.

[8] Se non lo sai, o bellissima tra le donne,
segui le orme del gregge
e mena a pascolare le tue caprette
presso le dimore dei pastori.

[9] Alla cavalla del cocchio del faraone
io ti assomiglio, amica mia.

[10] Belle sono le tue guance fra i pendenti,
il tuo collo fra i vezzi di perle.

[11] Faremo per te pendenti d'oro,
con grani d'argento.

[12] Mentre il re è nel suo recinto,
il mio nardo spande il suo profumo.

[13] Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra,
riposa sul mio petto.

[14] Il mio diletto è per me un grappolo di cipro
nelle vigne di Engàddi.

[15] Come sei bella, amica mia, come sei bella!
I tuoi occhi sono colombe.

[16] Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!
Anche il nostro letto è verdeggiante.

[17] Le travi della nostra casa sono i cedri,
nostro soffitto sono i cipressi.

martedì, settembre 05, 2006



Nuovi stili

Ebbene, lo confesso: a me piace come si veste Ahmadinejad. E’ un tempo, questo, in cui i politici, i ministri, configurano il loro aspetto secondo canoni mediatici (spesso, quasi sempre, hanno anche dei consulenti d’immagine), scelgono i colori che rendono bene in televisione e così via (ovviamente il più televisivo del mondo è sempre stato Il Caimano). Ahmadinejad invece veste dimesso, con quelle camicie sempre senza cravatta, quelle giacche marroni, grigie, quei pantaloni che sembrano usciti da un supermarket americano economico. Mi ricorda qualcuno Ahmadinejad. Vedo in lui una continuità, un’evoluzione di certi stili. Mi sembra un punk. Sì, vi è stato un particolare filone del punk in cui i componenti – musicisti soprattutto – vestivano con abiti banali, ordinari, e non coi coreografici giubbotti di cuoio con le borchie, gli anfibi, e non si pettinavano con la cresta. Vestivano come operai delle suburbia inglesi, working class insomma, e in questo mi hanno sempre ricordato gli esponenti dei gruppi maoisti del decennio precedente, che vestivano ispirandosi agli operai in libera uscita, con camicie senza cravatta, giacche ordinarie, giubbotti da poco prezzo. Il gruppo più famoso che adottava questo stile, anche se è improprio definirlo punk in senso specialistico – ma era punk, aveva quel ritmo, quelle atmosfere – era certamente quello dei Joy Division, e i suoi componenti sembravano giovani operai che sul palco scatenavano forze oscure, selvagge. Ahmadinejad me li ricorda, e se lo guardo, così sotto le righe, così inelegante, immagino di vederlo su un palco che si trasforma, e canta, urla al microfono un pezzo dal titolo “Thermonuclear energy”.
Ahmadinejiad, una nuova generazione di punk: gli Islamic punk, la nuova tendenza.

lunedì, settembre 04, 2006

venerdì, settembre 01, 2006

Ma che paese è questo?
Sull'ultimo numero de L'Espresso vi è un réportage a firma Fabrizio Gatti che non esito a definire terrificante. Il giornalista (sfatando, con questo pezzo, un po' di fama dei reporters italiani inclini alla pigrizia, poco propensi a buttarsi in inchieste sul campo rischiose e dagli esiti dubbi), fingendosi un lavoratore clandestino sudafricano (bianco) è andato in Puglia, a indagare sul mercato clandestino della raccolta dei pomodori. Avevamo letto varie inchieste su questo fenomeno di lavoro sommerso, e sulle condizioni di vera e propria schiavitù cui sono sottoposti gli immigrati, ma nessuno, mai, si era spinto tanto in profondità nel raccontare l'orrore e il regno degli Inferi sulla Terra. Narra Fabrizio Gatti dei padroni, che parlano con spiccato accento pugliese, e gestiscono campi di raccolta "sicuri, perché controllati dalla Mafia", che chiedono, ai novizi, di fornire loro una ragazza "da violentare" (di questo si occupano i famigerati "caporali", perlopiù maghrebini), oppure niente lavoro; di sequestri di persona, con pestaggi talvolta mortali; di paghe da fame per dodici, quattordici ore di lavoro; di obbligo di acquisto di cibi scadenti a prezzi di strozzinaggio, da cucinare nelle catapecchie in cui dormono, senza luce né acqua; di acqua non potabile, estratta da pozzi inquinati, che sono costretti a bere e a pagare; di continue angherie, umiliazioni, violenze, catture di fuggitivi; e i pochi che hanno tentato di rivolgersi alle cosiddette forze dell'ordine, cioè la questura di Foggia (siamo a due passi dal Gargano, zona ultraturistica), hanno ottenuto come unico risultato l'arresto e il rimpatrio per la Bossi-Fini, mentre i padroni, e i caporali, sono sempre liberi di agire indisturbati e impuniti. Ora, non so se vi sia qualche forzatura, diciamo alcune "spinte" giornalistiche, anche perché il servizio ha, in alcuni punti, come dei buchi, delle reticenze, dà come l'impressione di non avere approfondito abbastanza alcuni aspetti (per esempio le condizioni personali del giornalista, che sembra un po' fuori dalla storia), ma è enormemente verosimile, con dati, dettagli estremamente credibili. Mi sono chiesto come sia possibile che in un paese che non è il Brasile, con le favelas, o la frontiera degli USA col Messico, dove abbiamo letto altre storie raccapriccianti di sfruttamenti, o le periferie delle metropoli indiane o africane, ma un paese cosiddetto occidentale, possano esistere situazioni di tale orrore, e una tale inefficienza delle forzi di polizia. Poi vedo i governanti, in questo momento del centrosinistra, Prodi che sale su un aereo, D'Alema che parla della pace in Libano, e di nuovo mi chiedo se è tutto vero, o non siamo immersi in una sorta di incubo, di società scoppiata segmentata per spazi indipendenti, a sé stanti, con la schiavitù, i lager degni dei nazisti, i reality televisivi, i telegiornali, tutto, e tutto questo non sia reale, ma una catastrofe molecolare di organismi impazziti.

martedì, agosto 29, 2006


Bentornati

Bentornati a tutti, chi è stato in vacanza in agosto e chi no. Insomma, bentornati su questo sito, anche se gli aggiornamenti sono un po’ affannosi. Le idee sono tante, ma il tempo purtroppo è scarso, e così le energie, che talvolta stentano a produrre i fatti (gli scritti).
Intanto le letture estive. Quali sono state? Io mi ero portato in vacanza sul Gargano Pugni di Pietro Grossi (da terminare), Caos Calmo di Sandro Veronesi (di nuovo da terminare) e Il Vampiro Marius di Anne Rice (da iniziare), grande scrittrice di nero gotico di New Orleans (l’autrice del mitico Intervista Col Vampiro). Pugni l’ho finito, e l’ho anche recensito sulla Bottega di lettura di Vibrisse (cliccare qui per leggere), Caos Calmo pure, e sogno di recensirlo, ma non sarà facile, perché è un romanzo poderoso (e anche molto valido) con alcune complicanze interne difficili da trattare. Sperém! Il Vampiro Marius non l’ho neanche aperto. Avevo grandi progetti di letture, come un’ansia di riscatto per il poco tempo che riesco a dedicare a questa attività durante l’anno, ma tutto diventa sempre più difficile, e il sogno di rinchiudermi in uno studio (meglio se all’aperto, su una veranda o un terrazzo) a leggere e oziare, sembra irrealizzabile per me, almeno finché dovrò lavorare e occuparmi della famiglia. Ma forse è giusto così. Ho attraversato periodi, in passato, quando ero single, in cui non facevo nulla, leggevo, passeggiavo, ma provavo come un senso di implosione, di introversione implosiva, che, tra l’altro, fa parte del mio carattere. Forse è meglio essere costretti a uscire nel mondo, nel mondo cattivo e ostile, perché ci alleniamo a combattere e a sopravvivere. E a considerare la vita con un po’ di distacco e di serenità.

mercoledì, luglio 26, 2006


Una proposta decente

Dunque, tutto secondo copione. Dopo la prima, si diceva severa sentenza, la Corte federale ha praticamente passato la spugna sul calcio marcio. La solita soluzione all’italiana insomma, can can iniziale, paroloni, esibizione di muscoli, poi marcia indietro, la salvaguardia degli interessi degli sponsor, gli umori popolari ecc. Si pagano un po’ di multe (spiccioli, visti i bilanci delle squadre e gli stipendi dei dirigenti), si passerà un po’ di tempo in purgatorio, e poi via, tutto come prima.
Tutto normale.
A quanto pare i tifosi sono contenti. Li abbiamo visti manifestare il tv contro le retrocessioni delle proprie, adorate squadre. Questo è l’aspetto più singolare: i tifosi sono i truffati, i turlupinati, eppure si arrabbiano se i loro truffatori sono puniti.
A questo punto viene da dire: volete il calcio marcio? Volete essere truffati e derubati, e siete pure contenti? Bene, tenetevelo. E’ tutto vostro. Non ci vuole molto. Basta eliminare totalmente la cosiddetta giustizia sportiva. Via i tribunali, le Corti federali, basta con le pagliacciate. Che si combinino pure le partite, che si usino arbitri venduti, insomma, che si faccia del calcio una forma di wrestling. Che male ci sarebbe? In campo i calciatori potrebbero anche scatenarsi in risse, tanto sarebbe tutto finto, tutto preparato, nessuno si farebbe male. E tutti sarebbero contenti. Questa può sembrare una provocazione, una boutade, ma non è così. Il calcio è già putrefatto, legalizziamolo come sport finto, facciamone una forma di spettacolo fine a se stesso.
A questo punto all’inevitabile obiezione del tifoso onesto, che vorrebbe andare allo stadio per assistere a partite vere (“e io? Perché devo rinunciare a questo sport che amo?”), si può rispondere: “perché già ci rinunci. Perché sei preso in giro, e questo non è più uno sport” Che mandi tutto a quel paese e si rivolga ai campionati amatoriali, dove ancora si gioca per passione. E lo difenda dai predatori, il calcio amatoriale, perché il calcio-wrestling, non appena si accorgesse che esiste un territorio ancora vergine, si precipiterebbe armato fino ai denti per colonizzarlo immediatamente.

martedì, luglio 25, 2006


Time passed slowly?!?

L’articolo pubblicato lunedi nelle pagine culturali de La Repubblica, dove Michele Smargiassi racconta la storia del re del liscio Secondo Casadei, mi evoca qualche ricordo e anche una riflessione.
Riflessione: ad essere vecchiotti (sono nato nel 1953) si hanno degli svantaggi (acciacchi, stanchezze, la sensazione di avere perduto qualcosa che non tornerà, qualche rimpianto per occasioni mancate ecc.), ma anche qualche vantaggio, come per esempio avere conosciuto personaggi particolari del passato, carichi storia, di eroismi, di epica che i nostri tempi non contemplano più; avere visto luoghi e paesaggi scomparsi per sempre, distrutti dall’industrializzazione e dall’edilizia.
Un ricordo molto nitido è legato proprio al mondo primordiale del liscio. Da bambino i miei mi mandavano spesso in campagna, nei pressi di Lugo di Romagna, dai nonni, di antica famiglia bracciantile e contadina. Una volta, ed erano ancora i ’50, forse il 1958, il 1959, mi portarono a una festa per la mietitura del grano, che si teneva nella grande aia di una casa colonica vicina. Si mangiavano i prodotti della terra, frutta, verdura, e poi i salumi, il pane cotto nel forno domestico, si bevevano i vini del contadino, e si ballava. C'era un sacco di gente, famiglie del posto, ma anche molti giovani venuti da fuori, per ballare e magari “cuccare”. Sul ripiano di un carro per trasporto fieno c’era un complessino formato da una chitarra, una fisarmonica, un clarinetto (o meglio il clarinaccio, che è la versione romagnola) e un tamburo (non c’era la batteria, troppo ingombrante). Suonavano valzer, polke, pezzi veloci, anche se non ricordo il cantato, era tutto musicale. Sono quasi sicuro che eseguissero anche i famosi saltarelli, perché ricordo balli con le persone che si prendevano per mano e giravano in tondo, e non solo abbracciati nei valzer. Da qui Secondo Casadei ha importato il liscio. Ha preso quei ritmi, li ha elaborati, ha vestito i suonatori di lustrini e lamé, come le grandi orchestre leggere americane, ha scritto testi (orripilanti, come ha scritto Michele Serra in un box a corredo dell’articolo) e ha lanciato quel genere che, nel bene e nel male, ha sfondato nel mondo intero, e che oggi viene suonato e ballato in ogni angolo del pianeta, e fa stare in allegria.

martedì, luglio 18, 2006

venerdì, luglio 14, 2006

Schiuma hard-core

C’era un tipo – lo chiamavano Faustone – che conoscevo al paese, prima di emigrare a Roma per lavorare al giornale. Era un ragazzo di circa trent’anni, altissimo, sarà stato due metri e dieci, con una grande testa di capelli neri voluminosi e due mani enormi, due mazze che avrebbero atterrato un bue. Era un personaggio mitico, era stato sposato con una ragazza bellissima, molto alta anche lei (circa un metro e novanta), magra, nervosa, atletica. In un paese dove l’altezza media delle persone era di un metro e sessantacinque, loro due formavano una coppia che suscitava sconcerto, e, forse, ammirazione e invidia. Il matrimonio comunque durò meno di sei mesi, perché lei, un giorno, fu ricoverata in ospedale per le percosse ricevute. Almeno così si diceva, e la cosa mi stupì, perché ho sempre considerato Faustone un tipo generoso, un buono, sempre disponibile verso gli altri.

(Continua a leggere su Nazione Indiana) - (Allo stato attuale non è possibile caricare in questa home page l'immagine d'apertura, che compare invece su NI)

martedì, luglio 11, 2006


Ma cosa dicono? Ma dove guardano? Ma a chi parlano?

Ieri guardavo distrattamente la RAI, solito servizio estivo dove parlavano della frutta. Hanno mostrato dei meloni, coi relativi prezzi. A Bologna, hanno detto, il melone costa 0.65 euro, meno che a Milano (0.85) e più che a Roma (0.45).
In serata sono andato alla coop di consumo per la la spesa, e l'occhio mi è caduto sui meloni: 1.88 euro. Ora mi chiedo: ma questi della RAI dove vivono? Dove prendono i prezzi? Sono prezzi all'ingrosso? Ma il programma non era mica per i grossisti. E' come con le temperature: dicono 30 gradi e invece sono sempre 36-38. Che sballo.

lunedì, luglio 10, 2006


Non ce la faccio (e forse non ce la farò mai)

Nei commenti al post precedente “Prepararsi all’evento” pap scrive: “campioni d'italia!!! Qui in questo paesotto romagnolo il dopo partita si è vissuto così, come una piccola grande occasione di sballo, di festa e trasgressione. Carri, carretti, moto auto strane, ma tutti senza casco, tutti imbandierati, pitturati, urlanti e suonanti. C'era di tutto, ragazze fuori dai finestrini, genitori con neonati al collo che avrebbero dormito volentieri nei loro letti, mamme che tiravano per le braccia bambini stanchissimi... Non ho visto vigili, né polizia. Mio figlio 13enne è tornato a casa alle 1145, troppo casino, ma... poi ha preferito chattare con il suo amico; mia figlia 15 enne invece e' rimasta là fino alla mezza, ma c'eravamo tutti... io ero solo impaurita da tanta anarchia stradale.Ma la partita e' stata piacevole, a parte Zidane”.
Questa è la festa, la gioia del 1982. Forse pap – azzardo una ipotesi parapsicologica – ha vissuto quei momenti ed ora cerca una riproposizione di quei sentimenti, che erano positivi, perché anch’io li ho vissuti.
Ma non è come nel 1982.
Io quando l’Italia ha vinto con la Germania sono stato costretto a uscire in macchina con mia figlia. Per strada c’erano gruppi di giovani iper-eccitati che gridavano contro le auto agitando i pugni e le bandiere coi manici. Non ero affatto tranquillo. Altri giovani carambolavano con auto e furgoni sbandierando fuori dai finestrini, col rischio di collisioni. Io non ero tranquillo per niente.
Quando l’Italia ha battuto l’Ucraina ero a Torbole sul Garda, e siamo usciti per una passeggiata. Auto strapiene di giovani sfrecciavano sulla Gardesana e tutti urlavano e agitavano i pugni. C’era anche un camion, col cassone aperto stracarico di giovani con enormi bandiere. Uno particolarmente alterato urlava: “io non sono un tedesco dimmerda, io sono italiano! Italiano!”. Ora, in una zona la cui prosperità deriva dal turismo, soprattutto tedesco – ed è un turismo educato e rispettoso, perché è legato allo sport, windsurf, mountain bike, free-climbing, trekking – si capisce il livello di lumpen-cultura cui fanno riferimento certi personaggi fanatici del calcio. Che non sono una sparuta minoranza, ma parte organica delle cosiddette curve, dove regnano razzismo, violenza, disprezzo per l’avversario. I loro eroi sono i calciatori, che insultano gli altri calciatori; è Totti, che sputò in faccia non ricordo a chi. Un loro eroe è Cannavaro, il capitano, esaltato, incensato in questi giorni oltre ogni limite, ripreso in un video mentre, prima di una partita, si faceva un perone in vena di una “sostanza consentita”.
Non è come nel 1982.
Intorno al calcio si è sviluppata una lumpen-cultura fatta di menzogne, volgarità, furto, prepotenza, vippismo e yuppismo, mafia. Tiziano Scarpa ha scritto un
pezzo di fredda ferocia su primo amore in cui afferma che questa cultura oggi in Italia ha vinto. Nel 1982 queste cose non c’erano, oppure se c’erano non si vedevano, e quindi la pentola non era ancora piena, non traboccava.
No, non è come nel 1982, e Napolitano non è Pertini.
In questi giorni sui media si è scatenato un fanatismo mediatico che mi ricorda il periodo spaventoso dei funerali del papa. Quello fu un esempio di regime totalitario mediatico realizzato. Scrivemmo che i media, la televisione soprattutto, si erano fatti prendere la mano, che avevano “esagerato”. No, non avevano esagerato. Questo è lo stile, questo è il sistema. Era così allora, lo è oggi e lo sarà domani. Il ritorno della squadra è stato salutato con toni di isterismo spinto a livelli estremi. Lippi è “il nostro caro leader Kim Il Sung”; è la televisione di un regime di pazzi, di agit-prop di un miculpop.
Io non ce la faccio a esaltarmi. Non è per snobismo, non è per la solita sindrome del perdente a tutti i costi. Quando guardavo le partite, e vedevo i miliardari italiani che correvano sul campo, con la parte razionale di me riconoscevo che giocavano bene, forse meglio degli altri; ma non ce la facevo a gasarmi, a fare il tifo per loro. Ci ho provato, davvero, mi sono impegnato. Mi sono detto “ma insomma, prova a condividere questa gioia, prova per un attimo a uscire dal tuo solito stato di oscurità critica, di NO a oltranza, che ti rende sempre un po’ eccentrico, anomalo, imbarazzante con gli altri”. Ho provato, con tutte le mie forze, ma non ce l’ho fatta. E so che forse non ce la farò mai. Mi venivano in mente gli striscioni razzisti degli stadi, e “io non sono un tedesco dimmerda”, e il partito trasversale di deputati e Mastella che invocavano l’amnistia in caso di vittoria del mondiale (poi corretto in “atto di clemenza”, ma cosa cambia?). Vale a dire l’accettazione istituzionale del superimputridimento che regna intorno al calcio, nel calcio. Peggio dei condoni di Tremonti.
Intanto c’è un governo di centrosinistra che, per risollevare i conti pubblici, sta per varare misure finalmente nuove, che tengono conto delle speranze di noi che l’abbiamo votato: tagli alla sanità, alle pensioni e al pubblico impiego. Era ora, qualcosa di sinistra.
Già, ma chi se ne frega? L’Italia è CAMPIONE DEL MONDO, si va in giro a urlare “viva l’Italia, grande Italia, sono fiero di essere italiano, non sono un tedesco dimmerda!”. Siamo tutti uniti intorno al nostro “caro leader Kim Il Sung”, con un bandierone in mano e la televisione che urla per noi.

E veniamo alla famosa testata di Zidane. Si è trattato di un gesto inqualificabile, ed è stato giusto il provvedimento di espulsione. Non si può rispondere con un’aggressione a una provocazione verbale, per quanto grave sia. Però tra le urla di “siamo italiani!” sarebbe opportuno tentare di chiarire cosa ha davvero detto e fatto Materazzi. Il Guardian ha scritto che gli ha lanciato l’accusa di “terrorista”; poi ha smentito, ma sappiamo il peso che hanno le smentite. Terrorista rivolto a un algerino, con la storia che ha alle spalle, con la guerra di liberazione che è costata migliaia di morti, e la retorica che identifica gli arabi coi terroristi, è una provocazione pesantissima, perdidipiù lanciata a freddo, con cattiveria. Inoltre un gruppo di non vedenti avrebbe letto sulle labbra di Materazzi l’epiteto di “puttana” rivolto alla sorella. Mentre scrivo sono solo ipotesi, ma perché non cercare di fare chiarezza? Perché non attribuirle tutte, le responsabilità?

Già, ma chi se ne frega? Basta agitare le bandiere, bruciare qualche cassonetto, sognare di essere un calciatore miliardario che si cucca le veline e ha la Ferrari e la BMW e la Merceds e il SUV. Mica siamo tedeschi dimmerda noi, italiani siamo, campioni del mondo.

giovedì, luglio 06, 2006


Prepararsi all'evento

Bisogna prepararsi. E’ possibile che l’Italia vinca la finale e quindi il mondiale. Questa non è una previsione ma una semplice constatazione che la Nazionale può competere ad armi pari con la Francia. La TV ci ha mostrato le “feste” nelle piazze d’Italia, dove centinaia di migliaia di persone – soprattutto giovani e giovanissimi – in stato di fortissima alterazione manifestavano la loro “gioia” per le vittorie della squadra.
Se vinciamo la finale questa “gioia” salirà a livelli di parossismo, con episodi anche critici di fanatismo di massa ecc. Ora questo fatto mi induce a una riflessione: qua a Bologna ci sono state polemiche molto accese sul Rave Party che ha sfilato per la città. Musica ad alto volume, gente che grida, balla, espleta bisogni fisiologici, getta rifiuti. La Giunta ha tentato di negareil permesso, adducendo motivi di quiete pubblica, e l’emergenza rifiuti (in sostanza, chi paga per la pulizia); tutte problematiche e obiezioni che hanno riscosso un altissimo consenso da parte dei cittadini.
Dunque, il Rave è rumore, rifiuti. E le notti di baldoria dei dopo-partita? Sempre la TV ha mostrato le piazze letteralmente cosparse di rifiuti. Chi ha pagato? Chi pagherà se la Nazionale vince? E il rumore?
Ma non vi è obiezione che tenga. Il Rave è degrado, mentre le notti di baccanale dei dopo partita, con tutti i loro carichi di rumore, fumogeni, clacson, addirittura gimkane con moto nelle zone pedonali, sono “festa” e “gioia”.
Ma come sarà?

domenica, luglio 02, 2006


La sindrome di Gastone

Quando io e il vecchio Loris, il mio grande amico del 1970, partimmo in autostop verso Amsterdam, non potevamo immaginare ciò che sarebbe successo. Eravamo non solo amici, ma anche soci: soci nel condividere la scelta culturale di quel periodo, una scelta freak, undergound-letteraria, una scelta di rifiuto radicale del Sistema. Io ero kerouchiano, lui ginsberghiano; io ero per una scrittura classica, una scrittura narrativa, lui un surrealista poetico; ci univa l’adorazione per Jimi Hendrix (io poi lo imitavo anche nell’aspetto, e il mio soprannome tra gli amici era proprio Jimi), l’amore per la libertà, per l’apertura delle coscienze.

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mercoledì, giugno 21, 2006


Nascere

(Questo pezzo è sul sito di Wu Ming e fa parte di una recensione di Dies Irae di Giuseppe Genna inclusa nell'ultimo numero di Nandropausa. L'autore è Wu Ming 1)

... perché adesso lo so, so cosa vuol dire avere un figlio (figlia, nel mio caso), io so quanto progetto e fatica, quanta - semplicemente - vita si dedica e si riversa e prende forma in un figlio, il pensiero il sesso la gravidanza il travaglio il parto, l'aria che brucia prima la pelle e poi i polmoni, il pianto, il neonato non sa dove si trova e perché, non sa nemmeno chi è, cos'è, non vede niente, tutto è sfocato, le prime ore accanto alla madre, la fatica della suzione e la mandibola che fa male, e un'ora dopo la prima di tante coliche, aria che preme la pancia da dentro, esperienza di un dolore terribile senza parole per confinarlo, il bimbo non sa cosa né perché, la fame è un demone che morde, l'urlo e il pianto, la testa è pesantissima e il collo non la sorregge, e la fatica del genitore, i risvegli notturni che spezzano il sonno e la schiena, il correre in aiuto al minimo segno, l'ansia, respira?, dorme?, ha mangiato?, e il primo sorriso a farti sapere che ti è grato, cerca di darti in cambio quel poco che può ed è tantissimo, è tutto quel che ti importa, è un mondo intero che ti riempie le arterie, il miracolo di una bocca che si inarca, e il bimbo assimila, impara a tenere alta la testa, intreccia le mani, esplora il proprio corpo, mette a fuoco la vista, si impegna a stare seduto, e l'impresa del gattonare, e l'incubo della dentizione, lame che tagliano le gengive da sotto, la testa segata in due da nuovo dolore, male dentro le orecchie e malanni, e impara ad aggrapparsi e alzarsi in piedi, muove i primi passi, e nel frattempo cresce, impara, supera le malattie, afferra le cose del mondo, estende i campi sinaptici, partecipa all'impresa, s'inventa nuovi modi di ringraziarti per quello che fai, e il primo farfugliare parole immaginarie, fonemi liberi a circondare i primi nuclei di senso, i "mammamma" e "baba", e sempre avanti, sempre meglio, le parole, la corsa, il gioco, l'asilo, gli altri bimbi, la materna, la sfilza dei "perché?", la scuola, la vacanza dalla scuola, il sole, il profumo dell'erba, la mezza sera...